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La testimonianza di un Griot
di Maddalena Masutti
Sotigui Kouyaté, nato ad Ouahabou (Burkina
Faso) appartiene ad un'antica famiglia di Griot, (casta dei
cantastorie) che hanno il compito di leader nel ricordare e
trasmettere gli usi e costumi degli antenati. Divenuto uno
degli attori universalmente più qualificati, Kouyaté ha
lavorato in alcuni film africani come protagonista, nel ruolo
appunto del Griot.
Tra la sua gente
Sotigui Kouyaté pensa al suo villaggio, a
200 km. dalla capitale Ouagadougou, come ad un luogo di
pace. C'è una moschea in terracotta, la più antica
dell'Africa, considerata da chi si aggira nei paraggi come un
luogo sereno per lo spirito e capace di ristorare il corpo
dalla grande arsura.
Qualcosa caratterizza il personaggio e il suo ambiente. Appena
libero da impegni cinematografici, Kouyaté, che ha
soggiornato in Francia, Svizzera, Stati Uniti, India, ama
tornare a Ouahabou e arrivando, non prende alcuna direzione se
non si presenta prima al saggio del villaggio. Ciò gli
permette di sostare subito dopo, in profondo raccoglimento,
sulla tomba di colui dal quale egli ha appreso la maggior
parte dei segreti della serenità e della saggezza. Lì,
lontano da sguardi indiscreti, riposa uno dei suoi padri
spirituali a cui rimane molto affezionato. Gira poi nel
villaggio per salutare personalmente tutti: giovani e anziani,
uomini, donne e bambini. "Non ci si nobilita senza gli
altri!".
Griot da padre in figlio
"Quello che sono e quello che faccio, lo
devo a mio Padre", risponde a chi vuol conoscere le basi
della sua cultura. "Ci tengo però a sottolineare che
nell'Africa Occidentale e nel Sahel, vengono spesso dette le
stesse cose in lingue diverse. Dovunque sono rispettati gli
anziani e gli stranieri. E c'è molto in comune anche nelle
tradizioni dei Griot nonostante si ami rispettare il proprio
specifico patrimonio. Io non so fino a quale generazione
risalga la mia famiglia dei Kouyaté. I Griot esistevano prima
dell'impero mandingo nel XIII secolo. Costituiscono una casta,
non però alla maniera di quelle indiane che hanno ciascuna
una connotazione di superiorità o di inferiorità. Da noi il
termine casta indica la distinzione dei ruoli. Ci sono dei
griot come ci sono dei fabbri e dei tessitori. Il loro compito
è sempre stato quello di insegnare, ma in modo da rendere presente la storia. Da costituirne la memoria, tenendo viva
l'identità del Continente. In passato i griot erano
consiglieri del re, maestri di cerimonia, ma durante la
colonizzazione il loro ruolo è stato mal compreso e
declassato. I colonizzatori li consideravano come gente che
viveva alle spalle altrui. Motivo per cui i giovani griot che
frequentavano le scuole dei Bianchi si sono sentiti
complessati ed hanno abbandonato la professione dei loro
padri".
Nel sacro il grande segreto
L'apprendistato dura una vita. Non ha il
marchio tipico di una scuola con tempi quotidiani da
rispettare. Ogni momento e la più piccola circostanza possono
costituire l'occasione buona per insegnare e per imparare.
Bisogna guardare molto, osservare. In silenzio. Ci sono cose
che il padre può spiegare ed altre sulle quali si limita a
dire: "Un giorno capirai". Si è portati così a
riflettere, con molta calma fin dalla più giovane età. E non
solo sugli uomini. Ha grande importanza la natura. Che è non
solo viva e capace quindi di un rapporto sentito, ma anche
ricca di forze di una potenza straordinaria. "Io sono
stato abituato a non sedermi su una pietra senza chiederle di
poterlo fare e se mi pongo all'ombra di una albero, non me ne
vado senza ringraziare. Sono stato talmente abituato che non
lascio nemmeno la camera d'albergo senza dire: grazie!"
Il forte rapporto esistente tra l'uomo e la natura è
deducibile anche dal fatto che i nomi propri di persona fanno
spesso riferimento agli alberi o agli animali. "Il mio
nome Sotigui significa: colui che possiede un cavallo. Indica
non tanto il possesso, quanto la relazione di appartenenza e
amicizia". Di solito c'è un'ignoranza assoluta nei
confronti della natura. Ne è prova il fatto che quando essa
si scatena, ci troviamo del tutto disarmati. Questa ignoranza
dà un senso sacro alle cose.
"Ma per me personalmente, 'sacro' equivale ad 'inviolabile',
che non può essere quindi profanato. Va al di là di quanto
fa parte dei riti, perchè 'sacro' è ciò che sta all'origine
di tutte le cose e non soltanto degli uomini. Si può
contestare, anche disprezzare tutto, ma non la propria
origine. Non per nulla le persone che hanno problemi di
identità, sono tra coloro che soffrono maggiormente".
L'africano lega alla natura non solo la propria origine, ma
anche la propria religione."Io sono musulmano, lavoro con
cristiani e indù. Apprezzo molto le loro religioni, le
rispetto, leggo i loro libri sacri. Ma sono religioni,
compresa la mia, importate per noi Africani". Dice di
sentire un legame potente e permanente con gli elementi della
natura, che permettono una grande unità tra spirito e corpo,
religione e scienza, religione e medicina, religione ed arte.
Ha ereditato parecchie erbe da Babou-lou Bathiono, il saggio
che viveva al suo villaggio. E' depositario di un rimedio per
il quale anche gli ospedali gli mandano i loro ammalati e
tutta la sua famiglia li prende in cura. Le piante di cui gli
è stato svelato il segreto, gli sono state richieste anche
dal Centro Nazionale (francese) della Ricerca Scientifica.
Dalla natura anche l'arte
Sotigui ha lavorato nel film del regista
Moustafa Diop: "Le Médecin de Gafiré". Data la sua
sensibilità e la sua cultura egli fatica a giustificare il
timore e addirittura il disprezzo che i moderni medici
intellettuali coltivano nei confronti anche della medicina
tradizionale "seria". Creando gravi disagi pure dal
punto di vista religioso. "In realtà, dice, i medici
devono fare passi notevoli per penetrare i segreti della
tradizione e valorizzarne la portata. Io mi domando di
continuo se ciò che è nuovo e segna davvero un progresso, è
capace di comprendere ciò che viene tanto disprezzato solo
perchè non risponde a novità".
Nel film "Mahabarata" di Peter Brook, Sotigui,
assume un ruolo tra i più difficili e, secondo la critica,
sicuramente tra i più riusciti. Deve impersonare un eremita
indiano, Para-shourama, talmente unito a Dio, da far pensare
che la sua sia un'incarnazione di Vishnou. Questi, assieme a
Brahma e Shiva costituisce la trinità divina induista e
Visnou prende sembianze umane quando grandi catastrofi
minacciano la terra.
"Il poema indiano "Ma-habarata", dice Sotigui,
è la chiave di tutta la filosofia umana. Ma quando ho preso
atto del ruolo che mi era assegnato, rimasi profondamente
turbato. Informato della mia indecisione, Peter Brook mi
lasciò riflettere e trovare la soluzione da solo. Fu allora
che presi atto, come per un dono del cielo, della mia anima
africana. Non dovevo fare altro che aggiungere maggiore
energia a quella che mi era stata concessa". Dal momento
che nulla avviene per caso dice la sua gente, e ci sono solo
circostanze buone o cattive, "perchè non provare,
pensò, proprio nella recitazione a far vibrare Dio il più
possibile dentro di me? Non ha realmente ciascun uomo in sè
qualcosa di divino?" Più tardi venne a conoscenza di una
leggenda indiana che lo gratificò molto.
Agli albori dell'umanità tutti avevano Dio nel proprio animo.
Ma gli uomini ne abusarono al punto che il Dio supremo decise
di togliere loro la parte di divinità e nasconderla.
Convocate le divinità inferiori, chiese consiglio: dove
relegarla per sottrarla del tutto all'occhio umano? Primo
suggerimento: nelle profondità della terra! Non serve,
osservò il Dio supremo. Prima o poi gli uomini la troveranno.
Dopo vari tentativi, non rimase che la profondità del mare.
No! La troverebbero sicuramente. Ma il Dio supremo non aveva
alcun progetto? "Sì, rispose. La nasconderò nell'uomo
stesso". E' per quello che egli va esplorando da sempre
la terra, il cielo, il mare, in cerca di qualcosa che si trova
solo dentro di sè.
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