|
|
MIGRAZIONI ED EVANGELIZZAZIONE
di Bruno Mioli
Parlare di evangelizzazione a proposito
dei migranti, non vuol dire cercare in tutti i modi di far
proseliti, profittando della loro fragilità psicologica ed
economica. Vuol dire innanzitutto riconoscere le sorelle e i
fratelli cristiani che vivono tra di essi, aprirsi a loro e
far loro posto nelle nostre comunità. Vuol dire accogliere e
lasciarsi interpellare dagli altri credenti fra i migranti
(buddisti, musulmani...) che possono provocarci a riscoprire
aspetti disattesi della nostra fede. Evangelizzazione è pure
offerta umile e rispettosa del Messaggio attraverso la
testimonianza e, se richiesti, anche attraverso la parola.
Un seminario a Roma (28/02/96)
“Areopago di Evangelizzazione” è il
titolo del seminario di studio svoltosi a Roma il 28 febbraio
‘96, a cura dell’Ufficio Immigrati della Fondazione
Migrantes. Titolo che - a prima vista - pare più abuso che
uso di un termine coniato da Giovanni Paolo II e collocato
nella Redemptoris Missio là dove vengono presentate nuove “aree
culturali”. “Il mondo della comunicazione” ad esempio.
Il paragrafo sulle migrazioni cade immediatamente prima, dove
si parla di “mondi e fenomeni sociali nuovi”.
Comunque anche le migrazioni sono di fatto aree culturali
tipiche. E aperte all’evangelizzazione, sono anch’esse
areopago, semmai un aeropago mobile.
“Fra le tante mutazioni del mondo contemporaneo, dice l’Enciclica,
le migrazioni hanno prodotto un fenomeno nuovo: i non
cristiani giungono assai numerosi nei Paesi di antica
cristianità, creano occasioni nuove di contatti e scambi
culturali, sollecitando la Chiesa all’accoglienza, al
dialogo, all’aiuto e, in una parola, alla fraternità”.
Il discorso viene ripreso quasi alla lettera verso la
conclusione dell’Enci-clica, al n. 82. Strana questa
ripetizione? La direi davvero intelligente e provvidenziale,
sia per la sua collocazione sotto il titolo “Nuove forme di
cooperazione missionaria”, sia per la chiara allusione “all’annuncio
diretto” possibile anche in emigrazione.
Il documento, tutto proiettato in avanti, tanto da essere
chiamato la “Magna charta per la missione del duemila”,
non manca di uno sguardo storico, risalente alle origini della
Chiesa, per confermarci che le migrazioni “sono certo una
opportunità per vivere e testimoniare la fede”. Infatti “nei
primi secoli il cristianesimo si diffuse soprattutto perchè
cristiani , viaggiando e stabilendosi in regioni in cui Cristo
non era stato annunciato, testimoniavano con coraggio la loro
fede e vi fondavano le prime comunità” (n. 82).
In altre occasioni il Papa torna su questo argomento. Nel 1990
dedica per intero un messaggio per la Giornata mondiale delle
migrazioni, invitando tutta la Chiesa a “considerare il
contributo specifico che i migranti, proprio per la loro
posizione, sono chiamati a dare alla diffusione del Regno di
Dio nel mondo”.
Già nella lettera, “Chiesa e mobilità umana” (1978), la
Pontificia Commissione per la pastorale delle migrazioni,
ricordava che “i migranti diventano anche oggi apostoli del
Vangelo con la loro testimonianza e l’emigrazione si traduce
in favorevole occasione per dilatare il Regno di Dio”.
Migrazioni e missione
Chi legge attentamente la lettera “Chiesa e
mobilità umana” avvertirà senza fatica che la S. Sede in
essa, come in altri documenti precedenti, benchè abbia
presente tutto il mondo cattolico, tiene sott’occhio in
particolare la grande emigrazione italiana, che, specialmente
in America, ha esercitato “un notevole influsso nella
nascita e nello sviluppo di nuove Chiese”.
Dunque le “migrazioni missionarie” non sono invenzione di
oggi, sono un’esperienza di Chiesa vissuta per secoli. Ma
non parte da zero nemmeno la riflessione su questo evento “missionario”.
Da qualche anno anzi questa riflessione si fa sempre più
esplicita e vivace.
Viene vivamente puntualizzata nel Convegno Missio-nario
nazionale di Verona del 1990.
In quello indetto dalla CEI nel giugno 1993 sulla “Post-quam
Apostoli”, si è accostata la “missio ad gentes” alla
“missio ad migrantes” non per annacquare lo specifico
della missione ad gentes, ma per affermare altre forme di
risposta al compito missionario della Chiesa.
Da qualche anno il Direttore della Migrantes è inserito nel
Consiglio Mis-sionario CISM (Conferenza Italiana Superiori
Maggiori), dove ripetutamente il tema migratorio è affrontato
in ottica missionaria. Il 9 febbraio ‘96 in un incontro CIMI
(Conferenza Istituti Missio-nari Italiani) si è riflettuto
seriamente sul rilancio dell’impegno missionario, in
contesto migratorio, da parte degli Istituti per definizione
specifica “Missionari”. Il tema dunque incomincia ad
essere all’ordine del giorno.
Anche i Direttori delle riviste missionarie si sono incontrati
per fare il punto su questo argomento. Colgo da Avvenire del
29 dicembre ’95 la simpatica autocritica: “Troppo silenzio
sull’emergenza stranieri”. In effetti è un’autocritica
che fa onore; chi non sta sulla breccia, chi non vive con
passione un problema ha poca autocritica da farsi, vive
tranquillo la sua formula di mediocrità. “Quanto all’assistenza
spirituale degli immigrati, dice un missionario, le iniziative
introdotte qualche anno fa non sono decollate e il problema
deve farci pensare. Le prostitute nigeriane a Torino, per
esempio, sono in maggioranza cattoliche e il nostro
disinteresse nei loro confronti potrebbe addirittura
vanificare l’opera dei Confratelli che lavorano in Nigeria.
Come, infatti, annunciare in Africa il Vangelo di salvezza e
di fraternità se poi qui tolleriamo che le ragazze siano
inserite in un giro di sfruttamento e di schiavitù?”. E’
un fatto che fa riflettere.
Pensando alla Pentecoste
Nei documenti citati non mancano spunti per
dare un’impostazione teologica ed ecclesiologica alla “missionarietà”
delle migrazioni. Tuttavia il seminario del 28 febbraio ‘96
non intendeva tanto sviluppare una riflessione teologica,
quanto fare una constatazione esistenziale. Voleva avere una
panoramica di quanto sta accadendo oggi sotto i nostri occhi.
Cogliendolo alla luce della fede come “Kairòs”, come
segno dei tempi. Per trarne conseguenze valide e aggiustare il
tiro sul piano pastorale nelle Chiese locali.
I partecipanti, circa una sessantina, erano suf- ficientemente
rappresentativi di un mondo pastorale molto vasto: uomini e
donne, sacerdoti, suore e laici, appartenenti di Istituti,
Riviste missionarie, della Migrantes diocesana, regionale e
nazionale, della Caritas nonchè di altri organismi e
associazioni ecclesiali.
Prendendo a “raccontare” ciò che succede nel nostro
quotidiano incontrarci con gli immigrati, è venuto spontaneo
ripensare all’ambiente della chiesa primitiva, rivivere in
un certo senso i “magnalia Dei” della prima Pentecoste.
Quando il primo discorso missionario era rivolto da Pietro a
una massa di gente dalle tante lingue e tante razze. La Chiesa
è nata da questo vasto assortimento di umanità non
residenziale, dunque in un contesto di mobilità e di
pluralismo etnico, linguistico, religioso che si ripete ora
dove si ammassano migranti.
Quei primi ascoltatori della parola, ritornando ai loro Paesi,
sono certamente diventati i primi missionari del Vangelo. Allo
stesso modo dei profughi della prima persecuzione di
Gerusalemme, che “dispersi nelle regioni della Giudea e
della Samaria..., andavano per il paese e diffondevano la
Parola di Dio” arrivando “fino alla Fenicia, a Cipro e ad
Antiochia”, sempre predicando la Parola. Non è causale
questa connessione tra il primo annuncio della Parola e la
situazione di mobilità odierna.
La “valenza” missionaria
La valenza missionaria è stata presentata
sotto molteplici aspetti nati dagli interventi dei
partecipanti, dalle loro considerazioni pratiche e dalle loro esperienze
concrete. Ricordiamo i principali.
1 - La missione viene a
noi.
Fino a qualche anno fa essere missionari
significava uscire dalla propria terra, “andare in missione”
ad gentes. Ora anche “le genti” si muovono e vengono a
noi. P. Marco della Società Missioni Africane di Genova,
riconosce che si stenta a prendere coscienza di questa
situazione, anche da parte degli Istituti Missionari. Si teme
che il fatto nuovo possa diventare motivo o pretesto per
rallentare l’impegno per la tradizionale missione ad gentes.
Per fortuna i missionari stanno superando questo timore. Una
breccia si sta aprendo anche nelle diocesi.
A Genova è stato chiesto ai missionari di lasciare alla
Caritas il “servizio delle mense”, per dedicarsi “alla
predicazione”, ossia al servizio più strettamente pastorale
fra i nuovi arrivati. E’ importante che sia la diocesi a
prendere coscienza del suo dovere apostolico verso gli
immigrati e chieda ai missionari non di sostituirla, ma di
sostenerla in questo compito pastorale. E’ il pensiero
chiaramente espresso dalla citata Lettera Enciclica: “Anche
in Paesi cristiani si formano gruppi umani e culturali che
richiamano la missione ad gentes, e le Chiese locali, anche
con l’aiuto di persone provenienti dai Paesi degli immigrati
e di missionari reduci, devono occuparsi generosamente di
queste situazioni”. Quel che si dice di Genova, lo si può
ripetere fortunatamente per Napoli, Torino, Roma, Palermo e
altre città.
2 - La testimonianza
della carità.
Spesso rimane l’unica via di annuncio.
Interessante, a proposito, il racconto di Sr. Margherita delle
Missionarie Francescane di Maria sulla presenza ventennale
della sua comunità fra i musulmani tunisini e ora anche
bosniaci a Mazara del Vallo (Trapani). Motivata unicamente
dalla gioia del servizio; gioia di sentirsi chiamare e con un
certo affetto “sorelle” da oltre cinquemila adoratori di
Allah.
Non c’è alcuna previsione e nessun progetto di “conversioni”.
Si vuol parlare di Cristo a questi fratelli e mostrare loro un
volto autentico di Chiesa con il semplice contatto umano,
caldo di servizio e di amicizia.
Altrettanto convincente la testimonianza delle tre Suore
Orsoline di Breganze che, per scelta di Congregazione, hanno
lasciato fiorenti opere al Nord per farsi presenti e
disponibili fra le immigrate, la maggioranza africane, nel
casertano, quasi nell’epicentro della camorra e della
prostituzione. Queste suore si sentono sul fronte missionario
non meno di chi è nella felice condizione di annunciare il
Vangelo e usare di frequente l’acqua battesimale. La
testimonianza della carità ha in sè una potente carica
salvifica ed apre le porte del Regno.
3 - Iniziative di
dialogo.
Il dialogo quotidiano rimane per lo più
implicito nella testimonianza della carità.
C’è di tanto in tanto il dialogo ad alto livello condotto
da gente esperta e spesso ufficialmente incaricata.
C’è anche il dialogo intermedio, fatto da gente informata
ma non necessariamente specializzata, dialogo che si fa
esplicito ed ha luogo con una certa frequenza e spontaneità
soprattutto nelle case di accoglienza e nei centri di ascolto
gestiti da volontari di ispirazione cristiana. Ne ha parlato
in modo convinto e convincente il Gesuita P. Francesco De
Luccia del Centro Astalli.
Parecchi tra i presenti hanno dato conferma di questa
possibilità di dialogo sincero, autentico, in rispettosa
attenzione gli uni degli altri.
Non è utopia questo dialogo, nemmeno con i musulmani: non
tutti sono ermeticamente chiusi nella loro cultura, nei loro
pregiudizi sul cristianesimo, resistenti a qualsiasi
scalfittura e, tanto meno, sono radicati in un irriducibile
fondamentalismo politico e religioso.
Se si riesce a creare un rapporto cordiale e schietto, senza
venature polemiche, se con gesti di amicizia e di servizio
disinteressato si instaura la fiducia reciproca, il dialogo è
gradito. E ’ricercato e talvolta porta alla preghiera.
Quando in Algeria nel 1994 - riferisce Padre Aldo Giannasi dei
Padri Bianchi - sono stati trucidati quattro suoi confratelli,
alla redazione “Africa” sono giunte telefonate e fax di
condoglianze da parte di musulmani e l’assicurazione da
parte loro di una preghiera per questi martiri cristiani.
Anche a me è capitato più di una volta, dopo qualche mio
pronto intervento a favore di qualcuno di loro, di sentirmi
stringere forte la mano e sentirmi dire, omettendo i rituali
ringraziamenti: “Dio è grande”. Ho percepito che questo
Dio è una larga piattaforma di intesa anche tra fedeli di
diverse religioni.
4 - Comunità etniche
pastorali.
Don Cirillo, da tre anni cappellano dei
Sud-coreani a Roma e coreano lui stesso, ha parlato in modo
molto espressivo della sua piccola comunità, frequentata da
un centinaio di connazionali. I cattolici coreani in città
sono circa quattrocento. E’ una comunità senza una sede,
senza una chiesa propria. Per la terza volta in tre anni
ospite e sfrattata da chiese “altrui”, ora è benevolmente
accolta a S. Croce in Gerusalemme.
Qui però deve aspettare il turno delle quattro messe italiane
perchè si renda disponibile la chiesa alle ore 13.00. E tanti
suoi “parrocchiani” abitano lontano, tanti giovani
studenti devono “arrangiarsi” per il pranzo. Coppie di
sposi con bambini hanno difficoltà per l’orario.
Eppure il piccolo gruppo mostra un dinamismo missionario
sorprendente: ogni anno una decina o qualcosa di più di
adulti segue il cammino di catecumenato per entrare nella
Chiesa cattolica. Non meriterebbe una simile comunità una
propria chiesa di pietra, una delle tante che nella Città
eterna rischia di rimanere monumento nazionale, gelido e
smorto come un monumento funebre?
Quello che si dice dei Co-reani vale anche per i Cinga-lesi,
il cui prete per difficoltà di alloggio vive a una ventina di
chilometri dal centro.
Vale per gli Albanesi, che non possono disporre di un prete
nè vicino nè lontano.
Eppure talora si riesce a trovare una soluzione: basti pensare
alla comunità filippina, così bene insediata nella splendida
basilica di Santa Pudenziana, da cui si irradiano altri trenta
centri quali punti di riferimento pastorali per le decine di
migliaia di filippini sparsi per tutta la città.
Anche i Latino-americani sono decine di migliaia e attendono
per loro una soluzione altrettanto decorosa, che si spera
giunga presto.
Come a Roma, così in diverse parti d’Italia si registrano,
oltre a grosse carenze, anche felici realizzazioni. Ma per ora
domina l’impressione che non si percepisca l’urgenza di
altri interventi.
Il nostro temporeggiare lascia vuoti che vengono prontamente
occupati da Testimoni di Geova e Pontecostali.
Se ci destiamo troppo tardi troveremo che qualcuno ha già
fatto scempio di un gregge lasciato troppo a lungo senza
pastore.
5 - Missioni volanti in
diaspora.
E’ scempio soprattutto di quel piccolo
gregge di cristiani, provenienti in maggioranza dall’Africa
sub-sahariana, che sono anche geograficamente dispersi fuori
dalle grandi città.
Si tratta di gruppi di cristiani, provenienti dalle giovani
chiese di missione, che appunto per la loro piccolezza
sfuggono ordinariamente all’attenzione di una pastorale
ordinaria e non fanno problema.
Si è avviato per loro qualche assaggio di “missione volante”
. P. Alfredo, missionario verbita nativo del Ghana, trovandosi
a Roma per motivi di studio, a Pasqua, a Natale e in altre
circostanze faceva delle puntate di qualche giorno a Vicenza e
nelle zone limitrofe come Arzignano e Bassano del Grappa per
incontrare i cristiani del Ghana e del Sahel.
Per costoro l’incontro col loro prete era una vera festa, un
rituffarsi nell’ambiente culturale e tradizionale da cui è
nata la loro fede. Ma il giovane missionario è già rientrato
nel suo Paese. Egli si dice disposto, per quanto può
dipendere da lui, a ritornare durante i mesi estivi in Italia
per continuare questa esperienza. Sarà forse il biglietto di
viaggio a ostacolare questa originale avventura missionaria?
Speriamo di no. Comunque sarebbe un peccato imperdonabile.
6 - “La fede si
rafforza donandola!”.
L’espressione di Papa Wojtyla, posta all’inizio
della sua Enciclica rimbalza più volte. In particolare al n.
83, dove si parla dell’”animazione missionaria del Popolo
di Dio”. Le Chiese di antica cristianità - si legge tra le
righe - mostrano le rughe non già dell’antichità ma della
vecchiaia e della stanchezza. Quale occasione più efficace e
a portata di mano per ringiovanirle e rinvigorirle che aprirle
alla “missione”, che ora si è fatta geograficamente
vicina? Quale dinamismo può prendere la Giornata Migrantes,
la stampa, il centro missionario parrocchiale e diocesano, la
stessa preghiera, quando questo mondo “missionario” non lo
conosci solo per sentito dire, ma perchè te lo trovi alla
porta di casa tua?
A conferma di questa “evidenza” si sono aggiunte molte
testimonianze, dopo che è stata presentata una relazione sul
Centro pastorale latino-Americano che fa capo alla parrocchia
S. Lucia in Circonvallazione Clodia a Roma. Il gruppo non è
ospite in parrocchia, ma si trova in casa propria, allo stesso
modo degli altri gruppi parrocchiali e partecipa della vita
della comunità con un suo apporto qualificato e specifico.
Non è esagerato dire che attraverso gruppi come questo scorre
per tutta la comunità parrocchiale una linfa che
ringiovanisce e rinvigorisce. Ne sia esempio l’ultima veglia
pasquale durante la quale hanno ricevuto il battesimo per
immersione tre bambini di 7, 8, 12 anni e due adulti di 18 e
51 anni. Solo il dodicenne era italiano, gli altri peruviani.
Quando questi si sono immersi nel fonte battesimale collocato
in presbiterio, un fremito di commozione straordinaria ha
percorso le tre navate gremite di italiani e stranieri. Una
commozione non epidermica per la spettacolarità e novità
dell’evento, ma profonda tanto da dare subito dopo un timbro
più corale e convinto alla rinnovazione delle promesse
battesimali.
7 - Promozione della
giustizia
La causa missionaria, anche in emigrazione,
è causa per la giustizia. E’ rivendicazione dei diritti e
della dignità delle persone e dei popoli costretti a uscire
dalla loro terra. La missionarietà non si riduce certo a
promozione della giustizia, ma la include necessariamente e ne
è come il banco di prova, la tessera di riconoscimento all’interno
e all’esterno della vita ecclesiale.
Annota con lucidità il Papa nella Redemptoris missio: “Non
si può dare un’immagine riduttiva dell’attività
missionaria, come se fosse principalmente aiuto ai poveri,
contributo alla liberazione degli oppressi, promozione dello
sviluppo, difesa dei diritti umani” (n. 83). Però riconosce
subito dopo e in tanti altri passi della Lettera: “La Chiesa
missionaria è impegnata anche su questi fronti”.
C’è uno strettissimo rapporto tra l’Enciclica, la “Sollecitudo
rei socalis”, e la “Populorum progressio” di Paolo VI,
ripetutamente citate. Un’identica analisi della situazione
drammatica del Terzo Mondo, situazione dovuta “a strutture
di peccato” che si impongono attraverso “meccanismi
perversi” facilmente identificabili. Fa parte di questi
meccanismi o ne è fatale conseguenza la irrefrenabile spinta
all’emigrazione, quale fuga da condizioni di vita al limite
della sopravvivenza.
L’ esodo forzato, di biblica memoria, verso il nostro
Occidente è richiamo forte, quasi violento alle nostre
responsabilità non solo passate, ma pure attuali, quelle che
perpetuano un regime di sfruttamento e di subordinazione
economica, rompendo per di più ogni equilibrio sociale e
demografico.
Probabilmente qui sta uno dei motivi oscuri e inconfessabili
per cui i nostri Paesi del benessere cercano, con politiche
restrittive e l’invenzione di fantasmi, di rimuovere gli
immigrati dai loro calcoli per l’immediato futuro.
Constatare semplicemente che “loro stanno male, mentre noi
stiamo bene” è camuffare la verità. Occorre il coraggio e
la sincerità di affermare: loro stanno troppo male perchè
noi stiamo troppo bene, anzi noi stiamo bene a spese e danno
loro.
Sarebbe ipocrisia in questa situazione di squilibrio mondiale
meravigliarsi delle spinte migratorie e sarebbe perverso,
oltre che inefficace, il tentativo di sbarrare ermeticamente
le frontiere, rinserrandoci nella nostra cittadella, si chiami
pure Italia o Europa.
L’impegno del missionario per la promozione della giustizia
nei Paesi di missione, comporta, all’occorrenza, anche
denunce aperte e coraggiose di sapore profetico nonchè l’incoraggiamento
ai centri del potere nazionale e internazionale per una
cooperazione allo sviluppo, che sia onesta ed efficace e non
torni ad essere fraudolenta.
E di pari passo va l’impegno a stare, anche qui in Italia e
in Europa, dalla parte dell’immigrato in nome della
giustizia, prima ancora che della carità.
La carità spinge a mantenere ed estendere una fitta rete di
attività di prima accoglienza per venire incontro, anche a
titolo di supplenza, alle tante emergenze degli immigrati al
primo impatto con la nostra società. L’ansia missionaria
spinge a cogliere tutte le occasioni per portare agli
immigrati, per le vie che la Provvidenza dischiude, l’annuncio
del Vangelo. Il senso di giustizia fa alzare la voce e fa
rimboccare le maniche ai medesimi operai della carità e del
Vangelo perchè questi fratelli venuti da lontano non
continuino ad essere anche qui tra noi oggetto di
discriminazione, vittime di ingiustizia, con grave offesa alla
loro dignità di persone.
Quattro sono i fronti principali sui quali ogni persona
civile, tanto più se vuole rendere credibile il messaggio di
Cristo, è chiamata a mostrare di fatto la solidarietà con la
gente più debole e indifesa: la lotta contro il razzismo e
ogni forma di intolleranza, il rispetto dell’identità
culturale ed etnica di chi è diverso da noi, il contributo
per una saggia legislazione che affronti il problema
migratorio in forma organica, in modo che il cittadino
straniero possa sentirsi, alla pari dell’italiano, soggetto
di diritto.
E finalmente una posizione equa e comprensiva anche verso
irregolari e clandestini, che rischiano di vedersi negati
anche i fondamentali diritti inerenti non alla cittadinanza,
ma alla persona stessa. “La condizione di irregolarità non
consente sconti sulla dignità del migrante”, enuncia il
Papa nel messaggio per la Giornata Mondiale delle Migrazioni
del 1996, tutto dedicato a questo tema scabroso.
Prospettive pratiche
Le riportiamo nei punti salienti come
documento finale del seminario:
1) Pur chiaramente consapevoli che l’evangelizzazione
piena si ha solo con l’annuncio esplicito di Cristo, si
apprezzano e si vogliono valorizzare le tante occasioni che in
emigrazione si presentano per un annuncio indiretto,
attraverso il dialogo, la promozione della giustizia, la
testimonianza della carità.
Sono eventi che hanno già un alto valore in se stessi, una
forte carica salvifica. Non sono solo funzionali, propedeutici
all’annuncio diretto del Vangelo, quasi che l’operatore
pastorale, che non raggiungesse questo traguardo, dovesse
sentirsi frustrato e considerare fallita la sua missione.
Negli “Orientamenti pastorali per l’immigrazione” (n.
38) sembra bene interpretato questo atteggiamento interiore e
questo stile di azione quando si dice: “Il cristiano deve
ben distinguere l’ansia di annunciare il vangelo dallo zelo
inopportuno e dalla fretta di bruciare i tempi ... Deve saper
vivere nella pazienza e nella speranza i tempi dell’attesa”.
E cita a proposito l’autorevole documento pontificio “Dialogo
e annuncio” (n. 84); ma si potrebbe citare anche la
Redemptoris missio, in perfetta linea col Concilio Vaticano II.
2) Prima viene la “missionarietà di
conservazione”. Forse non è troppo felice l’espressione,
ma il concetto è chiaro: fra gli immigrati ci sono anche i
non cristiani, ma in alta percentuale si tratta di cristiani
cattolici. Verso di loro c’è un prioritario dovere di cura
pastorale, così che l’avventura migratoria non li porti a
perdere la fede e ogni traccia di vita cristiana. Tanti
immigrati - si è sentito ripetere - sono in balia di se
stessi, tra mille agguati. Il missionario tenga desta questa
coscienza e questa urgenza di agire.
3) Gli immigrati cattolici non sono cittadini
di serie B nella Chiesa. Hanno diritto a una pastorale
specifica, cioè fatta su misura della loro identità
culturale e linguistica, delle loro particolari esigenze come
immigrati. Ai tanti sradicamenti, quelli del contesto sociale,
lavorativo, familiare ed altri, cui l’immigrazione
fatalmente li sottopone, nessuno ha diritto di aggiungere
anche lo sradicamento da quell’humus di tradizione religiosa
in cui la loro vita cristiana è nata e si è sviluppata.
Certamente sono da evitare i ghetti e le chiese parallele, ma
altrettanto è da evitare un forzato assorbimento di questi
fratelli nelle nostre strutture ecclesiali. Sarebbe una
sconfessione di quanto dice il Papa nel citato messaggio: “Nella
Chiesa nessuno è straniero e la Chiesa non è straniera a
nessuno”.
4) Gli Istituti missionari si rendono
disponibili, secondo l’esperienza e competenza acquisita e
la sensibilità propria del loro carisma, per un servizio fra
gli immigrati e si mettono per questo a servizio delle Chiese
locali, ma non a supplenza di una cura pastorale che diocesi e
parrocchie devono sentire come propria.
3) D’altra parte queste Chiese locali si
devono rendere conto della straordinaria opportunità loro
offerta dalle migrazioni per riscoprire e rilanciare la loro
dimensione missionaria; ne risulterà ringiovanita e
rinvigorita tutta la vita ecclesiale.
Si è in un rapporto di dare e ricevere, uno scambio di doni.
6) Tanta attività religiosa e sociale fra
gli immigrati viene condotta da una specie di “volontariato
pastorale”, ossia per spontanea iniziativa di sacerdoti,
religiosi e laici, italiani e stranieri, che sentono
fortemente il problema migratorio. E’ necessario che
continui questo prezioso e insostituibile servizio, ma è
altrettanto necessario che questo emerga, per così dire, dal
sommerso e venga ufficializzato nella Chiesa locale attraverso
una qualche forma di “missio canonica”; è un’esigenza
più ecclesiologica che disciplinare.
7) E infine si tenga conto che la Chiesa
italiana ha una particolare responsabilità in questa cura
pastorale degli immigrati, sia per coerenza con quanto essa
continua a fare da più di un secolo verso gli immigrati
italiani in ogni parte del mondo, sia perchè qui in Italia e
particolarmente a Roma la messe è abbondante e gli operai non
sono pochi, vista soprattutto la disponibilità degli Istituti
missionari e la possibile anche se parziale mobilitazione di
tante forze pastorali multietniche già presenti sul
territorio. Non è fuori posto ricordare la preghiera al
Padrone della messe perchè dia saggezza nell’individuarli e
iniziativa pastorale nel valorizzarli.
|