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Missione: il Travaglio della Crescita
di Aldo Giannasi
Come inizia una missione? Come nasce una nuova comunità cristiana? Quali motivazioni orientano la scelta di uomini e donne verso il cristianesimo? E quale la parabola della loro crescita? P. Aldo Giannasi risponde a queste domande raccontando i primordi e il cammino di una piccola comunità in Mali, Kolokani. E’ un’esperienza particolare e limitata, ma che contiene elementi comuni a tante altre comunità missionarie. Nascita e crescita sono lente, discontinue, non senza regressioni, ma animate dalla ricerca di un continuo confronto tra la cultura locale e il Vangelo vivo. Un’avventura che interpella la Chiesa in Italia.
GLI INIZI LENTI
15 Marzo 1970, a Kolokani (Mali). Scrivo nel
diario: “Pasqua di Risurrezione. Questa notte 15 catecumeni
adulti hanno ricevuto il battesimo, 11 uomini e 4 donne. Sono
i primi neofiti della missione, fondata cinque anni fa, nel
1965. Non sono i 3000 della Pentecoste a Gerusalemme e
sociologicamente hanno poco peso, ma lo Spirito potrà fare di
loro il grano di senape evangelico”.
Ero appena arrivato a Kolokani, dopo un semestre passato in
una missione vicina, alla scuola di lingua. Mi esprimevo con
difficoltà e soprattutto capivo poco quando la gente mi
rivolgeva la parola. Tutto era nuovo per me. Guidato dal P.
Kermasson, fondatore della parrocchia e dal catechista Marcel,
cominciai senza indugio a prendere contatto con il variegato
ambiente della regione e a scoprire l’attività della
missione in cui avrei passato quasi 13 anni, inframezzati da
periodi di assenza, fino al 1991.
Il Beledugù
La regione, di cui Kolokani è il capoluogo,
porta un nome che la definisce a pennello: si chiama Beledugù,
il paese della ghiaia. E ghiaia e sabbia si trovano
dappertutto. Il suolo è poco fertile e molto permeabile: l’acqua
non vi stagna, ma penetra rapidamente negli strati più
profondi rinforzando così il fenomeno della siccità,
frequente in savana. I coltivatori vivono e lavorano in un
ambiente a loro ostile in cui la sopravvivenza è sempre una
scommessa.
La zona assegnata dal Vescovo alla missione di Kolokani è
vasta quanto la regione Veneto, ma poco abitata. Un censimento
degli anni ‘80 vi contava 170.000 abitanti, distribuiti in
280 villaggi, con un solo grosso agglomerato, Kolokani, che
accoglie 10.000 persone.
La popolazione non è omogenea: vi sono Mauritani, Marka, Peul
seminomadi e soprattutto Bambara, in grande maggioranza
agricoltori la cui lingua dà una certa unità all’insieme
delle etnie. Che tutto sommato, vivono rapporti di buon
vicinato.
Religiosamente la popolazione è divisa fra musulmani ed
animisti. I Mauri, i Marka e i Peul sono tutti islamizzati da
lunga data. L’islam è per loro un carattere distintivo del
gruppo etnico. Un giovane peul ha chiesto invano, per anni, al
padre il permesso di farsi cristiano: “Non saresti più un
peul, tradiresti la nostra razza”, era la risposta.
I Bambara restano invece in buona parte animisti. La loro vita
è permeata di religiosità: Dio fa parte del loro orizzonte
quotidiano, ma resta un essere lontano. Tra lui e l’uomo ci
sono gli spiriti, impersonati dai feticci, i geni e altre
forze con le quali si sentono in rapporto e che propiziano o
allontanano con riti ancestrali e sacrifici. Molti e profondi
sono gli elementi positivi di questa religione tradizionale,
nei quali il cristianesimo si trova a proprio agio. Ma
esistono anche altri aspetti che pongono problemi scabrosi. Si
tratta soprattutto delle società segrete, strutturate attorno
al feticcio, esclusivamente maschili, che diventano strumento
di terrore sulla donna e mezzo di potere all’interno della
società. L’animismo resta forte nei villaggi, mentre nei
centri commerciali scompare o comunque si nasconde di fronte
all’islam onnipresente. Gli anziani affermano che il
passaggio dei Bambara all’islam, nella regione, è inziato
al tempo della colonizzazione negli anni venti. Continua anche
oggi: l’islam detiene un primato indiscutibile a livello
centrale. Quando un animista va a vivere in città, fuori del
proprio ambiente, finisce per prendere un nome musulmano e si
considera tale, anche se la sua religione resta di fatto una
simbiosi tra le credenze tradizionali e l’islam locale.
Il lavoro missionario
Questo l’ambiente della missione al momento
della fondazione: non vi era che un piccolo gruppo di una
ventina di cristiani, quasi tutti uomini, divisi tra due
villaggi. Erano stati battezzati a Faladyè, da dove i
missionari in passato partivano per visite di contatto nella
regione.
Il cristianesimo rimaneva sconosciuto come contenuto del
messaggio, ma erano conosciuti e stimati i sacerdoti. Negli
anni ‘60, sempre a partire dalla missione vicina, avevavano
lanciato qua e là delle cooperative agricole, per dar forza e
voce ai coltivatori e il dispensario di Faladyè accoglieva e
curava gli ammalati grazie all’abnegazione di un gruppo di
Suore Bianche. L’apertura della missione, nel 1965, è stata
salutata con entusiamo da tutti: la cittadinanza di Kolokani
aspettava una scuola cattolica, come tante nel paese di cui
tutti parlavano bene. Speravano di veder nascere un’attività
di educazione sanitaria di base. L’insieme dei coltivatori
sentiva nei Padri una presenza rassicurante e fraterna, un
punto di appoggio e di riferimento.
E l’attività missionaria? Un esempio: un giorno si presenta
alla missione un infermiere della Provincia. Vuole parlarmi.
“Ho conosciuto i missionari altrove”, mi dice, “avevano
una biblioteca che frequentavo”. E’ un primo contatto che
mi porta a conoscere quasi tutti gli infermieri del posto.
Dotati di una buona preparazione tecnica, desideravano
progredire, partecipare a dei concorsi... Li aiutai a mettersi
in contatto con una libreria francese di testi di medicina.
Non molto dopo si presentarono anche alcuni maestri alla
ricerca di testi di pedagogia. Si creava così una rete di
conoscenze in cui il fervore della ricerca si accompagnava all’amicizia,
agli scambi in tutti i campi: scienza, politica, educazione,
religione. Erano quasi tutti musulmani e alcuni di loro
avevano frequentato le scuole cattoliche. Si sentivano a loro
agio perchè non avevano mai subito pressioni sul piano
religioso. Si confidavano spesso sui loro problemi personali,
le prospettive per il futuro, i progetti di matrimonio, i
rapporti con la famiglia. Durante il mese di Ramadan, venivano
a volte alla missione per rompere il digiuno di fine giornata,
rito che si compie normalmente in casa propria o di amici.
Nei villaggi della savana i Padri portavano avanti la stessa
azione: conoscere la gente, le loro difficoltà concrete,
cercare con loro e tentare qualche iniziativa di piccole
dimensioni. In tutti i campi. Un villaggio voleva lanciare un
gruppo di alfabetizzazione? Si rivolgeva alla missione per
sapere come fare, dove trovare il materiale necessario
(lavagna, sillabari...). In seguito erano contenti di essere
visitati e incoraggiati. In campo agricolo cercavano sementi
precoci, rese necessarie dalla siccità incalzante, sementi
per l’orticoltura... Trovavano sempre informazioni e
collaborazione. Per tutte queste iniziative esistevano servizi
governativi che lavoravano in alcuni villaggi. Ma la gente
aveva bisogno di parlare, in un clima di parità e di
libertà. Ne abbisognavano soprattutto gli adulti,
disorientati dai profondi cambiamenti sociali che
sconvolgevano la loro vita tradizionale e il loro mondo. La
loro scuola funzionava male e creava disagio: ”La penna
uccide la zappa”, ripetevano spesso. L’emigrazione verso
la città e la mobilità dei giovani rimettevano in causa i
valori della grande famiglia. L’arroganza del Partito unico
travalicava l’autorità dei capivillaggio. Diventava sempre
più forte l’emarginazione dei contadini dalla vita del
paese, divenuto indipendente...
In questo clima di conoscenza reciproca nasceva la fiducia e l’amicizia.
Tutti sapevano che i Padri erano portatori di un messaggio
nuovo. E alcuni domandavano di conoscerlo. Come lo avevano
conosciuto quei pochi cristiani presenti in mezzo a loro e
quelli più numerosi della vicina missione di Faladyè. E c’era
anche la presenza visibile della piccola Chiesa maliana (1%
della popolazione) che li impressionava. Alla capitale, il
vescovo Luc Sangaré, primo presule africano, parlava a volte
alla radio, soprattutto in occasione di capodanno davanti al
Presidente: con rispetto e coraggio sapeva farsi voce dei
coltivatori, delle donne, degli operai, di quelli che dovevano
sempre tacere.
Attrattive per una scelta
Non era intenzione dei missionari esercitare
pressioni di qualunque genere sulla gente o anche solo
persuadere. Essa stessa si presentava spontaneamente per
conoscere il messaggio cristiano. Poco a poco. I primi 15
Bambara, dopo 4 anni di catecumenato, furono battezzati nel
1970. Da allora ogni anno un gruppo di circa 20 adulti si
aggiunge alla piccola comunità nascente, fino agli anni ‘80.
Poi si passa a una media di 50, fino a toccare un massimo di
100 nel 1988, dopo di che i battesimi diminuiscono.
Nel 1991 la parrocchia, grazie alle conversioni di adulti e al
battesimo dei loro figli, ha circa 1500 fedeli. Una cifra
modesta senz’altro. Nel paese bambara non si è mai
assistito a conversioni di massa. Nessun villaggio è passato
in blocco al cristianesimo, raramente anche tutta una
famiglia. Le piccole comunità cristiane o catecumenali che si
sono formate nei villaggi possono contare 10, 20, 30 fedeli.
Essi convivono spesso sotto lo stesso tetto, assieme a
famigliari animisti o musulmani.
Le motivazioni della loro scelta?
All’inizio non sono sempre state molto chiare. I primi a
muoversi generalmente sono piccoli gruppi di giovani sui 20
anni. Accanto ad un vago interesse per il cristianesimo, c’è
a volte il desiderio di alfabetizzarsi, di uscire dal mondo
chiuso e tradizionale del villaggio, di affrancarsi dall’autorità
pesante degli anziani. In questo desiderio di evasione credono
di poter contare sui Padri e sulla loro influenza. Questi
gruppi, dopo un anno o due di catecumenato, si sfaldano
rapidamente, quando arrivano ad una conoscenza minima del
messaggio cristiano. Fatto sorprendente, al loro posto, nello
stesso villaggio, si presentano invece altri che si sentono
attratti dal Vangelo, di cui ormai tutti parlano nelle lunghe
veglie serali dopo le istruzioni del catechista.
Non manca la tentazione dell’interesse nella scelta:
diventare cristiani può assicurare vantaggi materiali,
soccorsi in tempi di siccità, aiuto nella malattia... Anche
questo equivoco si dissipa abbastanza presto, sia col
progredire della formazione che con l’esperienza, quando
scoprono che la parrocchia in tempo di calamità rivolge le
proprie cure a tutti, senza privilegiare i catecumeni.
Man mano che il tempo passa e che i cristiani aumentano, le
motivazioni si affinano per diventare più propriamente
religiose e personali.
Ogni anno i battezzandi fanno un mese di preparazione
immediata, prima di Pasqua. Durante quel periodo rivedono l’insieme
della fede cristiana: come messaggio e come impegno di vita.
Durante 10 anni, nel corso di questo ritiro, ho chiesto ad
ognuno dei candidati la ragione per cui era entrato nella
Chiesa. Nel clima di conversione che vivono, generalmente
parlano con molta sincerità e immediatezza. Spesso li ha
conquistati l’esempio di un cristiano. Una donna: “La mia
vicina da quando è cristiana, ha pietà di chi soffre,
consola chi è nella pena, sostiene chi è scoraggiato. Voglio
diventare come lei”. Un uomo: “Fodè era violento ed
arrogante. Dal battesimo in poi è migliorato. Dà la parola,
sa ascoltare, chiede scusa quando offende. Che cosa ha potuto
cambiarlo?”. La persona di Gesù, le sue parole, il suo
comportamento conquistano molti. Per le persone che vivono nel
terrore degli spiriti, dei feticci, della cattiva sorte,
Cristo è il liberatore. Tante volte affiora la riflessione:
“Cristo ci ha liberati dalle paure. Possiamo contare su di
lui”. Un giorno un gruppo di donne va a far visita alle
amiche di un villaggio vicino, con cui sono imparentate, e
parlano con entusiasmo del catecumenato di cui fanno parte da
due anni. Un Padre poco tempo dopo sente gli echi: “Gesù ci
ha tirati fuori dalle tenebre. Ora sappiamo donde veniamo e
dove andiamo. E’ la luce del mondo”. Dopo la siccità un
villaggio, in cui non ci sono cristiani, manda una
delegazione: vogliono un catechista. Davanti alla perplessità
non dissimulata del missionario, affermano senza mezzi termini
che non sono venuti per poter contare ancora sui soccorsi
della missione in caso di disastro. Vogliono conoscere la
radice di quella compassione che prende a cuore tutti, senza
distinzione di religione e di razza.
La traversata del deserto
Terminata la festa di Pasqua era bello vedere
la partenza dei neofiti per le loro case. Gli uomini in
bicicletta, le donne a piedi con il bagaglio in testa,
preparato con cura e gusto. Erano contenti. Salutavano con
gioia. Sembravano realizzare quell’immagine del cristiano di
missione che una certa letteratura missionaria ha diffuso e
che resta radicata anche oggi: il convertito che ha fatto il
passo e vive la vita nuova con fervore e generosità, esempio
per i fratelli cristiani d’Europa, rassegnati e tiepidi.
Anch’io avevo quell’impressione nei primi anni. Avrei
dovuto ricredermi però. La realtà è un’altra.
Il neobattezzato ha passato il Mar Rosso, con il battesimo,
per uscire, come gli Ebrei della prima Pasqua, dalla casa di
schiavitù verso la Terra Promessa. Ma anche per lui c’è la
traversata del deserto in vista, con tutte le sue tentazioni e
le sue prove. Dure, difficili. Come nel nostro ambiente.
Certo il neofita arriva al battesimo dopo quattro anni di
catecumenato: durante quel periodo ha già scoperto tante
realtà della vita cristiana, ha già cercato di vivere alcuni
atteggiamenti interiori. E spesso, ma non sempre, ha accanto a
sè un piccolo gruppo di altri cristiani e catecumeni. Ma il
passo resta nuovo e irto di scogli.
La sua vita si svolge in mezzo ad una maggioranza di animisti
e di musulmani che non sanno nulla del cristianesimo. In
famiglia, come nel villaggio, il neofita non ha davanti a sè
modelli di comportamento cui ispirarsi. Non ha genitori
cristiani, nè anziani che con il loro esempio lo sostengono e
lo incoraggiano. Deve cercare egli stesso come porsi in un
ambiente che vive com’è sempre vissuto. Dopo il momento
forte della conversione pasquale, in cui l’ideale gli è
apparso chiaro e bello, si riscopre con le sue tendenze, le
sue fragilità e i suoi limiti. La vita cristiana può
apparirgli allora come un peso che non grava sulle spalle dei
suoi vicini.
La tentazione dei feticci resta forte. Il suo passato di
animista non è scomparso a livello emotivo. Per tutti gli
avvenimenti della vita concreta: nascita, matrimonio, decesso,
ma anche semina, feste e soprattutto in caso di malattia, ci
sono riti nel villaggio cui tutti partecipano. Astenersene
vuol dire mettersi in margine e prendere il rischio di essere
colpito da disgrazie. La preghiera cristiana personale o di
gruppo non può sostituirli all’improvviso. I segni
cristiani e i sacramentali come l’acqua benedetta, le
processioni, le invocazioni per la guarigione, domandano tempo
per essere conosciuti, compresi, adattati. Ci sono aspetti
positivi nei riti animisti, ma c’è un discernimento serio
da fare, soprattutto per quanto si agganciano al culto del
feticcio e alle società segrete. Là c’è una deviazione
della fede del cristiano da Cristo liberatore verso gli
spiriti.
E ci sono i legami di sangue che parlano forte, a volte più
dell’acqua del battesimo. I giovani di un villaggio si
organizzano per una spedizione punitiva contro un altro per
vendicare un grave torto. I cristiani vi prendono parte,
pensano di non doversi sottrarre per solidarietà.
Se gli animisti di solito non manifestano diffidenza verso i
nuovi convertiti, i musulmani li guardano con una certa
ostilità e non mancano di far pesare su di loro atteggiamenti
di superiorità. Si tratta in generale di “colpi di spillo”
che rendono amara la vita dei cristiani. Ma non mancano atti
più gravi: una famiglia musulmana scopre che la figlia è
promessa sposa a un cristiano. Senza ambagi gli intima di
lasciar la propria fede e davanti al rifiuto del giovane,
rompe il fidanzamento.
Solo, incompreso nel proprio ambiente, fragile come gli altri,
il cristiano si domanda a volte a che cosa è servito il
battesimo per cui ha lottato per anni. E’ un passaggio
difficile.
Di fronte a questa realtà ho riletto con nuovi occhi le
lettere di San Paolo ai primi cristiani. Erano anch’essi
giovani convertiti, avevano accolto il messaggio dalla bocca
stessa degli Apostoli, eppure passavano per le tentazioni e le
cadute di cui la Scrittura si fa eco. E’ la traversata del
deserto, dove l’uomo si ritrova debole, ma dove si dispiega
la forza dello Spirito che sostiene la crescita attraverso l’azione
della Comunità.
RICERCA CRISTIANA
La Comunità di base
Non sono mancate le defezioni fra i primi
convertiti: alcuni sono ritornati di fatto all’animismo,
altri sono passati all’islam. La maggioranza è rimasta
fedele. E l’aiuto è venuto soprattutto dalle piccole
comunità di base che hanno cominciato a strutturarsi, di
propria iniziativa, fra molte esitazioni.
Anche per i missionari è stata una scoperta relativamente
nuova. Da sempre ci si atteneva alla semplice “tournée”
(visita). Il sacerdote cercava di visitare sovente i singoli
cristiani o le piccole comunità. Amministrava i sacramenti,
predicava, incoraggiava. Ma il lavoro si è allargato a
macchia d’olio. Negli anni ‘80 erano già una settantina i
villaggi che avevano piccoli gruppi di cristiani o catecumeni.
Come andare dappertutto con strade impossibili, grandi
distanze, personale limitato? Bisognava pensare la comunità
in un modo nuovo: non come dipendente dal sacerdote, ma
autonoma e capace di volare con le proprie ali.
Certo c’era un catechista nel villaggio o nelle vicinanze.
Quasi sempre un giovane non sposato (lo si è già notato: i
primi convertiti erano ventenni) preparato al Centro diocesano
di formazione, ritenuto per questo l’”uomo dei Padri”.
La sua età, segnalano presto i cristiani, lo emargina dal
consiglio del villaggio, composto da soli anziani.
Così si è passati progressivamente ad una visione più
articolata e più ministeriale della comunità. E’ stata una
ricerca lunga, fatta in comune tra sacerdoti e fedeli, in
numerosi incontri che si svolgevano alla missione. Nessuno
aveva la bacchetta magica per trovare soluzioni.
Il metodo di lavoro poggia su due capisaldi. L’esame della
società bambara che fornisce modelli interessanti e radicati
nella cultura locale da una parte e il Vangelo e la tradizione
ecclesiale dall’altra. Questa disamina ha fatto vivere senza
dubbio a cristiani e missionari una delle esperienze più
ricche e piene di novità. Non sono mancati i tentennamenti, i
dubbi, gli errori. Ma si è trattato di un periodo fecondo che
ha gettato le premesse per una vita cristiana radicata nella
terra d’appartenenza e che può fare dei fedeli gli attori
della loro propria crescita.
La scoperta dei ministeri
Non tutte le comunità hanno saputo o potuto
percorrere la strada intrapresa, ma almeno in un certo numero
si è arrivati a orientare la vita del piccolo gruppo su
alcuni ministeri non ordinati.
Il primo di cui si è sentita la necessità è stato quello
del capo comunità. Dove non era il giovane catechista ad
esercitarlo, era il primo cristiano battezzato, secondo l’usanza
tradizionale che valorizza sempre e innanzitutto l’età. Si
dava però il caso di persone che non avevano la stoffa umana
e la fede necessarie per farlo.
Nel tracciarne il ruolo, cristiani e Padri si sono ispirati al
capo villaggio locale che è chiamato a fare l’unità della
sua gente, a conservare la pace e a dare a tutti
considerazione e diritto di parola. Completato però con gli
insegnamenti del Nuovo Testamento: il responsabile cristiano
ha il compito di tenere viva la fede e di vegliare alla
celebrazione comunitaria, di sostenere chi è in pericolo, di
richiamare “con ogni pazienza e longanimità” coloro che
sbagliano. Senza fagocitare gli altri ministeri.
Nell’85 inizia una campagna di sensibilizzazione per
giungere alla scelta del capocomunità attraverso il consenso
dei fedeli e la proposta in carica per tre anni, rinnovabili.
Soluzione laboriosa perchè si trattava di un modello nuovo e
inedito. Tanti cristiani l’ hanno vissuta come una
sconfessione e ne hanno sofferto. Con un risultato piuttosto
deludente: a conti fatti, nella maggioranza dei casi sono
stati riconfermati i vecchi responsabili. Il peso della
tradizione è forte.
Si è aperta almeno una prima falla in un sistema chiuso. La
semplice possibilità di essere scelto di nuovo o respinto
dopo tre anni ha scosso il torpore di molti. Le discussioni e
le riflessioni sul loro ruolo hanno avuto un impatto positivo
e rinnovatore. L’invio è stato dato, il tempo farà il
resto.
In un ritiro chiuso i capicomunità sono stati preparati e
ufficialmente investiti della loro carica. Si è provveduto
anche ad avvertire i capi villaggio della loro nomina. Il
capocomunità deve rappresentare i cristiani di fronte al
consiglio degli anziani del villaggio e curare rapporti di
fraternità e collaborazione con loro, domandando però
contemporaneamente la libertà necessaria per il culto, le
feste e le usanze cristiane. In risposta a questo gesto certi
villaggi hanno accordato pubblicamente ai fedeli il diritto
del riposo domenicale, su piede di parità con gli animisti
che si fermano il lunedì e con i musulamani, il venerdì.
Il catechista non è stato messo da parte, ma la sua carica si
è incentrata più chiaramente sull’animazione spirituale
dei cristiani e sull’istruzione dei catecumeni.
La novità
Ed è passato il principio che ogni villaggio
deve provvedere a scegliere e a mandare al Centro Diocesano un
suo catechista. Grossa novità anche questa. Nel passato erano
i Padri a scegliere il catechista che si considerava appunto
il loro “uomo”, dalla parte del clero, un impiegato della
missione da cui aspettava una retribuzione. Ora è
innanzitutto l’uomo della comunità che lo sceglie a partire
da quello che è e che fa. Ed è chiamato a rispondere, non
solo ai sacerdoti, ma anche alla comunità stessa del suo
operato. Il suo lavoro è benevolo e tocca ai cristiani dargli
una mano per compensarlo per il servizio che offre alla
comunità. E’ comprensibile che questa svolta abbia causato
reazioni vivaci. Il cammino è solo iniziato.
Se per il catechista è necessaria una preparazione di almeno
due anni in diocesi, per un altro ministero: gli animatori
della preghiera, la missione ha provveduto alla formazione sul
posto. Una comunità che non celebra la propria fede alla
domenica e non si riunisce spesso per pregare assieme finisce
per perdere la propria vitalità e la propria identità. Si è
chiesto ai villaggi di scegliere uomini motivati per l’animazione
liturgica e di mandarli per quattro periodi di formazione
durante l’anno alla missione. Lavoro arduo! Si tratta di
giovani appena alfabettizzati, che leggono e scrivono con
difficoltà.
Il lavoro è stato comunque progressivo: in un primo momento
sono stati preparati per animare il rosario, poi la lettura di
qualche testo biblico e infine la celebrazione domenicale
senza sacerdote. Per questo sono stati elaborati testi scritti
di facile lettura. L’an-imatore ha avuto anche l’iniziazione
alla “regia” della celebrazione perchè si svolga con
dignità e stile: abito, riti, canti...
I risultati sono stati lenti e numerosi gli insuccessi. L’animatore
ha bisogno di tempi lunghi per acquisire un solido bagaglio di
cultura biblica, teologica, liturgica. La predicazione è
interamente scritta nel testo, ma una lettura sensata domanda
conoscenze che non si possono improvvisare. Là dove il
capocomunità e il catechista hanno stimolato e sostenuto l’animatore
si è arrivati ad una celebrazione quasi regolare.
Sul piano dell’attività caritativa e sociale, come per il
ruolo della donna, la comunità locale ha portato avanti una
riflessione e una ricerca, che merita più spazio.
IL MATRIMONIO DELLA DONNA
La fede assunta personalmente prende
significato in tutti gli aspetti della vita, ma diventa
difficile in due realtà particolarmente importanti: il
matrimonio e il ruolo della donna.
Il matrimonio
Nella società bambara, il matrimonio è
regolato dalla grande famiglia clanica ed è esclusivamente in
mano agli anziani. Essi lo decidono in base a criteri
tradizionali di alleanza con altri clan cui son legati da
sempre. L’aspetto religioso cristiano non entra in linea di
conto. Ne sono ignari d'altronde.
Il problema della dote è fattore essenziale per la validità
e la stabilità del matrimonio. Si tratta di una quantità di
beni o di denaro da versare alla famiglia della sposa, per
risarcirla della persona che perde. Nel passato, affermano i
vecchi, era di piccola entità e aveva soprattutto lo scopo di
onorare i futuri suoceri, ma ora è diventata onerosa e
fiscale. La deve pagare il clan, ma quando esso non può, è
compito del futuro sposo e ne diventa la preoccupazione più
grande. Prende anni e anni.
Durante questo tempo, la famiglia della sposa, permette
periodi di convivenza tra i due futuri. Non è, come si pensa
spesso, un matrimonio di prova e tanto meno una forma di
indulgenza verso il disordine morale. E’ un atto ufficiale,
fatto alla luce del sole che comporta una vita coniugale
normale, ma discontinua. I due futuri hanno spesso dei
figlioli. Solo quando la dote è pagata in totalità la
convivenza è stabile e definitiva. E si celebra con
solennità il matrimonio.
La comunità cristiana si è trovata davanti a una situazione
spinosa. Dapprima la prassi suggeriva di arrivare alla
celebrazione del matrimonio, appena i due futuri
sperimentavano la prima convivenza. Ma la dote è un’usanza
troppo radicata, per essere ignorata. Quando insorgevano
difficoltà tra i coniugi, la grande famiglia si ritirava
perchè erano state disattese le tradizioni degli antenati.
Il matrimonio cristiano si trovava ad essere marginale e quasi
insignificante per la piccola comunità cristiana, immersa in
una società animista e musulmana. Da qui la necessità di un
cambiamento di rotta. Che dà inizio a una lunga riflessione
in cui oltre ai cristiani e ai missionari è coinvolto il
vescovo che prende le decisioni con coraggio e lungimiranza.
Quale soluzione?
Si giunge, non senza lacerazioni, ad
accettare il cammino matrimoniale a tappe, fatto nella
dignità e sotto gli occhi degli anziani, cercando di ridurlo
come tempo, parando agli abusi dei suoceri, spesso esosi.
Viene chiesto però ai futuri sposi di astenersi dai
sacramenti finchè il matrimonio non è celebrato
cristianamente: questo per sottolineare che la Chiesa non si
riconosce del tutto in questa prassi che è destinata a
cambiare.
Sul piano pastorale la parrocchia ha organizzato settimane di
preparazione al matrimonio per i fidanzati, impegnati nel
cammino a tappe. Nel giro di dieci anni si sono presentate
più di cento coppie.
Durante otto giorni, i missionari, affiancati da una coppia
africana preparata ad hoc presentano la catechesi del
sacramento a partire dalla realtà vissuta nell’ambiente per
arrivare a una prospettiva cristiana: amore, fedeltà,
formazione religiosa dei figlioli... Le suore infermiere
assicurano un’in- formazione sulla padronanza della
fecondità, mentre il medico e l’ostetrica della provincia,
curano gli aspetti medici e sanitari. Anche il giudice della
regione è invitato a parlare del codice maliano sul
matrimonio. Questi ultimi collaboratori, tutti musulmani, sono
accuratamente contattati in precedenza.
I risultati del nuovo orientamento sono notevoli. Innanzitutto
i fidanzati si sentono accolti dalla Chiesa in uno stato di
vita che per loro è normale e accettabile. E c’è la
scoperta del matrimonio cristiano che ritrova il suo spessore
e diventa una realtà importante e desiderata. Tornando, ne
parlano nei loro villaggi e suscitano l’interesse dei
vicini. Giudice, ostetrica, medici... non nascondono la loro
ammirazione in pubblico tra i funzionari statali. Il prefetto
dice un giorno a un Padre: “Voi preparate il Malì del
futuro”.
La celebrazione del sacramento avviene subito dopo la festa
tradizionale. Con un marcato carattere religioso, senza il
peso ingombrante di banchetti e feste. Ed è il coronamento
che integra e sorpassa una tradizione viva e ancora radicata.
La missione al femminile
Le donne sono entrate nella Chiesa a semplici
unità nei primi anni della missione. E’ comprensibile: non
godono dell’autonomia di movimento degli uomini ed in
parrocchia c’erano soltanto i Padri.
Cominciano a sentirsi a proprio agio quando arrivano le Suore
ed i contatti si moltiplicano, facilitati dalla buona
conoscenza che le Suore hanno della lingua locale. Con una
progressione regolare entrano al catecumenato ed arrivano al
battesimo. Dal 1984 sono numerose quanto gli uomini e negli
anni successivi li sorpassano: nel’88 su 91 neofiti, le
donne sono 47.
Più sensibili degli uomini alla pratica religiosa, si
mostrano assidue alla preghiera comunitaria e personale. Con
la loro presenza danno alle comunità cristiane quell’elemento
di stabilità e di completezza che non potevano avere con i
soli uomini, soprattutto giovani.
Ma come tutte le loro sorelle bambara, al di là del servizio,
si tengono indietro, lasciando agli uomini il compito di
dirigere e decidere anche ciò che le riguarda personalmente.
Su questo punto Padri e Suore iniziano una campagna di
sensibilizzazione volta a far scoprire il loro ruolo all’interno
della Chiesa. Un primo incontro, si svolge nell’81 e dura
tre giorni. E’ animato da P. José Morales. Sono quasi un
centinaio: il numero stesso dà loro entusiasmo. Colgono
presto, intuitivamente, le attese della comunità cristiana
nei loro riguardi. Si tratta di essere partecipi della
crescita cristiana, chiamate ad esprimersi, a riflettere, a
decidere assieme agli uomini. Fanno seguito altri incontri
misti, in cui prendendo la parola in pubblico, si esprimono su
tutti i settori della vita cristiana. Portano una visione
della realtà famigliare e di villaggio che completa quella
degli uomini e a volte la contesta. Pronte ad accusarsi, ma
anche ad accusare le reazioni interessate e l’ignavia degli
uomini, quando si trincerano dietro le sacrosante tradizioni
ancestrali: dare ad es. le figlie in spose a poligami o a
persone che mettono in pericolo la loro fede. O continuare a
lasciare l’educazione dei figli cristiani in mano , secondo
l’usanza, alle nonne che li crescono nella paura degli
spiriti.
Ogni comunità di base finisce per avere la propria
responsabile, incaricata anche, a titolo speciale, della cura
degli ammalati e dell’aiuto ai poveri. Arrivano al Consiglio
pastorale, che con la loro presenza diventa uno strumento
competente per riflettere e decidere sui problemi e gli
orientamenti della parrocchia.
Fra loro si manifestano i primi veri esempi trascinanti di
vita spirituale profonda. Marcellina riceve il battesimo già
anziana. E’ lebbrosa e cammina a fatica. I cristiani la
venerano e si raccomandano alle sue preghiere. E quando essi
in una riunione affermano troppo facilmente la coincidenza del
culto animistico dei morti e di quello cristiano, precisa con
singolare senso evangelico: “Noi Bambara veneriamo solo i
morti che hanno avuto successo materiale nella vita,
ricchezza, salute. Agli occhi di Cristo contano innanzitutto
quei defunti che hanno vissuto la fede, la bontà, l’amore”.
Se un giorno la comunità cristiana passerà un momento di
stanchezza o di perdita di ideale, è sulla donna che potrà
forse contare per riprendere quota. Se un uomo sbaglia, dice
un loro proverbio, la donna può raddrizzarlo...
CAMMINO IN SALITA
La missione ha avuto fin dagli inizi l’unico scopo di vivere vicina alla gente, cercando per quanto possibile di condividerne i problemi e le speranze. Le inziative sono nate man mano da questo tipo di presenza rispettosa e attenta.
Molto presto sono emerse le preoccupazioni di fondo dei coltivatori della savana come l’ acqua, l’educazione sanitaria, l’alfabetizzazione... I missionari hanno cercato di impegnarsi direttamente e di impegnare in seguito la comunità nascente. Non è stato facile, perchè spesso lo sforzo di costruire è stato frenato e quasi vanificato da disastrose siccità.
Nessuno ha voluto la siccità
La prima stagione delle piogge anomala si verifica nel 1970. Bene o male i coltivatori vi fanno fronte. Ma quando si ripete nel 74 si ha presto coscienza che si tratta di una immane calamità. La maggioranza della popolazione resta letteralmente senza nulla: finite le scorte dell’anno precedente, distrutte quelle dell’anno in corso. Davanti alle sofferenze delle vittime, bisogna agire. I missionari fanno appello alle Caritas europee che intervengono con prontezza e si organizzano i soccorsi. La missione non è sola a far fronte all’emergenza, ma è senz’altro la più rapida, la più efficiente e, di fronte alla gente, la più affidabile.
I missionari e pochi cristiani vi lavorano con alacrità. Malgrado gli sforzi restino al di sotto delle necessità, riescono ad alleviare le sofferenze più gravi.
Gli abitanti del Beledugù sono sempre stati riconoscenti verso i missionari per gli interventi, diretti a tutti indistintamente, col solo criterio prioritario dell’indigenza.
Ma ciò ha concorso anche a dare alla gente un’immagine della missione che non era quella voluta. L’affluenza degli aiuti ha indotto molti a pensare che essa abbia mezzi finanziari solidi e sia destinata ad intervenire con doni continui. E’ una convinzione dura a scomparire, anche perchè altre siccità sono seguite, in particolare quella durata due anni dall’83 all’85 di cui sono stato testimone. Durante quel periodo la missione ha fatto arrivare quasi 1400 tonnellate di derrate alimentari nonchè quantitativi importanti di medicine e vitamine.
Nessuno ha voluto la siccità e quando è in atto, il più elementare sentimento umano e cristiano impegna tutte la proprie forze per strappare alla morte o comunque alle sofferenze il maggior numero di persone possibili. Ma ancora una volta la tentazione è grande per i cristiani e per i non cristiani di credere che la Chiesa disponga di mezzi inesauribili.
Pochi sono riusciti a capire che gli aiuti venivano da persone spesso modeste, ma che corredavano la loro fede con gesti generosi di fraternità. Questa mentalità è rinforzata dalla realtà che vive oggi l’Africa, sempre alla ricerca di finanziamenti esterni, a causa dei suoi macroscopici problemi.
Non sono mancati riflessi negativi sui cristiani. Hanno frenato l’impegno di prendere in mano il funzionamento della comunità per le spese correnti e per l’aiuto ai bisognosi. Troppo facilmente in caso di disgrazie o di urgenze ci si rivolge alla Caritas parrocchiale, prima di tentare di risolvere le difficoltà a proprio livello.
E’ un ostacolo serio nella crescita della missione. Una reazione sana a questa mentalità da parte di fedeli volonterosi si sta facendo strada, pur fra mille difficoltà.
Rimboccare le maniche
E’ stata la Gioventù rurale di Azione cattolica (JAC) che ha dato l’esempio. Iniziata nell’80 da P. Vittorio Bonfanti ha orientato la propria formazione all’impegno per lo sviluppo pagando di persona e stimolando gli abitanti dei villaggi a rimboccarsi le maniche.
Una delle conseguenze della siccità è la mancanza di acqua nei pozzi. Dopo ripetuti tentativi si è scoperto che le piccole dighe in argilla e pietre, riempite dalle piogge di stagione riforniscono in modo quasi miracoloso le falde freatiche e riempiono i pozzi. A seguito delle prime esperienze positive sono decine i villaggi che ne chiedono la costruzione. I giovani della JAC insegnano la tecnica semplice e alla portata di tutti e prestano man forte agli abitanti.
Il loro comportamento durante i lavori ha suscitato non poche simpatie.
“Lavorano forte, dice un capovillaggio all’inaugurazione della diga, rispettano gli anziani, hanno un comportamento degno. Se i nostri giovani vorranno diventare cristiani come loro, ne saremo fieri”.
Un’altra direttiva della loro azione è stata l’educazione sanitaria di base e la prevenzione della malaria attraverso la diffusione del chinino. In questo settore hanno trovato la collaborazione fattiva delle donne, pronte a mettere insieme i loro magri risparmi per l’acquisto delle medicine.
Le cappelle e la chiesa madre.
Quando fu fondata la missione, c’erano solo due cappelle in tutto il territorio. Piccole. Ma le comunità sono andate crescendo in numero e ampiezza e la vita liturgica necessita luoghi adatti e funzionali.
Oggi sono una trentina le cappelle di villaggio e sono senz’altro un segno di impegno e di vitalità.
Uomini e donne si sono dati da fare per metterle in piedi impastando i mattoni in terra battuta prima, poi costruendole con l’aiuto del muratore della parrocchia.
Ad eccezione delle lamiere del tetto, il cui prezzo va al di là delle possibilità del piccolo numero dei cristiani, tutto il resto è stato fornito da loro. Ricordo una comunità, Faasa, che si mise all’opera in piena carestia nell’84. I passanti, musulmani e animisti, a volte si fermavano ad aiutare: “Questa chiesa intercederà per noi tutti. Ci dà coraggio”, dicono. Io ricordo una bella chiesa romanica del Casentino in quel di Firenze, dell’undicesimo secolo, sulla quale il prete che la costruì assieme al popolo scrisse: “Tempore famis”: questa chiesa è stata messa in piedi al tempo della grande carestia!
Dopo le chiese, la chiesa madre. La parrocchia non è nata con la chiesa: aveva una sala per la piccola comunità del centro. Quando c’erano raduni di cristiani, le celebrazioni si facevano all’esterno sotto l’ombra accogliente dei grandi cailcedrati nel cortile della missione. Ma la costruzione del luogo di culto si rendeva necessaria e i cristiani la chiedevano. Nell’85, durante la veglia pasquale, all’esterno appunto, il vento Harmattan strappa le tovaglie dall’altare e intorbida l’acqua battesimale.
E’ la goccia che fa traboccare il vaso.
L’anno seguente la chiesa madre esce da terra, grazie all’aiuto coraggioso e generoso di un gruppo di volontari italiani di Frassinoro (MO), Verona e Vicenza, che uniscono le loro forze ai cristiani di Kolokani e in 9 mesi di lavoro indefesso, distribuiti dall’86 al 91, completano l’opera.
La costruzione suscita entusiasmo e ammirazione: un commerciante cristiano ne sente parlare lungo le vie del traffico fino in Mauritania. La partecipazione del popolo cristiano è buona, ma non può esprimersi al di là del trasporto della sabbia e delle pietre: il lavoro è troppo specializzato per permettere una partecipazione più larga. Una decina di giovani locali affiancano i muratori italiani che dedicano loro tempo e attenzione. Alla fine dell’opera sono iniziati all’essenziale dell’arte e possono da soli costruire casette con una tecnica nuova più solida e moderna.
Un segno che la missione è ormai consolidata: la costruzione della chiesa suscita simpatia e incoraggiamento dalle autorità e dalla popolazione. Senza distinzione di religione. Viene il prefetto, ma anche il capovillaggio tradizionale di Kolokani: “I posteri diranno che questa chiesa è stata costruita quando io ero capo. Appartiene a noi tutti”.
UN SUPPLEMENTO D'ANIMA
Il presente articolo non può ovviamente rendere ragione di tutta la varietà e la complessità della nascita e della crescita di una comunità cristiana nel Sahel. Gli aspetti sottolineati però suggeriscono alcune riflessioni.
La crescita è lenta e non uniforme: si realizza a sbalzi ed è soggetta a tutti i condizionamenti umani, cui è soggetto qualunque altro gruppo. Ma per un occhio che crede, c’è una guida invisibile, lo Spirito, che attraverso e al di là delle leggi sociologiche conduce per vie proprie la comunità in cammino.
Come nella vita di una persona, così anche in quella della comunità non mancano esitazioni e regressioni. In questo senso, ancora una volta, la storia della parrocchia di Kolokani sfata il mito delle giovani cristianità, esempio di perfetti credenti. Nell’86, in un periodo di relativa assenza dei sacerdoti, il gruppo caritativo della parrocchia crolla: sparisce il miglio dal magazzino, il danaro fugge... Al missionario che cerca di indagare, un cristiano avvertito dice: “Non indaghi troppo”! Effettivamen- te vi erano implicati stretti collaboratori della mis-sione. Dopo una pausa lunga e difficile, i trasgressori si presentano, chiedono perdono, si dichiarano pronti a riparare. Lo sbaglio c’è stato, ma i cristiani non si rassegnano e si rimettono in causa coraggiosamente.
Allora, ci si può domandare, è come dappertutto? Sì e no. E’ vero che le grandezze e le miserie esistono là come qui. Ma è certo che si ha a che fare con la prima generazione di convertiti, quelli che hanno pagato di persona la loro adesione a Cristo e per i quali il battesimo è ancora una realtà vicina. Sono pronti a gesti di coraggio e ad ammettere che hanno fatto strada falsa.
Quale funzione presenta una comunità come quella di Kolokani?
Mi sembra duplice, se si guarda all’Africa o alle vecchie cristianità.
L’Africa attraversa oggi una crisi senza precedenti nella storia. Non è solo una crisi economica e sociale, è una crisi di umanità tout court: il popolo ha la sensazione di una deriva inedita, accentuata dalla lacerazione delle solidarietà tradizionali legate al clan ed al villaggio e dalla marginalizzazione del Continente. In questa situazione la comunità cristiana, malgrado i propri limiti, può rappresentare una speranza, perchè decisa a reagire all’immobilismo, capace di riflettere e di rimettersi in causa. Desiderosa di orientarsi all’ideale evangelico di una famiglia che fa posto a tutti i membri favorendone la realizzazione. Può portare veramente un supplemento d’anima.
Ma la comunità di Kolokani con la sua storia di alti e bassi, può suggerire qualcosa anche alle nostre comunità italiane. Su un altro piano viviamo anche noi la situzione di una comunità nascente. Perchè il mondo cambia rapidamente - i sociologi dicono che cambiamo di secolo ogni dieci anni! - e ci si trova davanti a situazioni nuove in cui la ricerca di un comportamento cristiano che parta dalla base e dal Vangelo è d’obbligo. Se si vuol conservare una chiesa viva e non condannata a sparire. La ricerca della piccola comunità di Kolokani nel campo dei comportamenti di ogni giorno e nel campo dei ministeri non ordinati, partita dalla necessità di camminare con le proprie forze fin da principio, può essere di stimolo nella nostra Chiesa, in cui il clero diminuisce a vista d’occhio. E’ il momento dei laici, si ripete, ma non si fa il passo per formare, attraverso l’azione, nuovi ministri che sappiano animare soprattutto quelle parrocchie che ormai dal sacerdote non ricevono più che rare e rapide visite, per ritrovare una vita cristiana comunitaria articolata e ricca di iniziative d’avvenire.
La provocazione che ci viene dalla missione, la vedrei piuttosto in questo senso: la missione è partita di qui per arrivare in Africa, ora dall’Africa ritorna arricchita dai doni dello Spirito e parla alle Chiese.
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