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SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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MIGRAZIONI ED EVANGELIZZAZIONE

di Bruno Mioli

Parlare di evangelizzazione a proposito dei migranti, non vuol dire cercare in tutti i modi di far proseliti, profittando della loro fragilità psicologica ed economica. Vuol dire innanzitutto riconoscere le sorelle e i fratelli cristiani che vivono tra di essi, aprirsi a loro e far loro posto nelle nostre comunità. Vuol dire accogliere e lasciarsi interpellare dagli altri credenti fra i migranti (buddisti, musulmani...) che possono provocarci a riscoprire aspetti disattesi della nostra fede. Evangelizzazione è pure offerta umile e rispettosa del Messaggio attraverso la testimonianza e, se richiesti, anche attraverso la parola.

 

Un seminario a Roma (28/02/96)

“Areopago di Evangelizzazione” è il titolo del seminario di studio svoltosi a Roma il 28 febbraio ‘96, a cura dell’Ufficio Immigrati della Fondazione Migrantes. Titolo che - a prima vista - pare più abuso che uso di un termine coniato da Giovanni Paolo II e collocato nella Redemptoris Missio là dove vengono presentate nuove “aree culturali”. “Il mondo della comunicazione” ad esempio. Il paragrafo sulle migrazioni cade immediatamente prima, dove si parla di “mondi e fenomeni sociali nuovi”.
Comunque anche le migrazioni sono di fatto aree culturali tipiche. E aperte all’evangelizzazione, sono anch’esse areopago, semmai un aeropago mobile.
“Fra le tante mutazioni del mondo contemporaneo, dice l’Enciclica, le migrazioni hanno prodotto un fenomeno nuovo: i non cristiani giungono assai numerosi nei Paesi di antica cristianità, creano occasioni nuove di contatti e scambi culturali, sollecitando la Chiesa all’accoglienza, al dialogo, all’aiuto e, in una parola, alla fraternità”.
Il discorso viene ripreso quasi alla lettera verso la conclusione dell’Enci-clica, al n. 82. Strana questa ripetizione? La direi davvero intelligente e provvidenziale, sia per la sua collocazione sotto il titolo “Nuove forme di cooperazione missionaria”, sia per la chiara allusione “all’annuncio diretto” possibile anche in emigrazione.
Il documento, tutto proiettato in avanti, tanto da essere chiamato la “Magna charta per la missione del duemila”, non manca di uno sguardo storico, risalente alle origini della Chiesa, per confermarci che le migrazioni “sono certo una opportunità per vivere e testimoniare la fede”. Infatti “nei primi secoli il cristianesimo si diffuse soprattutto perchè cristiani , viaggiando e stabilendosi in regioni in cui Cristo non era stato annunciato, testimoniavano con coraggio la loro fede e vi fondavano le prime comunità” (n. 82).
In altre occasioni il Papa torna su questo argomento. Nel 1990 dedica per intero un messaggio per la Giornata mondiale delle migrazioni, invitando tutta la Chiesa a “considerare il contributo specifico che i migranti, proprio per la loro posizione, sono chiamati a dare alla diffusione del Regno di Dio nel mondo”.
Già nella lettera, “Chiesa e mobilità umana” (1978), la Pontificia Commissione per la pastorale delle migrazioni, ricordava che “i migranti diventano anche oggi apostoli del Vangelo con la loro testimonianza e l’emigrazione si traduce in favorevole occasione per dilatare il Regno di Dio”.

 

Migrazioni e missione

Chi legge attentamente la lettera “Chiesa e mobilità umana” avvertirà senza fatica che la S. Sede in essa, come in altri documenti precedenti, benchè abbia presente tutto il mondo cattolico, tiene sott’occhio in particolare la grande emigrazione italiana, che, specialmente in America, ha esercitato “un notevole influsso nella nascita e nello sviluppo di nuove Chiese”.
Dunque le “migrazioni missionarie” non sono invenzione di oggi, sono un’esperienza di Chiesa vissuta per secoli. Ma non parte da zero nemmeno la riflessione su questo evento “missionario”. Da qualche anno anzi questa riflessione si fa sempre più esplicita e vivace.
Viene vivamente puntualizzata nel Convegno Missio-nario nazionale di Verona del 1990.
In quello indetto dalla CEI nel giugno 1993 sulla “Post-quam Apostoli”, si è accostata la “missio ad gentes” alla “missio ad migrantes” non per annacquare lo specifico della missione ad gentes, ma per affermare altre forme di risposta al compito missionario della Chiesa.
Da qualche anno il Direttore della Migrantes è inserito nel Consiglio Mis-sionario CISM (Conferenza Italiana Superiori Maggiori), dove ripetutamente il tema migratorio è affrontato in ottica missionaria. Il 9 febbraio ‘96 in un incontro CIMI (Conferenza Istituti Missio-nari Italiani) si è riflettuto seriamente sul rilancio dell’impegno missionario, in contesto migratorio, da parte degli Istituti per definizione specifica “Missionari”. Il tema dunque incomincia ad essere all’ordine del giorno.
Anche i Direttori delle riviste missionarie si sono incontrati per fare il punto su questo argomento. Colgo da Avvenire del 29 dicembre ’95 la simpatica autocritica: “Troppo silenzio sull’emergenza stranieri”. In effetti è un’autocritica che fa onore; chi non sta sulla breccia, chi non vive con passione un problema ha poca autocritica da farsi, vive tranquillo la sua formula di mediocrità. “Quanto all’assistenza spirituale degli immigrati, dice un missionario, le iniziative introdotte qualche anno fa non sono decollate e il problema deve farci pensare. Le prostitute nigeriane a Torino, per esempio, sono in maggioranza cattoliche e il nostro disinteresse nei loro confronti potrebbe addirittura vanificare l’opera dei Confratelli che lavorano in Nigeria. Come, infatti, annunciare in Africa il Vangelo di salvezza e di fraternità se poi qui tolleriamo che le ragazze siano inserite in un giro di sfruttamento e di schiavitù?”. E’ un fatto che fa riflettere.

 

Pensando alla Pentecoste

Nei documenti citati non mancano spunti per dare un’impostazione teologica ed ecclesiologica alla “missionarietà” delle migrazioni. Tuttavia il seminario del 28 febbraio ‘96 non intendeva tanto sviluppare una riflessione teologica, quanto fare una constatazione esistenziale. Voleva avere una panoramica di quanto sta accadendo oggi sotto i nostri occhi. Cogliendolo alla luce della fede come “Kairòs”, come segno dei tempi. Per trarne conseguenze valide e aggiustare il tiro sul piano pastorale nelle Chiese locali.
I partecipanti, circa una sessantina, erano suf- ficientemente rappresentativi di un mondo pastorale molto vasto: uomini e donne, sacerdoti, suore e laici, appartenenti di Istituti, Riviste missionarie, della Migrantes diocesana, regionale e nazionale, della Caritas nonchè di altri organismi e associazioni ecclesiali.
Prendendo a “raccontare” ciò che succede nel nostro quotidiano incontrarci con gli immigrati, è venuto spontaneo ripensare all’ambiente della chiesa primitiva, rivivere in un certo senso i “magnalia Dei” della prima Pentecoste. Quando il primo discorso missionario era rivolto da Pietro a una massa di gente dalle tante lingue e tante razze. La Chiesa è nata da questo vasto assortimento di umanità non residenziale, dunque in un contesto di mobilità e di pluralismo etnico, linguistico, religioso che si ripete ora dove si ammassano migranti.
Quei primi ascoltatori della parola, ritornando ai loro Paesi, sono certamente diventati i primi missionari del Vangelo. Allo stesso modo dei profughi della prima persecuzione di Gerusalemme, che “dispersi nelle regioni della Giudea e della Samaria..., andavano per il paese e diffondevano la Parola di Dio” arrivando “fino alla Fenicia, a Cipro e ad Antiochia”, sempre predicando la Parola. Non è causale questa connessione tra il primo annuncio della Parola e la situazione di mobilità odierna.

 

La “valenza” missionaria

La valenza missionaria è stata presentata sotto molteplici aspetti nati dagli interventi dei partecipanti, dalle loro considerazioni pratiche e dalle loro esperienze concrete. Ricordiamo i principali.

1 - La missione viene a noi.

Fino a qualche anno fa essere missionari significava uscire dalla propria terra, “andare in missione” ad gentes. Ora anche “le genti” si muovono e vengono a noi. P. Marco della Società Missioni Africane di Genova, riconosce che si stenta a prendere coscienza di questa situazione, anche da parte degli Istituti Missionari. Si teme che il fatto nuovo possa diventare motivo o pretesto per rallentare l’impegno per la tradizionale missione ad gentes. Per fortuna i missionari stanno superando questo timore. Una breccia si sta aprendo anche nelle diocesi.
A Genova è stato chiesto ai missionari di lasciare alla Caritas il “servizio delle mense”, per dedicarsi “alla predicazione”, ossia al servizio più strettamente pastorale fra i nuovi arrivati. E’ importante che sia la diocesi a prendere coscienza del suo dovere apostolico verso gli immigrati e chieda ai missionari non di sostituirla, ma di sostenerla in questo compito pastorale. E’ il pensiero chiaramente espresso dalla citata Lettera Enciclica: “Anche in Paesi cristiani si formano gruppi umani e culturali che richiamano la missione ad gentes, e le Chiese locali, anche con l’aiuto di persone provenienti dai Paesi degli immigrati e di missionari reduci, devono occuparsi generosamente di queste situazioni”. Quel che si dice di Genova, lo si può ripetere fortunatamente per Napoli, Torino, Roma, Palermo e altre città.

2 - La testimonianza della carità.

Spesso rimane l’unica via di annuncio. Interessante, a proposito, il racconto di Sr. Margherita delle Missionarie Francescane di Maria sulla presenza ventennale della sua comunità fra i musulmani tunisini e ora anche bosniaci a Mazara del Vallo (Trapani). Motivata unicamente dalla gioia del servizio; gioia di sentirsi chiamare e con un certo affetto “sorelle” da oltre cinquemila adoratori di Allah.
Non c’è alcuna previsione e nessun progetto di “conversioni”. Si vuol parlare di Cristo a questi fratelli e mostrare loro un volto autentico di Chiesa con il semplice contatto umano, caldo di servizio e di amicizia.
Altrettanto convincente la testimonianza delle tre Suore Orsoline di Breganze che, per scelta di Congregazione, hanno lasciato fiorenti opere al Nord per farsi presenti e disponibili fra le immigrate, la maggioranza africane, nel casertano, quasi nell’epicentro della camorra e della prostituzione. Queste suore si sentono sul fronte missionario non meno di chi è nella felice condizione di annunciare il Vangelo e usare di frequente l’acqua battesimale. La testimonianza della carità ha in sè una potente carica salvifica ed apre le porte del Regno.

3 - Iniziative di dialogo.

Il dialogo quotidiano rimane per lo più implicito nella testimonianza della carità.
C’è di tanto in tanto il dialogo ad alto livello condotto da gente esperta e spesso ufficialmente incaricata.
C’è anche il dialogo intermedio, fatto da gente informata ma non necessariamente specializzata, dialogo che si fa esplicito ed ha luogo con una certa frequenza e spontaneità soprattutto nelle case di accoglienza e nei centri di ascolto gestiti da volontari di ispirazione cristiana. Ne ha parlato in modo convinto e convincente il Gesuita P. Francesco De Luccia del Centro Astalli.
Parecchi tra i presenti hanno dato conferma di questa possibilità di dialogo sincero, autentico, in rispettosa attenzione gli uni degli altri.
Non è utopia questo dialogo, nemmeno con i musulmani: non tutti sono ermeticamente chiusi nella loro cultura, nei loro pregiudizi sul cristianesimo, resistenti a qualsiasi scalfittura e, tanto meno, sono radicati in un irriducibile fondamentalismo politico e religioso.
Se si riesce a creare un rapporto cordiale e schietto, senza venature polemiche, se con gesti di amicizia e di servizio disinteressato si instaura la fiducia reciproca, il dialogo è gradito. E ’ricercato e talvolta porta alla preghiera. Quando in Algeria nel 1994 - riferisce Padre Aldo Giannasi dei Padri Bianchi - sono stati trucidati quattro suoi confratelli, alla redazione “Africa” sono giunte telefonate e fax di condoglianze da parte di musulmani e l’assicurazione da parte loro di una preghiera per questi martiri cristiani.
Anche a me è capitato più di una volta, dopo qualche mio pronto intervento a favore di qualcuno di loro, di sentirmi stringere forte la mano e sentirmi dire, omettendo i rituali ringraziamenti: “Dio è grande”. Ho percepito che questo Dio è una larga piattaforma di intesa anche tra fedeli di diverse religioni.

4 - Comunità etniche pastorali.

Don Cirillo, da tre anni cappellano dei Sud-coreani a Roma e coreano lui stesso, ha parlato in modo molto espressivo della sua piccola comunità, frequentata da un centinaio di connazionali. I cattolici coreani in città sono circa quattrocento. E’ una comunità senza una sede, senza una chiesa propria. Per la terza volta in tre anni ospite e sfrattata da chiese “altrui”, ora è benevolmente accolta a S. Croce in Gerusalemme.
Qui però deve aspettare il turno delle quattro messe italiane perchè si renda disponibile la chiesa alle ore 13.00. E tanti suoi “parrocchiani” abitano lontano, tanti giovani studenti devono “arrangiarsi” per il pranzo. Coppie di sposi con bambini hanno difficoltà per l’orario.
Eppure il piccolo gruppo mostra un dinamismo missionario sorprendente: ogni anno una decina o qualcosa di più di adulti segue il cammino di catecumenato per entrare nella Chiesa cattolica. Non meriterebbe una simile comunità una propria chiesa di pietra, una delle tante che nella Città eterna rischia di rimanere monumento nazionale, gelido e smorto come un monumento funebre?
Quello che si dice dei Co-reani vale anche per i Cinga-lesi, il cui prete per difficoltà di alloggio vive a una ventina di chilometri dal centro.
Vale per gli Albanesi, che non possono disporre di un prete nè vicino nè lontano.
Eppure talora si riesce a trovare una soluzione: basti pensare alla comunità filippina, così bene insediata nella splendida basilica di Santa Pudenziana, da cui si irradiano altri trenta centri quali punti di riferimento pastorali per le decine di migliaia di filippini sparsi per tutta la città.
Anche i Latino-americani sono decine di migliaia e attendono per loro una soluzione altrettanto decorosa, che si spera giunga presto.
Come a Roma, così in diverse parti d’Italia si registrano, oltre a grosse carenze, anche felici realizzazioni. Ma per ora domina l’impressione che non si percepisca l’urgenza di altri interventi.
Il nostro temporeggiare lascia vuoti che vengono prontamente occupati da Testimoni di Geova e Pontecostali.
Se ci destiamo troppo tardi troveremo che qualcuno ha già fatto scempio di un gregge lasciato troppo a lungo senza pastore.

5 - Missioni volanti in diaspora.

E’ scempio soprattutto di quel piccolo gregge di cristiani, provenienti in maggioranza dall’Africa sub-sahariana, che sono anche geograficamente dispersi fuori dalle grandi città.
Si tratta di gruppi di cristiani, provenienti dalle giovani chiese di missione, che appunto per la loro piccolezza sfuggono ordinariamente all’attenzione di una pastorale ordinaria e non fanno problema.
Si è avviato per loro qualche assaggio di “missione volante” . P. Alfredo, missionario verbita nativo del Ghana, trovandosi a Roma per motivi di studio, a Pasqua, a Natale e in altre circostanze faceva delle puntate di qualche giorno a Vicenza e nelle zone limitrofe come Arzignano e Bassano del Grappa per incontrare i cristiani del Ghana e del Sahel.
Per costoro l’incontro col loro prete era una vera festa, un rituffarsi nell’ambiente culturale e tradizionale da cui è nata la loro fede. Ma il giovane missionario è già rientrato nel suo Paese. Egli si dice disposto, per quanto può dipendere da lui, a ritornare durante i mesi estivi in Italia per continuare questa esperienza. Sarà forse il biglietto di viaggio a ostacolare questa originale avventura missionaria? Speriamo di no. Comunque sarebbe un peccato imperdonabile.

6 - “La fede si rafforza donandola!”.

L’espressione di Papa Wojtyla, posta all’inizio della sua Enciclica rimbalza più volte. In particolare al n. 83, dove si parla dell’”animazione missionaria del Popolo di Dio”. Le Chiese di antica cristianità - si legge tra le righe - mostrano le rughe non già dell’antichità ma della vecchiaia e della stanchezza. Quale occasione più efficace e a portata di mano per ringiovanirle e rinvigorirle che aprirle alla “missione”, che ora si è fatta geograficamente vicina? Quale dinamismo può prendere la Giornata Migrantes, la stampa, il centro missionario parrocchiale e diocesano, la stessa preghiera, quando questo mondo “missionario” non lo conosci solo per sentito dire, ma perchè te lo trovi alla porta di casa tua?
A conferma di questa “evidenza” si sono aggiunte molte testimonianze, dopo che è stata presentata una relazione sul Centro pastorale latino-Americano che fa capo alla parrocchia S. Lucia in Circonvallazione Clodia a Roma. Il gruppo non è ospite in parrocchia, ma si trova in casa propria, allo stesso modo degli altri gruppi parrocchiali e partecipa della vita della comunità con un suo apporto qualificato e specifico. Non è esagerato dire che attraverso gruppi come questo scorre per tutta la comunità parrocchiale una linfa che ringiovanisce e rinvigorisce. Ne sia esempio l’ultima veglia pasquale durante la quale hanno ricevuto il battesimo per immersione tre bambini di 7, 8, 12 anni e due adulti di 18 e 51 anni. Solo il dodicenne era italiano, gli altri peruviani.
Quando questi si sono immersi nel fonte battesimale collocato in presbiterio, un fremito di commozione straordinaria ha percorso le tre navate gremite di italiani e stranieri. Una commozione non epidermica per la spettacolarità e novità dell’evento, ma profonda tanto da dare subito dopo un timbro più corale e convinto alla rinnovazione delle promesse battesimali.

7 - Promozione della giustizia

La causa missionaria, anche in emigrazione, è causa per la giustizia. E’ rivendicazione dei diritti e della dignità delle persone e dei popoli costretti a uscire dalla loro terra. La missionarietà non si riduce certo a promozione della giustizia, ma la include necessariamente e ne è come il banco di prova, la tessera di riconoscimento all’interno e all’esterno della vita ecclesiale.
Annota con lucidità il Papa nella Redemptoris missio: “Non si può dare un’immagine riduttiva dell’attività missionaria, come se fosse principalmente aiuto ai poveri, contributo alla liberazione degli oppressi, promozione dello sviluppo, difesa dei diritti umani” (n. 83). Però riconosce subito dopo e in tanti altri passi della Lettera: “La Chiesa missionaria è impegnata anche su questi fronti”.
C’è uno strettissimo rapporto tra l’Enciclica, la “Sollecitudo rei socalis”, e la “Populorum progressio” di Paolo VI, ripetutamente citate. Un’identica analisi della situazione drammatica del Terzo Mondo, situazione dovuta “a strutture di peccato” che si impongono attraverso “meccanismi perversi” facilmente identificabili. Fa parte di questi meccanismi o ne è fatale conseguenza la irrefrenabile spinta all’emigrazione, quale fuga da condizioni di vita al limite della sopravvivenza.
L’ esodo forzato, di biblica memoria, verso il nostro Occidente è richiamo forte, quasi violento alle nostre responsabilità non solo passate, ma pure attuali, quelle che perpetuano un regime di sfruttamento e di subordinazione economica, rompendo per di più ogni equilibrio sociale e demografico.
Probabilmente qui sta uno dei motivi oscuri e inconfessabili per cui i nostri Paesi del benessere cercano, con politiche restrittive e l’invenzione di fantasmi, di rimuovere gli immigrati dai loro calcoli per l’immediato futuro.
Constatare semplicemente che “loro stanno male, mentre noi stiamo bene” è camuffare la verità. Occorre il coraggio e la sincerità di affermare: loro stanno troppo male perchè noi stiamo troppo bene, anzi noi stiamo bene a spese e danno loro.
Sarebbe ipocrisia in questa situazione di squilibrio mondiale meravigliarsi delle spinte migratorie e sarebbe perverso, oltre che inefficace, il tentativo di sbarrare ermeticamente le frontiere, rinserrandoci nella nostra cittadella, si chiami pure Italia o Europa.
L’impegno del missionario per la promozione della giustizia nei Paesi di missione, comporta, all’occorrenza, anche denunce aperte e coraggiose di sapore profetico nonchè l’incoraggiamento ai centri del potere nazionale e internazionale per una cooperazione allo sviluppo, che sia onesta ed efficace e non torni ad essere fraudolenta.
E di pari passo va l’impegno a stare, anche qui in Italia e in Europa, dalla parte dell’immigrato in nome della giustizia, prima ancora che della carità.
La carità spinge a mantenere ed estendere una fitta rete di attività di prima accoglienza per venire incontro, anche a titolo di supplenza, alle tante emergenze degli immigrati al primo impatto con la nostra società. L’ansia missionaria spinge a cogliere tutte le occasioni per portare agli immigrati, per le vie che la Provvidenza dischiude, l’annuncio del Vangelo. Il senso di giustizia fa alzare la voce e fa rimboccare le maniche ai medesimi operai della carità e del Vangelo perchè questi fratelli venuti da lontano non continuino ad essere anche qui tra noi oggetto di discriminazione, vittime di ingiustizia, con grave offesa alla loro dignità di persone.
Quattro sono i fronti principali sui quali ogni persona civile, tanto più se vuole rendere credibile il messaggio di Cristo, è chiamata a mostrare di fatto la solidarietà con la gente più debole e indifesa: la lotta contro il razzismo e ogni forma di intolleranza, il rispetto dell’identità culturale ed etnica di chi è diverso da noi, il contributo per una saggia legislazione che affronti il problema migratorio in forma organica, in modo che il cittadino straniero possa sentirsi, alla pari dell’italiano, soggetto di diritto.
E finalmente una posizione equa e comprensiva anche verso irregolari e clandestini, che rischiano di vedersi negati anche i fondamentali diritti inerenti non alla cittadinanza, ma alla persona stessa. “La condizione di irregolarità non consente sconti sulla dignità del migrante”, enuncia il Papa nel messaggio per la Giornata Mondiale delle Migrazioni del 1996, tutto dedicato a questo tema scabroso.

 

Prospettive pratiche

Le riportiamo nei punti salienti come documento finale del seminario:

1) Pur chiaramente consapevoli che l’evangelizzazione piena si ha solo con l’annuncio esplicito di Cristo, si apprezzano e si vogliono valorizzare le tante occasioni che in emigrazione si presentano per un annuncio indiretto, attraverso il dialogo, la promozione della giustizia, la testimonianza della carità.
Sono eventi che hanno già un alto valore in se stessi, una forte carica salvifica. Non sono solo funzionali, propedeutici all’annuncio diretto del Vangelo, quasi che l’operatore pastorale, che non raggiungesse questo traguardo, dovesse sentirsi frustrato e considerare fallita la sua missione.
Negli “Orientamenti pastorali per l’immigrazione” (n. 38) sembra bene interpretato questo atteggiamento interiore e questo stile di azione quando si dice: “Il cristiano deve ben distinguere l’ansia di annunciare il vangelo dallo zelo inopportuno e dalla fretta di bruciare i tempi ... Deve saper vivere nella pazienza e nella speranza i tempi dell’attesa”. E cita a proposito l’autorevole documento pontificio “Dialogo e annuncio” (n. 84); ma si potrebbe citare anche la Redemptoris missio, in perfetta linea col Concilio Vaticano II.

2) Prima viene la “missionarietà di conservazione”. Forse non è troppo felice l’espressione, ma il concetto è chiaro: fra gli immigrati ci sono anche i non cristiani, ma in alta percentuale si tratta di cristiani cattolici. Verso di loro c’è un prioritario dovere di cura pastorale, così che l’avventura migratoria non li porti a perdere la fede e ogni traccia di vita cristiana. Tanti immigrati - si è sentito ripetere - sono in balia di se stessi, tra mille agguati. Il missionario tenga desta questa coscienza e questa urgenza di agire.

3) Gli immigrati cattolici non sono cittadini di serie B nella Chiesa. Hanno diritto a una pastorale specifica, cioè fatta su misura della loro identità culturale e linguistica, delle loro particolari esigenze come immigrati. Ai tanti sradicamenti, quelli del contesto sociale, lavorativo, familiare ed altri, cui l’immigrazione fatalmente li sottopone, nessuno ha diritto di aggiungere anche lo sradicamento da quell’humus di tradizione religiosa in cui la loro vita cristiana è nata e si è sviluppata. Certamente sono da evitare i ghetti e le chiese parallele, ma altrettanto è da evitare un forzato assorbimento di questi fratelli nelle nostre strutture ecclesiali. Sarebbe una sconfessione di quanto dice il Papa nel citato messaggio: “Nella Chiesa nessuno è straniero e la Chiesa non è straniera a nessuno”.

4) Gli Istituti missionari si rendono disponibili, secondo l’esperienza e competenza acquisita e la sensibilità propria del loro carisma, per un servizio fra gli immigrati e si mettono per questo a servizio delle Chiese locali, ma non a supplenza di una cura pastorale che diocesi e parrocchie devono sentire come propria.

3) D’altra parte queste Chiese locali si devono rendere conto della straordinaria opportunità loro offerta dalle migrazioni per riscoprire e rilanciare la loro dimensione missionaria; ne risulterà ringiovanita e rinvigorita tutta la vita ecclesiale.
Si è in un rapporto di dare e ricevere, uno scambio di doni.

6) Tanta attività religiosa e sociale fra gli immigrati viene condotta da una specie di “volontariato pastorale”, ossia per spontanea iniziativa di sacerdoti, religiosi e laici, italiani e stranieri, che sentono fortemente il problema migratorio. E’ necessario che continui questo prezioso e insostituibile servizio, ma è altrettanto necessario che questo emerga, per così dire, dal sommerso e venga ufficializzato nella Chiesa locale attraverso una qualche forma di “missio canonica”; è un’esigenza più ecclesiologica che disciplinare.

7) E infine si tenga conto che la Chiesa italiana ha una particolare responsabilità in questa cura pastorale degli immigrati, sia per coerenza con quanto essa continua a fare da più di un secolo verso gli immigrati italiani in ogni parte del mondo, sia perchè qui in Italia e particolarmente a Roma la messe è abbondante e gli operai non sono pochi, vista soprattutto la disponibilità degli Istituti missionari e la possibile anche se parziale mobilitazione di tante forze pastorali multietniche già presenti sul territorio. Non è fuori posto ricordare la preghiera al Padrone della messe perchè dia saggezza nell’individuarli e iniziativa pastorale nel valorizzarli.