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Una suora africana: donna fra le donne
Dafrosa Mujawamariya, delle Suore
Bianche, attualmente a Parigi per completare la propria
formazione, è una ruandese che ha fatto la prima esperienza
missionaria nel Mali. Fra le donne della zona agricola di
Kolokani e con uno stile tipo "alfabetizzazione
funzionale" di cui si parla in questo numero. Accogliendo
la presentazione del suo prezioso lavoro, Africa le porge
vivissimi auguri per la consacrazione definitiva che avverrà
per lei il prossimo giugno in Francia.
Umiltà e consapevolezza
Era mio compito aiutare le donne a diventare
coscienti della loro situazione. Nella società e nella
chiesa. Solo così potevano individuare i loro veri bisogni e
quelli dell'ambiente. Per dare una risposta, naturalmente. E
con i mezzi a propria disposizione, usando "tecniche più
appropriate". Nella parrocchia di Kolokani ci occupavamo
della formazione delle donne dei villaggi Sr. Marie-José
Blain ed io.
Chiamavamo "coscientizzazione" la svolta a cui erano
chiamate le donne, perchè era legata ad un cambiamento
psicologico, ad un mutamento profondo di convinzioni.
Personalmente mi sono accorta subito che da parte nostra ci
voleva molta umiltà, molta pazienza, parecchia fiducia e
tanta fede. La maggior parte delle donne infatti, si sente a
proprio agio nella sua situazione anche se a noi sembra
invivibile. Non pensano a se stesse come a persone alienate o
sfruttate, perchè nella loro tradizione tutti si aspettano
che siano sottomesse. Alla stessa maniera sono vissute le loro
madri e le nonne. Pensano di dover fare come loro. Quando una
donna non è cosciente della sua situazione, non si può fare
nulla per farla uscire.
Con la fiducia, il coraggio
Io mi accorgo che esse non possono mai dire
nulla. Sempre escluse quando vengono prese le decisioni, è
l'uomo a decidere per loro. Lo ritengo uno sfruttamento e
quando constato che alcune non si interessano ad imparare, che
fanno differenze, trattando i figli, tra maschi e femmine,
provo un senso di ribellione. Riconosco però che sono libere
di non accettare quello che penso io, perchè per loro contano
le proprie tradizioni. "E' quello che hanno sempre fatto
i nostri antenati".
Ho così insistito sulla fiducia. Bisogna essere convinte
delle proprie capacità. Le donne africane sono capaci di
cambiare. Di far fronte alle proprie situazioni anche se
richiedono molto tempo. Sono capaci di realizzare delle cose,
alla loro maniera, secondo il loro modo di pensare e nella
fedeltà ai loro valori. Tutto questo per me è dare fiducia.
E con molta pazienza per rispettare i loro ritmi. Io che sono
ruandese ho il mio sistema di lavoro, diverso da quello delle
donne bambara. Esse hanno il loro modo di organizzarsi diverso
dalla maniera che a me è famigliare fin dall'infanzia.
Il lavoro richiede pazienza anche perchè noi vogliamo
coinvolgere gli uomini. Secondo il costume le donne non
agiranno mai senza gli uomini. Non potranno far nulla nel loro
ambiente. Cerchiamo quindi di presentare loro altre
possibilità, partendo dalla loro cultura e senza andare oltre
a ciò che è loro famigliare. Secondo la tradizione, uomini e
donne non possono mai sedersi assieme e parlarsi faccia a
faccia. Nei tre villaggi dove lavoravamo, le donne hanno avuto
il coraggio di contattare il capo, chiedendogli di poter
prendere parte all'assemblea di villaggio, quando vengono
prese decisioni che le riguardano. Fatto nuovo. Mai
verificato.
Lo sbigottimento degli uomini
"A che cosa serve? Si può sapere che
cosa volete?" Le donne hanno tenuto duro spiegando che
desideravano frequentare delle lezioni di alfabetizzazione.
"Non abbiamo degli insegnanti, ma nel villaggio ci sono
uomini che sanno leggere e scrivere. Domandiamo che uno di
loro venga ad insegnarlo anche a noi. Non è compito della
Suora insegnare. Deve fare molte altre cose".
"Dobbiamo discuterne tra noi".
"Sì, ma dopo che l'avete fatto, dovete chiamarci tutte e
dirci che cosa avete deciso. Queste non sono cose da risolvere
in segreto".
Grazie a quell'occasione, sono riuscite ad allargare "a
sempre" il processo di presa delle decisioni. Nel senso
che ogni volta che l'assemblea di villaggio discuteva qualcosa
in cui erano implicate le donne, parecchie del gruppo
esigevano di prendervi parte. Pena l'impedimento
dell'esecuzione. Non era testardaggine. Se gli uomini volevano
ad es. costruire una piccola diga di villaggio, contavano
sulle donne per il rifornimento del cibo, il trasporto delle
pietre... lavori da donne! In passato esse non sapevano come
venivano prese le decisioni a loro riguardo, perchè erano
assenti, ma si contava sempre su di loro per l'esecuzione.
"D'ora in poi, quando sapete di dover discutere questioni
che ci riguardano, dovete chiamare le nostre delegate.
Altrimenti..."
Quale fede?
La presa di coscienza nelle donne non è
qualcosa di immediatamente evidente. Che si può misurare. Gli
altri possono non accorgersi di ciò che si fa. Sono abituati
a vedere il risultato del lavoro tra le donne nella nascita ad
es. di un centro di lavori femminili o un centro
medico-sociale. La coscientizzazione non si realizza in
costruzioni. La gente si aspetta di vedere riunioni,
iniziative... e noi possiamo continuare nel nostro lavoro solo
se ne siamo profondamente convinte. Con sofferenza spesso.
Anche se riusciamo a far in modo che una donna si metta a
cucire, se lei non prende coscienza che cucire la realizza, le
permette cioè di dare il meglio di se stessa, che cosa
abbiamo ottenuto? Deve convincersi prima di tutto che ha
qualcosa da donare. Non può attendere sempre di ricevere.
Perchè è in grado di agire da parte sua. E realizzare quello
di cui è capace, nel proprio ambiente, è già un grande
passo.
La maggior parte delle donne rurali, traggono dalla loro
condizione solo la constatazione che il non poter frequentare
la scuola le marginalizza. Ciò significa non potersi muovere,
viaggiare, partecipare a delle riunioni. Sapendosi analfabete,
si intimidiscono, non si sentono a loro agio e ciò le
allontana sempre più dalla società. Se si convincono che
anche alla loro età si può imparare a scrivere il proprio
nome è una vera conquista.
Quali risultati?
Durante tutto il lavoro fatto assieme, si
sono accorte che esse non escono mai di casa perchè costrette
a macinare il miglio dalla mattina alla sera. Alcune hanno
preso atto che se potessero usufruire di un mulinetto,
potrebbero risparmiare ore di lavoro ed avere tempo
disponibile per se stesse e per fare cose interessanti.
Ma, sottolineo le loro riflessioni, per avere un mulinetto da
usare in comune e farlo funzionare, bisogna saper leggere e
scrivere almeno un po'. Altrimenti chi segna l'avvicendarsi
delle prestazioni e tiene i conti? Poi è necessario
incominciare a mettere da parte del denaro per le spese che il
mulinetto comporta. E se coltiviamo e vendiamo ad es. dei
legumi, come facciamo a segnare ricavi e scadenze? Insomma
essere analfabete è sempre un grosso handicap. Quanto ci è
voluto per questa presa di coscienza! Ma se non ci fossero
arrivate, sia pure così lentamente, un passo alla volta,
l'aprire per loro, adulte, una scuola, non avrebbe portato
molto lontano. L'alfabetizzazione è apparsa loro importante
partendo da un bisogno immediato.
E' stata una grande difficoltà per noi arrivare a far
comprendere che i loro bisogni profondi non sono
necessariamente quelli che esse istintivamente recepiscono
come primari.
Su solide basi
Durante una prima riunione in un villaggio,
alcune donne avrebbero voluto che noi aprissimo immediatamente
un centro medico-sociale. "Le Suore sono qui. Apriranno
un centro di salute per noi!" Ma un po' alla volta, dopo
riflessioni varie, si sono rese conto che quello non era il
loro bisogno fondamentale. Dovevano prima acquisire una
maggiore comprensione tra loro. "Quando sapremo
collaborare tra noi, conclusero, riusciremo senz'altro a fare
qualcosa".
In un altro villaggio si sentivano tutti soddisfatti. Erano
sempre molto presenti nella parrocchia e nelle programmazioni
del villaggio. Dopo analisi pazienti ed accurate,
incominciarono a rendersi conto che dipendevano da un'unica
famiglia che era veramente molto attiva e faceva un lavoro di
coinvolgimento di tutti gli altri. Senza di essa, tutto
sarebbe sparito in breve. Le donne si convinsero che era
necessario incominciare, tutte, a dare il proprio contributo.
Senza contare sempre su qualcuno che s'impegnava al posto
loro.
Quando si crea una simile presa di coscienza, le donne
costruiscono su basi solide. Lentamente. Lentamente. E bisogna
rifiutarsi di lavorare al loro posto.
E soprattutto bisogna resistere alla tentazione di dare loro
sempre qualche cosa. Comprese delle idee. Troveranno le
proprie!
"Facendo nulla"
La promozione della donna, la sua
liberazione, non è qualcosa che posso promuovere io stessa.
Almeno questo è il frutto della mia esperienza. Quando la
donna è divenuta fiera della sua cultura e della sua natura
di donna, quando ha fiducia in se stessa proprio come donna,
quando è convita di essere "capace", saprà
organizzarsi da sè. Posso invogliare e far riflettere, ma in
se stesso è un lavoro che va al di là di ciò che io sono
capace di fare. E' qui che interviene la fede. Una fede che
matura. E rende liberi. L'ho constatato in me stessa e nelle
donne che ho incontrato.
Quando non si vedono dei risultati e anche gli altri notano i
non risultati, si incomincia ad intuire, com'è successo a me,
che la realtà interiore è visibile a Dio. Colui che ci ha
mandato. Ne viene una pace!
Noi Africani dobbiamo avere fiducia in noi stessi. Come
Africani.
E quanto alle donne, la Chiesa deve rendersi conto che se non
ci ammette pienamente nel suo ambito come donne-Chiesa, noi
non potremo mai dare il meglio di noi stesse.
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