AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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La testimonianza di un Griot

di Maddalena Masutti

Sotigui Kouyaté, nato ad Ouahabou (Burkina Faso) appartiene ad un'antica famiglia di Griot, (casta dei cantastorie) che hanno il compito di leader nel ricordare e trasmettere gli usi e costumi degli antenati. Divenuto uno degli attori universalmente più qualificati, Kouyaté ha lavorato in alcuni film africani come protagonista, nel ruolo appunto del Griot.

 

Tra la sua gente

Sotigui Kouyaté pensa al suo villaggio, a 200 km. dalla capitale Ouagadougou, come ad un luogo di pace. C'è una moschea in terracotta, la più antica dell'Africa, considerata da chi si aggira nei paraggi come un luogo sereno per lo spirito e capace di ristorare il corpo dalla grande arsura.
Qualcosa caratterizza il personaggio e il suo ambiente. Appena libero da impegni cinematografici, Kouyaté, che ha soggiornato in Francia, Svizzera, Stati Uniti, India, ama tornare a Ouahabou e arrivando, non prende alcuna direzione se non si presenta prima al saggio del villaggio. Ciò gli permette di sostare subito dopo, in profondo raccoglimento, sulla tomba di colui dal quale egli ha appreso la maggior parte dei segreti della serenità e della saggezza. Lì, lontano da sguardi indiscreti, riposa uno dei suoi padri spirituali a cui rimane molto affezionato. Gira poi nel villaggio per salutare personalmente tutti: giovani e anziani, uomini, donne e bambini. "Non ci si nobilita senza gli altri!".

 

Griot da padre in figlio

"Quello che sono e quello che faccio, lo devo a mio Padre", risponde a chi vuol conoscere le basi della sua cultura. "Ci tengo però a sottolineare che nell'Africa Occidentale e nel Sahel, vengono spesso dette le stesse cose in lingue diverse. Dovunque sono rispettati gli anziani e gli stranieri. E c'è molto in comune anche nelle tradizioni dei Griot nonostante si ami rispettare il proprio specifico patrimonio. Io non so fino a quale generazione risalga la mia famiglia dei Kouyaté. I Griot esistevano prima dell'impero mandingo nel XIII secolo. Costituiscono una casta, non però alla maniera di quelle indiane che hanno ciascuna una connotazione di superiorità o di inferiorità. Da noi il termine casta indica la distinzione dei ruoli. Ci sono dei griot come ci sono dei fabbri e dei tessitori. Il loro compito è sempre stato quello di insegnare, ma in modo da rendere presente la storia. Da costituirne la memoria, tenendo viva l'identità del Continente. In passato i griot erano consiglieri del re, maestri di cerimonia, ma durante la colonizzazione il loro ruolo è stato mal compreso e declassato. I colonizzatori li consideravano come gente che viveva alle spalle altrui. Motivo per cui i giovani griot che frequentavano le scuole dei Bianchi si sono sentiti complessati ed hanno abbandonato la professione dei loro padri".

 

Nel sacro il grande segreto

L'apprendistato dura una vita. Non ha il marchio tipico di una scuola con tempi quotidiani da rispettare. Ogni momento e la più piccola circostanza possono costituire l'occasione buona per insegnare e per imparare. Bisogna guardare molto, osservare. In silenzio. Ci sono cose che il padre può spiegare ed altre sulle quali si limita a dire: "Un giorno capirai". Si è portati così a riflettere, con molta calma fin dalla più giovane età. E non solo sugli uomini. Ha grande importanza la natura. Che è non solo viva e capace quindi di un rapporto sentito, ma anche ricca di forze di una potenza straordinaria. "Io sono stato abituato a non sedermi su una pietra senza chiederle di poterlo fare e se mi pongo all'ombra di una albero, non me ne vado senza ringraziare. Sono stato talmente abituato che non lascio nemmeno la camera d'albergo senza dire: grazie!"
Il forte rapporto esistente tra l'uomo e la natura è deducibile anche dal fatto che i nomi propri di persona fanno spesso riferimento agli alberi o agli animali. "Il mio nome Sotigui significa: colui che possiede un cavallo. Indica non tanto il possesso, quanto la relazione di appartenenza e amicizia". Di solito c'è un'ignoranza assoluta nei confronti della natura. Ne è prova il fatto che quando essa si scatena, ci troviamo del tutto disarmati. Questa ignoranza dà un senso sacro alle cose.
"Ma per me personalmente, 'sacro' equivale ad 'inviolabile', che non può essere quindi profanato. Va al di là di quanto fa parte dei riti, perchè 'sacro' è ciò che sta all'origine di tutte le cose e non soltanto degli uomini. Si può contestare, anche disprezzare tutto, ma non la propria origine. Non per nulla le persone che hanno problemi di identità, sono tra coloro che soffrono maggiormente". L'africano lega alla natura non solo la propria origine, ma anche la propria religione."Io sono musulmano, lavoro con cristiani e indù. Apprezzo molto le loro religioni, le rispetto, leggo i loro libri sacri. Ma sono religioni, compresa la mia, importate per noi Africani". Dice di sentire un legame potente e permanente con gli elementi della natura, che permettono una grande unità tra spirito e corpo, religione e scienza, religione e medicina, religione ed arte. Ha ereditato parecchie erbe da Babou-lou Bathiono, il saggio che viveva al suo villaggio. E' depositario di un rimedio per il quale anche gli ospedali gli mandano i loro ammalati e tutta la sua famiglia li prende in cura. Le piante di cui gli è stato svelato il segreto, gli sono state richieste anche dal Centro Nazionale (francese) della Ricerca Scientifica.

 

Dalla natura anche l'arte

Sotigui ha lavorato nel film del regista Moustafa Diop: "Le Médecin de Gafiré". Data la sua sensibilità e la sua cultura egli fatica a giustificare il timore e addirittura il disprezzo che i moderni medici intellettuali coltivano nei confronti anche della medicina tradizionale "seria". Creando gravi disagi pure dal punto di vista religioso. "In realtà, dice, i medici devono fare passi notevoli per penetrare i segreti della tradizione e valorizzarne la portata. Io mi domando di continuo se ciò che è nuovo e segna davvero un progresso, è capace di comprendere ciò che viene tanto disprezzato solo perchè non risponde a novità".
Nel film "Mahabarata" di Peter Brook, Sotigui, assume un ruolo tra i più difficili e, secondo la critica, sicuramente tra i più riusciti. Deve impersonare un eremita indiano, Para-shourama, talmente unito a Dio, da far pensare che la sua sia un'incarnazione di Vishnou. Questi, assieme a Brahma e Shiva costituisce la trinità divina induista e Visnou prende sembianze umane quando grandi catastrofi minacciano la terra.
"Il poema indiano "Ma-habarata", dice Sotigui, è la chiave di tutta la filosofia umana. Ma quando ho preso atto del ruolo che mi era assegnato, rimasi profondamente turbato. Informato della mia indecisione, Peter Brook mi lasciò riflettere e trovare la soluzione da solo. Fu allora che presi atto, come per un dono del cielo, della mia anima africana. Non dovevo fare altro che aggiungere maggiore energia a quella che mi era stata concessa". Dal momento che nulla avviene per caso dice la sua gente, e ci sono solo circostanze buone o cattive, "perchè non provare, pensò, proprio nella recitazione a far vibrare Dio il più possibile dentro di me? Non ha realmente ciascun uomo in sè qualcosa di divino?" Più tardi venne a conoscenza di una leggenda indiana che lo gratificò molto.
Agli albori dell'umanità tutti avevano Dio nel proprio animo. Ma gli uomini ne abusarono al punto che il Dio supremo decise di togliere loro la parte di divinità e nasconderla. Convocate le divinità inferiori, chiese consiglio: dove relegarla per sottrarla del tutto all'occhio umano? Primo suggerimento: nelle profondità della terra! Non serve, osservò il Dio supremo. Prima o poi gli uomini la troveranno. Dopo vari tentativi, non rimase che la profondità del mare. No! La troverebbero sicuramente. Ma il Dio supremo non aveva alcun progetto? "Sì, rispose. La nasconderò nell'uomo stesso". E' per quello che egli va esplorando da sempre la terra, il cielo, il mare, in cerca di qualcosa che si trova solo dentro di sè.