AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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Una suora africana: donna fra le donne

Dafrosa Mujawamariya, delle Suore Bianche, attualmente a Parigi per completare la propria formazione, è una ruandese che ha fatto la prima esperienza missionaria nel Mali. Fra le donne della zona agricola di Kolokani e con uno stile tipo "alfabetizzazione funzionale" di cui si parla in questo numero. Accogliendo la presentazione del suo prezioso lavoro, Africa le porge vivissimi auguri per la consacrazione definitiva che avverrà per lei il prossimo giugno in Francia.

 

Umiltà e consapevolezza

Era mio compito aiutare le donne a diventare coscienti della loro situazione. Nella società e nella chiesa. Solo così potevano individuare i loro veri bisogni e quelli dell'ambiente. Per dare una risposta, naturalmente. E con i mezzi a propria disposizione, usando "tecniche più appropriate". Nella parrocchia di Kolokani ci occupavamo della formazione delle donne dei villaggi Sr. Marie-José Blain ed io.
Chiamavamo "coscientizzazione" la svolta a cui erano chiamate le donne, perchè era legata ad un cambiamento psicologico, ad un mutamento profondo di convinzioni. Personalmente mi sono accorta subito che da parte nostra ci voleva molta umiltà, molta pazienza, parecchia fiducia e tanta fede. La maggior parte delle donne infatti, si sente a proprio agio nella sua situazione anche se a noi sembra invivibile. Non pensano a se stesse come a persone alienate o sfruttate, perchè nella loro tradizione tutti si aspettano che siano sottomesse. Alla stessa maniera sono vissute le loro madri e le nonne. Pensano di dover fare come loro. Quando una donna non è cosciente della sua situazione, non si può fare nulla per farla uscire.

 

Con la fiducia, il coraggio

Io mi accorgo che esse non possono mai dire nulla. Sempre escluse quando vengono prese le decisioni, è l'uomo a decidere per loro. Lo ritengo uno sfruttamento e quando constato che alcune non si interessano ad imparare, che fanno differenze, trattando i figli, tra maschi e femmine, provo un senso di ribellione. Riconosco però che sono libere di non accettare quello che penso io, perchè per loro contano le proprie tradizioni. "E' quello che hanno sempre fatto i nostri antenati".
Ho così insistito sulla fiducia. Bisogna essere convinte delle proprie capacità. Le donne africane sono capaci di cambiare. Di far fronte alle proprie situazioni anche se richiedono molto tempo. Sono capaci di realizzare delle cose, alla loro maniera, secondo il loro modo di pensare e nella fedeltà ai loro valori. Tutto questo per me è dare fiducia. E con molta pazienza per rispettare i loro ritmi. Io che sono ruandese ho il mio sistema di lavoro, diverso da quello delle donne bambara. Esse hanno il loro modo di organizzarsi diverso dalla maniera che a me è famigliare fin dall'infanzia.
Il lavoro richiede pazienza anche perchè noi vogliamo coinvolgere gli uomini. Secondo il costume le donne non agiranno mai senza gli uomini. Non potranno far nulla nel loro ambiente. Cerchiamo quindi di presentare loro altre possibilità, partendo dalla loro cultura e senza andare oltre a ciò che è loro famigliare. Secondo la tradizione, uomini e donne non possono mai sedersi assieme e parlarsi faccia a faccia. Nei tre villaggi dove lavoravamo, le donne hanno avuto il coraggio di contattare il capo, chiedendogli di poter prendere parte all'assemblea di villaggio, quando vengono prese decisioni che le riguardano. Fatto nuovo. Mai verificato.

 

Lo sbigottimento degli uomini

"A che cosa serve? Si può sapere che cosa volete?" Le donne hanno tenuto duro spiegando che desideravano frequentare delle lezioni di alfabetizzazione. "Non abbiamo degli insegnanti, ma nel villaggio ci sono uomini che sanno leggere e scrivere. Domandiamo che uno di loro venga ad insegnarlo anche a noi. Non è compito della Suora insegnare. Deve fare molte altre cose".
"Dobbiamo discuterne tra noi".
"Sì, ma dopo che l'avete fatto, dovete chiamarci tutte e dirci che cosa avete deciso. Queste non sono cose da risolvere in segreto".
Grazie a quell'occasione, sono riuscite ad allargare "a sempre" il processo di presa delle decisioni. Nel senso che ogni volta che l'assemblea di villaggio discuteva qualcosa in cui erano implicate le donne, parecchie del gruppo esigevano di prendervi parte. Pena l'impedimento dell'esecuzione. Non era testardaggine. Se gli uomini volevano ad es. costruire una piccola diga di villaggio, contavano sulle donne per il rifornimento del cibo, il trasporto delle pietre... lavori da donne! In passato esse non sapevano come venivano prese le decisioni a loro riguardo, perchè erano assenti, ma si contava sempre su di loro per l'esecuzione.
"D'ora in poi, quando sapete di dover discutere questioni che ci riguardano, dovete chiamare le nostre delegate. Altrimenti..."

 

Quale fede?

La presa di coscienza nelle donne non è qualcosa di immediatamente evidente. Che si può misurare. Gli altri possono non accorgersi di ciò che si fa. Sono abituati a vedere il risultato del lavoro tra le donne nella nascita ad es. di un centro di lavori femminili o un centro medico-sociale. La coscientizzazione non si realizza in costruzioni. La gente si aspetta di vedere riunioni, iniziative... e noi possiamo continuare nel nostro lavoro solo se ne siamo profondamente convinte. Con sofferenza spesso. Anche se riusciamo a far in modo che una donna si metta a cucire, se lei non prende coscienza che cucire la realizza, le permette cioè di dare il meglio di se stessa, che cosa abbiamo ottenuto? Deve convincersi prima di tutto che ha qualcosa da donare. Non può attendere sempre di ricevere. Perchè è in grado di agire da parte sua. E realizzare quello di cui è capace, nel proprio ambiente, è già un grande passo.
La maggior parte delle donne rurali, traggono dalla loro condizione solo la constatazione che il non poter frequentare la scuola le marginalizza. Ciò significa non potersi muovere, viaggiare, partecipare a delle riunioni. Sapendosi analfabete, si intimidiscono, non si sentono a loro agio e ciò le allontana sempre più dalla società. Se si convincono che anche alla loro età si può imparare a scrivere il proprio nome è una vera conquista.

 

Quali risultati?

Durante tutto il lavoro fatto assieme, si sono accorte che esse non escono mai di casa perchè costrette a macinare il miglio dalla mattina alla sera. Alcune hanno preso atto che se potessero usufruire di un mulinetto, potrebbero risparmiare ore di lavoro ed avere tempo disponibile per se stesse e per fare cose interessanti.
Ma, sottolineo le loro riflessioni, per avere un mulinetto da usare in comune e farlo funzionare, bisogna saper leggere e scrivere almeno un po'. Altrimenti chi segna l'avvicendarsi delle prestazioni e tiene i conti? Poi è necessario incominciare a mettere da parte del denaro per le spese che il mulinetto comporta. E se coltiviamo e vendiamo ad es. dei legumi, come facciamo a segnare ricavi e scadenze? Insomma essere analfabete è sempre un grosso handicap. Quanto ci è voluto per questa presa di coscienza! Ma se non ci fossero arrivate, sia pure così lentamente, un passo alla volta, l'aprire per loro, adulte, una scuola, non avrebbe portato molto lontano. L'alfabetizzazione è apparsa loro importante partendo da un bisogno immediato.
E' stata una grande difficoltà per noi arrivare a far comprendere che i loro bisogni profondi non sono necessariamente quelli che esse istintivamente recepiscono come primari.

 

Su solide basi

Durante una prima riunione in un villaggio, alcune donne avrebbero voluto che noi aprissimo immediatamente un centro medico-sociale. "Le Suore sono qui. Apriranno un centro di salute per noi!" Ma un po' alla volta, dopo riflessioni varie, si sono rese conto che quello non era il loro bisogno fondamentale. Dovevano prima acquisire una maggiore comprensione tra loro. "Quando sapremo collaborare tra noi, conclusero, riusciremo senz'altro a fare qualcosa".
In un altro villaggio si sentivano tutti soddisfatti. Erano sempre molto presenti nella parrocchia e nelle programmazioni del villaggio. Dopo analisi pazienti ed accurate, incominciarono a rendersi conto che dipendevano da un'unica famiglia che era veramente molto attiva e faceva un lavoro di coinvolgimento di tutti gli altri. Senza di essa, tutto sarebbe sparito in breve. Le donne si convinsero che era necessario incominciare, tutte, a dare il proprio contributo. Senza contare sempre su qualcuno che s'impegnava al posto loro.
Quando si crea una simile presa di coscienza, le donne costruiscono su basi solide. Lentamente. Lentamente. E bisogna rifiutarsi di lavorare al loro posto.
E soprattutto bisogna resistere alla tentazione di dare loro sempre qualche cosa. Comprese delle idee. Troveranno le proprie!

 

"Facendo nulla"

La promozione della donna, la sua liberazione, non è qualcosa che posso promuovere io stessa. Almeno questo è il frutto della mia esperienza. Quando la donna è divenuta fiera della sua cultura e della sua natura di donna, quando ha fiducia in se stessa proprio come donna, quando è convita di essere "capace", saprà organizzarsi da sè. Posso invogliare e far riflettere, ma in se stesso è un lavoro che va al di là di ciò che io sono capace di fare. E' qui che interviene la fede. Una fede che matura. E rende liberi. L'ho constatato in me stessa e nelle donne che ho incontrato.
Quando non si vedono dei risultati e anche gli altri notano i non risultati, si incomincia ad intuire, com'è successo a me, che la realtà interiore è visibile a Dio. Colui che ci ha mandato. Ne viene una pace!
Noi Africani dobbiamo avere fiducia in noi stessi. Come Africani.
E quanto alle donne, la Chiesa deve rendersi conto che se non ci ammette pienamente nel suo ambito come donne-Chiesa, noi non potremo mai dare il meglio di noi stesse.