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SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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L'Islam nelle Repubbliche Centroasiatiche
Le popolazioni dell’Asia centrale: una prospettiva storica.

di Riccardo Redaelli

 

Il subitaneo crollo dell’Unione Sovietica - in seguito al fallito colpo di stato da parte dei “conservatori” del PCUS nell’agosto del 1991 - portò le repubbliche dell’Asia centrale verso una indipendenza inaspettata e, per alcuni versi, neppure desiderata. In pochi mesi le repubbliche del Kazakistan, del Kirghisistan (ora ridenominata Repubblica della Kirghisia), del Tajikistan, del Turkmenistan e dell’Uzbekistan proclamarono la propria indipendenza da Mosca, e si trovarono a fronteggiare nuovi e pressanti problemi.
Problemi politici e istituzionali senza dubbio, dato che occorreva riorganizzare in forme radicalmente nuove le già vetuste strutture ereditate dal periodo sovietico; problemi economici, dato che le cinque repubbliche centroasiatiche rappresentavano le repubbliche meno avanzate e probabilmente quelle maggiormente danneggiate dalla sempre più grave crisi economica e produttiva dell’URSS; ma anche e soprattutto problemi sociali, data la complessità della composizione etnica dei nuovi stati indipendenti, la frammentazione delle etnie, la tradizionale rivalità fra slavi e popolazioni autoctone, gli antagonismi interni a quest’ultime e - non ultimo - il fattore religioso.
Le cinque repubbliche centroasiatiche infatti, prendono il nome dalle etnie di riferimento (che Mosca considerava “etnie titolari di RSS” - Repubblica socialista sovietica) e più precisamente da: Kazaki (Kazakistan), Kirghisi (Kirghisia), Tajiki (Tajikistan), Turkmeni (Turkmenistann), Uzbeki (Uzbekistan). In ogni repubblica, però, esistono forti minoranze etnico-nazionali: ad esempio in Kazakistan, i Kazaki rappresentano solo il 42% della popolazione, mentre la minoranza slava è pari al 40% del totale. Gli Uzbeki sono ben il 23,5% della popolazione complessiva in Tajikistan e il 13% in Kirghisia (vedi Tabella N.3). L’indipendenza politica ha ovviamente accentuato le rivalità storiche e gli antagonismi fra tutti questi gruppi etnici, in particolare la contrapposizione fra le popolazioni locali da un lato e la comunità russo-etnica (ossia i discendenti dei coloni russi del periodo zarista) e le minoranze europee (slavi, tedeschi, etc.) dall’altro lato. Queste ultime sono arrivate in Asia centrale in seguito ai processi di colonizzazione agricola, come tecnici e specialisti o come popoli deportati durante il periodo stalinano (ad es., i Tatari di Crimea, i Tedeschi del Volga, Coreani, etc.); si tratta di comunità che, pur vivendo in Asia centrale da tempo, non hanno mai appreso le lingue locali - essendo il russo lingua ufficiale dell’URSS - né si sono adeguati agli usi e ai costumi della regione; dopo la disintegrazione sovietica, esse si sentono minacciate dalla politica “nazionalista” avviata - sia pure con diversa intensità - dalle repubbliche centroasiatiche, e temono di divenire “cittadini di serie B”, alla mercè delle decisioni dell’etnia dominane.
Ma tensioni e conflitti - che affondano le radici nella storia della regione - esistono anche fra le diverse popolazioni centroasiatiche, sia a livello inter-etnico (ossia fra le diverse etnie) sia infra-etnico (ossia fra le differenti sezioni e i contrapposti lignaggi di un singolo gruppo etnico). Si tratta per lo più di popolazioni uralo-altaiche, di ethnos turco; fanno eccezione i Kirghisi, che sono di origine ugro-finnica ma completamente “turchizzati” dal punto di vista linguistico e culturale, e i Tajiki che sono una popolazione persiana ma - a differenza degli sciiti iraniani - di fede musulmana sunnita, come del resto tutte le principali popolazioni centroasiatiche.
L’islam arrivò nell’Asia centrale già all’inizio dell’VIII secolo d.C., sull’onda della travolgente avanzata delle armate arabe; si trattò di una conquista militare e politica, non di una vera e propria islamizzazione della regione, che rappresentò un processo molto più lungo e complesso. Per secoli, infatti, l’Asia centro-meridionale fu scossa da continue invasioni e spostamenti di popolazioni turco-mongole, provenienti da Oriente; si trattava generalmente di popolazioni nomadiche, legate alla tradizionale fede animista, ma che si convertirono alla religione islamica dopo essersi insediate nella regione. Gli ultimi grandi spostamenti, avvennero nel XV -XVI secolo, proprio con l’arrivo in Asia centrale dei Kazaki, dei Kirghisi e degli Uzbeki.
Gli Uzbeki, che erano stati già islamizzati precedentemente, cominciarono una lungo processo di “infiltrazione” nella regione centroasiatica già nel XIV secolo; nel secolo successivo - stanziatisi sulle rive meridionali del Mar Caspio e lungo il corso del Sir Darya iniziarono a sedentarizzarsi, imponendosi a poco a poco come élite militare e politica di quell’area. All’inizio del 1500 - sotto la guida del khan Muhammad Khan Shaybani - gli Uzbeki riuscirono a conquistare le città di Samarcanda e Bukhara, dando vita a un khanato - ossia a un regno con a capo un khan - importante per dimensioni ma del tutto effimero: in pochi anni, le violente rivalità inter-tribali e gli attacchi esterni disgregarono l’unitarietà di questo dominio che si divise in tre khanati distinti (i khanati di Khiva, Bukhara e Kokand, poi inglobati nell’Impero zarista nella seconda metà del XIX secolo).
Appartenenti originariamente al gruppo etnico-linguistico degli Uzbeki, e islamizzati dal secolo XI, i Kazaki si differenziarono definitivamente dagli Uzbeki durante il secolo XVI, allorché migrarono verso il Turkestan orientale, ove diedero vita alle famose “Orde”: la Grande, la Media e la Piccola Orda, padrone incontrastate per secoli delle steppe centroasiatiche. Le razzie e gli attacchi dei loro cavalieri contro i commercianti e gli insediamenti russi, rappresentarono la “motivazione ufficiale” più valida per giustificare prima l’avanzata zarista nell’Asia centro-orientale e poi le terribili repressioni del periodo staliano. Stalin impose infatti una sedentarizzazione forzata che decimò i gruppi transumanti pastorali dei Kazaki e dei Kirghisi. Questi ultimi - stanziati più a oriente, a cavallo degli attuali confini fra l’Asia centrale ex- sovietica e la Cina popolare - per secoli sono stati un popolo fieramente attaccato alle proprie origini tribali. Nomadi o transumanti in massima parte, divisi in clan e lignaggi in forte antagonismo reciproco, i Kirghisi sono stati a subire gli effetti della politica di sedentarizzazione forzata decisa sia dalle autorità sovietiche che da quelle cinesi; una politica che non ha però mai eliminato la tradizione della transumanza stagionale lungo ampie orbite migratorie di interi gruppi familiari.
Gli altri maggiori gruppi etnici della regione, ossia i Tajiki e i Turkmeni hanno avuto un diverso percorso storico. I Turkomanni giunsero nelle zone centroasiatiche come truppe scelte dei Selgiuchidi durante il secolo XI mantenendo da allora fino ad oggi un forte attaccamento alle loro strutture tribali nomadiche; quanto ai Tajiki, va sottolineato che il termine tajik non nasce come etnonimo, bensì come parola indicante il persiano islamizzato; attraverso successivi complessi passaggi finì con l’essere associato alle popolazioni - generalmente sedentarie, legate ai commerci e all’agricoltura - di ethnos persiano ma sunnite, stanziate in Asia centrale e in Afghanistan.

 

LA POLITICA ZARISTA E SOVIETICA NELL’ISLAM CENTROASIATICO

Al tempo degli zar di Russia l’islam in Asia centrale produsse tre tipi di di società islamica: 1) i khanati di Khiva e di Bukhara, strutturati come apparati multietnici, diedero vita ad una società eterogenea; 2) la presenza di antichi culti pagani quali lo sciamanesimo e il derviscismo fece sì che l’islam fra i Kazaki divenisse parte dell’identità e della fede popolare, ma non la base dell’organizzazione sociale; 3) a fianco delle istituzioni religiose - qadi e mufti, professori delle madrasa , scuole coraniche, waqf, o beni di manomorta destinati al mantenimento delle istituzioni religiose islamiche, legati alla proprietà - vi furono le confraternite (tariqa) sufi organizzate, fra cui la Naqshbandiyyah, la Qadiriyyah e la Kubrawiyyah e i sufi mendicanti seguaci della Qalandariyyah. I maestri sufi godettero di notevole consenso attraverso il culto dei santi, le guarigioni miracolose e l’uso di amuleti. Ebbe dunque a svilupparsi una spiritualità islamica temperata da una vivace cultura popolare.
Nel XIX secolo la rapida conquista dei territori centroasiatici impose una nuova politica d’introduzione e d’imposizione della lingua russa e di popolamento delle steppe kazake. Ma l’islam non fu soppresso; l’Ottocento vide una rinascita della società musulmana nelle città di Bukhara, Khiva e Khokand, dove, a fianco dell’amministrazione religiosa serramente controllata dallo stato, convivevano i maestri sufi. Negli anni che precedettero lo scoppio della Rivoluzione si svilupparono importanti movimenti distinguibili in due grandi correnti principali: 1) movimenti a carattere “trans-nazionale” e “trans-etnico”, come il pan-islamismo e il pan-turchismo; 2) movimenti a carattere propriamente etnico-culturale, come il pan-turchismo e il pan-iranismo. Ad essi si affiancarono il giadidismo, un’espressione minore del pan-turchismo, e la Naqshbandiyyah. Il “panturchismo” centroasiatico si ispirò ai metodi e alle proposte innovative di un non-turco, ossia il tataro Ismail Bey Gasprinsky (Gaspraly, 1851-1914); questi fu l’anello di congiunzione tra gli intellettuali turchi e la penetrazione di queste ideologie in Asia Centrale. A partire dal 1908, tuttavia, alle idee più aggressive del movimento dei Giovani Turchi si sostituirono le riforme culturali e gli ideali pan-turanici di Gasprinsky. L’intellighentia si raccolse intorno al rivoluzionario panislamico Abd-ur-Rauf-Fitrat, leader di un movimento islamico riformista con sede a Bukhara. Quest’ultimo si oppose alle influenze conservatrici degli ulema, ostili al progresso e detentori di forte autorità sulle popolazioni locali. In questo quadro, la politica zarista, ispirata a precise linee di non interferenza nella vita religiosa locale in Turkestan, impedì che la massa della popolazione autoctona si lasciasse sensibilizzare da questi movimenti riformistici.
Con lo scoppio della Rivoluzione, nel 1917, il governo provvisorio del Turkestan, diretto dal generale Kuropatkin, prese le difese dei coloni slavi contro gli asiatici. Ma nell’aprile gli ufficiali zaristi vennero arrestati, e la Rivoluzione bolscevica formò nuovi quadri. Il Comitato del Turkestan fu essenzialmente di composizione russa; per reazione, la popolazione autoctona si volse verso le organizzazioni musulmane. Fra queste, il partito conservatore musulmano del Turkestan, Ulema, composto da mullah e da proprietari terrieri contrari alla rivoluzione; il Partito riformista musulmano, Shura-i-Islamyeh, il quale auspicava la fine della colonizzazione, la restituzione delle terre confiscate, un futuro Turkestan deciso anche dai suoi abitanti. Nel settembre 1917, il colpo dei Soviet di Tashkent rovesciò definitivamente il governo provvisorio; ebbe così inizio l’opera di propaganda bolscevica. In ottobre i bolscevichi crearono a Tashkent il consiglio dei commissari del popolo turkestano, ma i quindici membri erano tutti slavi. Il 7 novembre il Governo provvisorio di Pietrogrado fu rovesciato, e Lenin nominò il consiglio dei commissari. Il commissariato centrale per gli affari musulmani, con a capo Stalin, aveva il compito di organizzare le popolazioni musulmane centroasiatiche nel quadro delle pianificazioni del partito operaio socialdemocratico russo. Il 22 novembre si riunirono a Khokand i musulmani del Turkestan, e formarono il governo della nazione libera e indipendente del Turkestan; suo presidente fu Mustafa Chokaiev, principale esponente delle forze della rinascita islamica (Jadid), il cui breve governo si oppose alla direzione russa dei bolscevichi di Tashkent. Il congresso musulmano a Tashkent rivendicò ancora una volta l’autonomia del Turkestan e chiese che fosse posta fine all’immigrazione slava; ma i musulmani vennero esclusi ancora una volta dalle cariche governative. Seguì un periodo che vide il riaffiorare di ideologie e di movimenti a contenuto nazionalistico, quasi tutti islamici, ispirati ai vecchi ideali panturchi e panturanici. Proprio il riaffiorare di questi nazionalismi a base etnico-culturale impedì una ripresa del panislamismo in Asia centrale, prevalendo i particolarismi locali. Il congresso panrusso dei musulmani, riunitosi a Khokand nel maggio 1917, proclamò unilateralmente l’autonomia all’interno di una futura federazione di repubbliche sovietiche. Ma il Turkestan libero ebbe solo due mesi di vita; il 22 febbraio 1918 Khokand, capoluogo della fertile conca di Ferghana, venne attaccata. L’offensiva militare dell’armata rossa e della milizia armena, inviate dai bolscevichi, mosse da Tashkent verso Khokand; i rivoltosi, poiché il Turkestan era privo di un esercito, furono sconfitti e subirono un massacro durante il quale metà della popolazione di Khokand fu sterminata. Bukhara seguì l’esempio di Khokand, ma riuscì a respingere l’offensiva; anche Khiva si ribellò, e Tashkent si ritrovò isolata, fino allo scoppio di una nuova rivolta, proprio a Tashkent.
Il 10 luglio 1918 la prima costituzione sovietica istituì la repubblica federale socialista sovietica russa (RSFSR), a capo della quale vi era Lenin. In questo periodo il turco Enver Pascià si rivolse ai sovietici promettendo di diffondere la dottrina bolscevica nel mondo musulmano; una volta inviato a Bukhara dal governo centrale, Enver Pascià assunse il comando del movimento basmaci (banditi). I basmaci, vere e proprie bande armate, si organizzarono in movimento politico dopo la caduta di Khokand, in opposizione al potere dei soviet. Essi raccolsero crescenti consensi fino a creare nel settembre del 1919 un governo provvisorio nel Ferghana, fallito nel marzo 1920 a causa d’incomprensioni che risalivano all’eterno dualismo tra popolazioni musulmane ed immigrati slavi nella regione centroasiatica. Nell’aprile 1921 fu costituita la RSSA, repubblica sovietica socialista autonoma, del Turkestan. E il 30 dicembre 1922 fu costituita l’unione delle repubbliche socialiste sovietiche (U.R.S.S.). La nuova costituzione dell’Unione Sovietica, approvata il 31 gennaio 1924, affermava: “affinché possa essere assicurata ai cittadini la libertà di coscienza, la chiesa (la moschea) in URSS è separata dallo stato, così come la scuola lo è dalla chiesa, la libertà di praticare culti religiosi e la libertà di propaganda antireligiosa sono riconosciute a tutti i cittadini”. Le misure si irrigidirono: le moschee vennero chiuse, gli esponenti religiosi arrestati, sottoposti a processi e liquidati come sabotatori e come spie; le scuole coraniche vennero ugualmente abolite. La politica staliniana nei confronti delle élites musulmane e dell’establishment islamico coincise con il delinearsi di due correnti principali nel mondo musulmano: 1) l’islam tradizionale che s’identificava nel wahhabismo dell’Arabia Saudita e in alcuni movimenti in India ed in Indonesia; 2) l’islam riformista legato ai fratelli musulmani in Medio Oriente ed al fondamentalismo riformista di Mawdudi (1904-1975) in Pakistan. Tra il 1942 e il 1943 Stalin si accordò con il mufti di Ufa ed istituì un organismo apposito che avrebbe dovuto stabilire il ruolo dell’islam entro l’Unione Sovietica: la direzione dei musulmani dell’Asia centrale e del Kazakistan fu fondata il 20 ottobre 1943; essa seguiva l’islam sunnita, il rito hanafita, ed aveva sede a Tashkent, lingua ufficiale era l’uzbeko. Il mufti di Tashkent, a capo di tutti i musulmani dell’Asia centrale e del Kazakistan, aveva pieni poteri, e veniva stipendiato da Mosca come funzionario delle direzioni spirituali.
Nella sua politica interna di completa rottura con il precedente periodo staliniano, Khrushev inaugurò in Asia centrale una strategia caratterizzata da un’intensificazione della propaganda antireligiosa e di utilizzo della gerarchia musulmana sovietica nei rapporti con l’estero, sostenendo l’efficacia di questa politica apparentemente contraddittoria. La sua politica antireligiosa sfociò nella propaganda dell’ateismo. Il “ritorno al leninismo” proclamato da Khrushev si abbattè sull’islam con forza maggiore delle campagne staliniane, la maggior parte delle moschee e dei luoghi santi dell’Asia centrale venne chiusa. Dopo Khrushev l’offensiva massiccia contro le istituzioni musulmane rallentò e divenne più “scientifica”. Anche la strategia nei confronti del mondo musulmano sovietico subì una radicale trasformazione: cessarono le campagne antireligiose, la politica di Khrushev di distruzione di tutte le religioni si era rivelata inefficace e controproduttiva a causa della presenza destabilizzante dell’islam “parallelo”. La dirigenza brezneviana cominciò dunque a plasmare una nuova generazione di esperti dell’islam, incaricati di operare un riavvicinamento con il mondo musulmano basato sulla diffusione capillare e sofisticata dell’ateismo scientifico. Venivano attuati nuovi programmi di propaganda contro i “fanatici sufi” e messi in atto nuovi provvedimenti per la creazione del “nuovo uomo sovietico”. A partire dalla metà degli anni Sessanta l’establishment dell’islam ufficiale veniva modificato in funzione dei nuovi obiettivi politico-religiosi sovietici, diretti soprattutto verso il mondo musulmano esterno. Il ruolo del mufti dell’Asia centrale e del Kazakistan, Ziauddin Babakhanov, veniva potenziato all’esterno attraverso i canali ufficiali dell’URSS; l’obiettivo era di rafforzare gli attacchi contro l’imperialismo americano, britannico ed israeliano e, allo stesso tempo, assolvere a una funzione di conciliazione con quei paesi musulmani difficili da gestire da parte dell’Unione Sovietica in quanto stato socialista, in particolare con l’Arabia Saudita e l’Iran.
Fino al 1973 l’approccio nei confronti dei musulmani centroasiatici assunse pertanto una duplice forma: il quadro esibito al mondo musulmano esterno da parte dell’URSS fu sempre in aperta contraddizione con la situazione reale interna alle singole repubbliche. Ma il diffuso clima di risveglio nazionale si espresse anche nelle Repubbliche centroasiatiche attraverso il “mirasismo”, ovvero il ritorno alla tradizione islamica. Durante gli anni Ottanta l’Unione Sovietica fu isolata, avviata inesorabilmente verso la crisi. Nel settembre del 1980 molti paesi musulmani si rifiutarono di partecipare alla grande conferenza islamica di Tashkent organizzata dal mufti dell’Asia centrale e del Kazakstan. Il motivo era il rifiuto del mondo musulmano verso l’invasione dell’Afghanistan e l’avversione nei confronti della propaganda sovietica. Il fallimento veniva presto assorbito dalla dirigenza sovietica attraverso l’apertura, all’inizio del 1981, del centro di ateismo scientifico in Turkmenistan, tramite decisi provvedimenti per l’intensificazione della sovietizzazione all’interno delle istituzioni tradizionali in Kirghisistan e con l’avvicendamento di nuovi quadri alla dirigenza islamica ufficiale centroasiatica. Nel 1982 saliva al potere una nuova classe di giovani meglio addestrati alla simbiosi tra fronte islamico e politica organizzativa. Breznev evidenziò la minaccia ideologica rappresentata dal riaffiorare di fondamentalismi islamici che avevano scatenato una ripresa brutale della propaganda antislamica tramite gruppi di agitatori inviati in Uzbekistan. Le linee brezneviane vennero mantenute e consolidate da Andropov e da Cernenko; essi intensificarono gli interventi contro i nazionalismi e la corruzione in Asia centrale, contro il dissenso e le influenze occidentali. Andropov morì nel febbraio del 1984 e Cernenko decise di affidare a slavi le cariche principali nelle Repubbliche centroasiatiche, colmando i campi di lavoro di prigionieri politici. Cernenko morì nel marzo del 1985, ricordando “l’immensa mole di lavoro da compiere per la strada verso il comunismo”. Strada che non ha mai distolto le donne di Samarcanda dal coricarsi, in era sovietica punibile con l’arresto, sotto un immenso reggi-corano attribuito al califfo ‘Uthman per propriziare la nascita di figli.

Islam ufficiale e islam “parallelo” in Asia centrale


di Riccardo Redaelli

 

L’islam oggi prevalente in Asia centrale è l’islam sunnita di rito hanafita, ossia della scuola giuridica che è considerata essere la più “aperta” e meno dogmatica fra le quattro scuole canoniche (madhab) sunnite (le altre tre sono la shafiita, la malikita e la hanbalita); fra i sunniti ex-sovietici, infatti, solo i dagestani - che sono però stanziati nel Caucaso - appartengono al madhab shafiita. Gli sciiti non rappresentano più del 1% della popolazione totale centroasiatica, e sono in maggioranza appartenenti alla corrente duodecimana, la religione ufficiale dell’Iran; vi è anche una comunità ismailita (ismailiti di rito naziri, fedeli all’Agha Khan), concentrata per lo più nella inaccessibile regione montuosa del Pamir-Badakhshan, nel Tajikistan orientale.
Come analizzato nell’articolo di Beatrice Nicolini, le politiche attuate da Mosca nei confronti dell’islam - per quanto ondivaghe e contradditorie - avevano puntato a “sclerotizzare” la fede religiosa e a ridurne il suo ruolo socio-politico con una duplice azione. Da un lato si cercò di imbrigliare la fede religiosa popolare attraverso la creazione di cinque Direzioni spirituali (dini nizaraty) legate al regime, con un esiguo corpo di dottori della legge e mufti rigidamente ancorati ad un islam sì ortodosso, ma anche attenti a evitare ogni interferenza con il regime in campo politico, giuridico e ideologico. Dall’altro lato, Mosca cercò di ridurre la fede e l’appartenenza a una data religione come a una mera tradizione culturale, un tratto caratteristico - e folkloristico - delle diverse comunità. Giocando volutamente con i termini “religioso” e “nazionale”, si è cercato in altre parole di declassare la religione a folklore e a pratica quotidiana, priva di caratteristiche sacrali e/o implicazioni ideologico-politiche. Per il regime comunista, Uzbeki, Kirghisi, Kazaki o Tajiki, per fare un esempio, erano popolazioni musulmane per tradizione storica, senza che questo implicasse una reale appartenenza religiosa, tanto che la frase “musulmano non credente”, era utilizzata nonostante la sua evidente contraddizione interna.
Ma l’islam centroasiatico è stato - ed è tuttora - ben più di questo islam ufficiale e formale: una delle caratteristiche più evidenti e di maggior rilevanza di questa regione, è infatti la diffusione e la penetrazione nella società di confraternite religiose (tariqa), che raggruppano adepti e discepoli attorno a un maestro, e che sono espressione di un islam “parallelo” rispetto a quello ufficiale, profondamente sentito dalle masse, legato anche a pratiche e culti eterodossi, come quello dei “santi” e del pellegrinaggio sulle loro tombe. Un islam a volte mistico, a volte sincretico, a volte legato a credenze magiche ancestrali, influenzato dal sufismo, che in Asia centrale ebbe un ruolo storico importantissimo.
Pur combattute e attaccate sia dal regime comunista che dagli esponenti dell’islam ufficiale ortodosso, le confraternite si sono diffuse capillarmente nella società centroasiatica, guidando spesso le cerimonie religiose fondamentali legate ai “riti di passaggio” tradizionali - nascita, morte, matrimonio, etc. - e perpetuando certe pratiche eterodosse come “guarigioni”, riti esoterici o danze mistiche. Ma proprio per la loro penetrazione sociale, per il prestigio dei loro maestri (shaikh, lett. anziano), per la loro organizzazione gerarchica e per la dedizione dei propri affiliati, le confraternite divennero anche un veicolo straordinario per catalizzare, organizzare e dirigere la protesta o il dissenso politico.
Fra le principali confraternite storicamente diffusesi in Asia centrale e ancora esistenti vi sono:
1. La Naqshbandiyyah, fondata nel XIV secolo dallo shaikh Baha’ ud-Din Nasqband, che da Bukhara si diffuse in tutto il mondo musulmano, divenendo rapidamente la più importante e diffusa confraternita sufi. Nel periodo sovietico è riuscita a sopravvivere con facilità, grazie alle sue caratteristiche popolari, di decentramento organizzativo, e per la sua “liberalità” dottrinale, che la rendono aliena da ogni fanatismo o intolleranza radicale. E’ particolarmente diffusa in tutta l’Asia centrale, nel Daghestan, nella Cecenia orientale e nel nrod dell’Azerbaijan.
2. La Qadiriyyah, fondata a Baghdad da Abdul Qader Ghilani nel secolo XII. Introdotta da mercanti in Asia centrale, questa confraternita venne soppiantata quasi completamente dalla Qadiriyyah nel corso dei secoli XIV e XV, anche se sembra sopravvivere nella vallata del Ferghana - uno dei luoghi della regione centroasiatica dove è più vivo il sentimento religioso islamico. Reintrodotta nel Caucaso - e in particolare in Cecenia e nell’Inguscezia - nel corso del XIX secolo, questa confraternità ha assunto via via caratteristiche sempre più radicali e anti-sovietiche (oggi anti-russe, come dimostra l’asprezza del conflitto russo-ceceno). Organizzata su di una base gerarchica molto rigida, la Qadiriyyah è oggi la confraternita più aggressiva, portatrice di un islam dogmatico e radicale, non privo di connotazioni xenofobe verso “l’Altro”.
3. La Yasawiya, fondata nella seconda metà del secolo XII nel Turkestan settentrionale. E’ oggi una confraternita fortemente minoritaria in Asia centrale, legata a pratiche e a rituali eterodossi, che coniugano i precetti sciaraitici con rituali e credenze preislamiche delle popolazioni turciche e turaniche storicamente insediatesi nel Turkestan.
4. La Kubrawiyyah, fondata a Khorezm da Najmuddin Kubra. Attiva durante il periodo mongolo nell’opera di conversione all’islamismo della popolazioni turaniche, è in pratica oggi assorbita dalla Naqshbandiyyah.

Ma a influenzare l’islam centroasiatico, caratterizzandolo con ben specifiche peculiarità, è stato anche il movimento del Giadidismo - da jadid, nuovo - un movimento di fine secolo XIX che mirava a innovare e conciliare islam e modernizzazione. Ispirato all’opera del tataro Ismail Bey Gasprinsky (1851-1914), questo movimento riformista si prefiggeva un rinnovamento politico, religioso, sociale e culturale delle popolazioni uralo-altaiche di tutta l’Asia centrale; la sua opera ha senza dubbio influenzato le élites culturali e politiche della regione, e fornisce oggi un modello/ideologia di riferimento per i nuovi governi centroasiatici, i cui leaders sono legati a una visione impolitica della fede islamica, e contrari a una radicale islamizzazione della società e delle leggi dei propri paesi.
Non mancano, come si dirà nel paragrafo seguente, gruppi e movimenti - fortemente minoritari in tutte le repubbliche, Tajikistan escluso - che professano un islam radicale e dogmatico, e che spingono per una piena adozione dei precetti sciaraitici; si tratta per lo più di gruppi legati alla Jama’at-i Islam o a gruppi wahhabiti guidati e finanziati dall’Arabia Saudita. Quest’ultimo paese, dopo il collassso dell’URSS, è stato fra i più attivi in Asia centrale, ma il suo islam conservatore e rigidamente ortodosso mal si concilia da un lato con la presenza di forti minoranze non musulmane (generalmente cristiani ortodossi), dall’altro con la natura sincretica ed eterodossa dell’islam centroasiatico, così influenzato da sufi, mistici, pratiche pre-islamiche, culto dei santi e pratiche magico-miracolistiche.

 

Quale ruolo per l’islam nell’Asia centrale indipendente?

di Riccardo Redaelli

La dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991 ha sicuramente modificato lo scenario nel quale il “fattore islam” si trovava a dover interagire, e ha ovviamente amplificato il suo possibile ruolo politico. L’islam, come è noto, non è solo una religione che attiene al cosidetto “foro interno” dell’individuo, come nell’Occidente contemporaneo, ma è anche un sistema socio-politico, è legge e fondamento giuridico.
Caduta l’ideologia comunista, le vecchie élites al potere in Asia centrale hanno trovato nel nazionalismo e nella comune fede religiosa una nuova ideologia di riferimento, capace di dare giustificazione ideologica al loro potere. Va detto che gli uomini al potere in Asia centrale - rimasti nella quasi totalità dei casi a capo anche dei nuovi stati indipendenti - sono espressione delle forze e degli equilibri politici tradizionali di quelle società. Essi non erano al potere in Asia centrale perchè comunisti; lo erano perchè rappresentavano i vertici tradizionali, sia feudali che tribali, delle loro comunità etnico-culturali. Per loro il comunismo era solo una maschera ideologica da indossare per giustificare e mantenere il potere, così come oggi lo sono il nazionalismo e l’islam.
Poco dopo l’indipendenza, però, tutti i leaders centroasiatici, da Karimov in Uzbekistan, a Niyazov in Turmenistan e in particolare il presidente del Kazakistan, Nazarbaev, hanno compreso che accentuare l’ideologia nazionalista o quella islamica in paesi caratterizzati da una forte pluralità di gruppi etnici in antagonismo fra loro, e con la presenza di minoranze slave appartenenti per tradizione al cristianesimo ortodosso, presentava forti rischi di disgregazione e di conflitto socio-politico. La sanguinosa guerra civile scoppiata in Tajikistan ha fornito in questo senso un esempio significativo: il conflitto ha miscelato le tradizionalità infra- e inter-etniche con la contrapposizione politica fra i gruppi ex-comunisti e i gruppi islamico-radicali, raggruppati per lo più nel Movimento della Rinascita islamica, dotato di grande seguito nelle province meridionali del paese. L’interferenza di mujaheddin afgani, il sostegno dato dall’Arabia Saudita ai movimenti islamici più dogmatici, l’acuirsi degli scontri tribali hanno provocato una drammatica escalation del conflitto, che ha visto l’intervento delle truppe di Russia, Uzbekistan, Kazakistan e Kirghisia a sostegno del governo di Dushanbe (la capitale tajika), legato agli ex-comunisti.
Questo conflitto, assieme al diffondersi - particolarmente in Uzkekistan e Kazakistan - di gruppi islamici politicamente aggressivi e di etno-nazionalismi contrapposti, ha spinto i governi centro-asiatici ad attuare una politica di moderazione e prudenza su questi argomenti. Del resto, un esodo della minoranza etno-russa - che costituisce la quasi totalità dei quadri tecnici e degli specialisti in questa regione - porterebbe al blocco delle attività produttive e alla paralisi economica di queste repubbliche.
Ma le maggiori paure dei vecchi leaders ceontrasiatici nei confronti del diffondersi di movimenti islamico-radicali derivano dal fatto che l’islam è oggi in tutto il mondo musulmano una potente ideologia di consenso/sostegno per le élites politiche, che permette la mobilitazione delle masse e fornisce una legittimazione politica trascendente. L’islam, e l’ideologia politica della “re-islamizzazione radicale “ delle locali società si tramuterebbe, e in parte lo ha già fatto, in un potente volano per raccogliere e mobilitare tutte le spinte protestatarie, le tensioni e le insoddifsfazioni presenti in paesi attraversati da una profonda, strutturale crisi economica e sociale come le repubbliche centroasiatiche.
La partecipazione alle preghiere comunitarie del venerdì, il digiuno del mese di ramadan, l’adesione formale ed esteriore ai precetti sciaraitici dei diversi presidenti/dittatori dell’Asia centrale va intesa come una accettazione ed evidenziazione delle tradizioni religiose delle rispettive popolazioni: ma è un’adesione meramente formale, a sottolineare la natura impolitica dell’islam ufficiale centroasiatico. Così come durante il periodo sovietico anche nelle nuove repubbliche indipendenti, l’islam ufficiale, riconosciuto e sostenuto dal governo, mantiene una forte dipendenza e una sudditanza dal potere, mentre continua ad essere guardato con sospetto - seppure in forme meno appariscenti del passato - l’islam parallelo, con le sue confraternite e le sue guide religiose.
Allorché, invece, l’islam diventi vera e propria ideologia di riferimento per partiti agenti nell’arena politica, scatta quasi ovunque la repressione. In Kazakistan i piccoli gruppi islamico-radicali sono banditi, così come vietata è l’attività del partito nazionalista e islamico Alash e della Lega Musulmana. Moschee e scuole coraniche sono state poste dal presidente Nazarbaev sotto il suo diretto controllo ideologico, tramite la creazione di un Dipartimento per le relazioni con le associazioni religiose presso gli uffici della presidenza della repubblica.
In Turkmenistan, Niazov ha favorito l’ingresso nel paese di studiosi e mullah turchi - la Turchia