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SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
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ONG: VOLONTARI NEL MONDO

Maurizio di Schino*

Da qualche decennio ormai si sente parlare sempre più di “volontari” e “volontariato”. Quali ideali o quali interessi spingono gruppi di cittadini a riunirsi in associazioni, chiamate oggi ONG (Organismi non governativi), per mettere a disposizione la propria competenza e portare il proprio aiuto agli abitanti del Sud del mondo in difficoltà? Potrà la loro azione influire sulla coscienza dei singoli Stati in modo da portare la politica internazionale ad un maggior senso di giustizia? Al rispetto delle varie culture e ad un’equa distribuzione dei beni economici? Le riflessioni e le risposte di un giornalista e di un volontario.

 

L’intuizione di fondo

Anna Rosa non avrebbe mai detto che “un movimento di volontariato piccolo come il suo, che volontari sconosciuti come loro, che tematiche di progetti semplici come i loro, sarebbero diventate questioni internazionali e sarebbero finite sulla stampa di tutto il mondo”.
Oggi, a distanza di anni, bisogna riconoscere che quel movimento nato in Brasile negli anni 70 per proteggere l’Amazzonia e i popoli della foresta, è il frutto dell’intuizione e della storia umile e silenziosa del volontariato; in particolare di quello internazionale, delle organizzazioni non governative spesso menzionate semplicemente con la sigla “ONG”.
Anna Rosa Fioretta oggi è presidente del Mlal (Movimento laici per l’America Latina) di Verona. Non ha dubbi a confermare che quelli “sono stati anni di maturazione e di articolazione tra il micro degli interventi e il macro dei problemi all’origine dei mali; sono stati pure anni di intuizione, forse anche di poca sistematizzazione”. Questa mancanza però, sempre secondo Fioretta, “è giustificata per il fatto che, al contrario di ‘molti venditori di fumo’, siamo persone portate al lavoro quotidiano, silenzioso e fattivo, piuttosto che alla elaborazione tecnica”.
La testimonianza di Anna Rosa fa capire che cos’è il “volontariato internazionale”, chi è la persona che ha scelto di intrecciare consapevolmente la propria storia con quella di altri popoli del Sud del mondo. E non solo, perchè la stessa persona è anche profondamente determinata a promuovere uno sviluppo partecipativo, tanto da porre l’attenzione sulle risorse umane locali affinchè ogni popolo diventi protagonista della propria storia.
E’ un atteggiamento che non ha nulla a che fare con la cooperazione tecnica in quanto tale. Questi volontari infatti, parlano il linguaggio della “cooperazione allo sviluppo”. Sono motivati dai principi della solidarietà che vanno ben oltre la logica del “dono dell’attrezzo”. 

 

L’impegno

L’impegno che portano avanti è quello di realizzare dei progetti che favoriscano lo sviluppo dei popoli. Questi ultimi, naturalmente, non rimangono passivi, ma vengono coinvolti perchè ogni progetto diventi un processo di “autopromozione umana”. Inoltre i volontari internazionali si sentono costruttori di quel ponte che idealmente mette in comunicazione il Nord con il Sud del mondo. Ne è una conferma la testimonianza di Roberto Zanoli che ha vissuto 4 anni in Madagascar per conto dell’organismo Rtm (Reggio Terzo Mondo) di Reggio Emilia:
“La molla che mi ha spinto a questi anni di volontariato internazionale la attribuirei alla volontà e al desiderio di incontrare nel mio cammino persone di altri paesi, per costruire insieme quel famoso e lungo ponte, nel rispetto profondo delle proprie culture e tradizioni, dove gli scambi ideali tra le due parti aiutano entrambi a migliorare la propria vita”.
Anche Alberto Maggi, 3 anni in Zaire e 6 mesi in Tanzania per il Cefa (Comitato Europeo di Formazione Agraria) di Bologna, sostiene che “i volontari internazionali restano sempre un ponte tra la nostra realtà e quelle più lontane, il segno tangibile della nostra voglia di fratellanza e di dialogo costruttivo”.
Spesso sono proprio loro gli unici soggetti che offrono e possono offrire un sostegno nelle zone colpite da guerre, esodi di massa e catastrofi naturali. Basti pensare ai progetti che alcuni dei 53 organismi federati a Volontari nel mondo-Focsiv (Federazione organismi cristiani di servizio internazionale volontario) stanno portando avanti in certe zone di frontiera: 4 in Bosnia, 4 in Albania, 15 in Burundi, 9 in Ruanda, 8 in Somalia, 1 in Sudan, 36 in Brasile, 2 in Columbia, 3 in Guatemala, 1 in Palestina, 2 in Libano, 1 in Iraq, 3 in Vietnam. E sono solo una parte dei 311 progetti che il volontariato internazionale di ispirazione cristiana (al 31 ottobre 1995 erano 585 i volontari impegnati nel Sud del mondo) ha in corso in 69 paesi tra Africa, America Latina, Europa dell’Est e Asia.

 

Motivati, qualificati, competenti

E’ ovvio che i volontari non possono improvvisarsi tali. Prima di partire occorre un’adeguata attività di educazione allo sviluppo che spesso può durare anche degli anni. “La preparazione all’interno di Rtm è stata fondamentale, conferma Roberto Zanoli, mi ha aiutato a scavare a fondo nelle mie motivazioni e a scoprire i diversi aspetti della scelta. Dopo un anno mi sono trovato in Madagascar come coordinatore dei progetti dell’organismo”. Roberto ha poi riscontrato sul campo la necessità della formazione: “L’appoggio del volontariato nella realtà locale deve essere qualificato e competente per poter realizzare una vera azione di partenariato”.
L’entusiasmo di chi parte per la prima volta viene poi ridimensionato drasticamente dalla sofferenza dei popoli che si incontrano. Crollano tutte quelle “ricette” che ognuno porta con sè per sconfiggere ingiustizie, fame e miseria. “Questo passaggio - sostiene Alberto - deve essere vissuto come una lezione di realismo, come un invito a non sognare nessuna realtà senza l’impegno di costruirla”. Ne sa qualcosa anche Eduardo Stibel, del progetto agricolo dell’Acri di Trieste: “Contempli la realtà in un silenzio insolito; la dura e tremenda realtà delle aree rurali, dei baraccati e dei bambini di strada di Nairobi. Poi trovi i Missionari, le suore e i volontari più anziani; ti conforti e impari da loro”.
Per Pierpaolo Bergamini, 2 anni in Tanzania con la Lvia ( Associazione Internazionale Volontari Laici) di Cuneo e 2 in Zambia con il Celim di Milano, l’incontro con il Terzo Mondo è anche l’impatto con i “contrasti stridenti”: “Chi ha troppo accanto a chi stenta o magari mangia male una volta al giorno. La tecnologia più avanzata utilizzata nello stesso luogo e nello stesso tempo accanto a tecniche e strumenti dell’uomo primitivo. Impiastri miracolosi accanto a sale operatorie modello. L’inconsapevolezza dell’esistenza delle borse internazionali accanto alle più importanti miniere di rame, oro, cobalto, argento, alluminio e diamanti. Chi ha visto e toccato questi contrasti non può rimanere tranquillo nella propria sfera”.

 

Dall’aiuto allo sviluppo

Visto che stiamo parlando di organismi e organizzazioni non governative, è opportuno aprire una parentesi per spiegare brevemente chi sono queste Ong, come sono nate e perchè.
L’espressione “non governative” fa subito capire che stiamo parlando di associazioni private, però senza fini di lucro (non profit), sorte come espressione della società civile, dotate di uno statuto e costituite legalmente secondo le procedure previste dagli ordinamenti interni dei singoli Stati. In Italia rientrano negli articoli 14, 36 e 30 del Codice Civile. 
Le prime Ong risalgono al periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale: è il ventennio in cui le popolazioni dell’Europa, stremate dagli eventi bellici, hanno bisogno di aiuto. La proliferazione comunque si registra nel secondo dopoguerra. Avviata la riscostruzione ed esaurita l’emergenza post-bellica in Europa, nel mondo subentrano altre grandi emergenze che raccolgono l’attenzione di molti organismi: le migrazioni di massa (India 1947, Palestina 1948, Cina 1949), le carestie e i conflitti (Corea 1950). Inoltre, molti paesi del Sud del mondo escono dal dominio coloniale e, secondo le Ong, questi paesi necessitano di una “promozione dello sviluppo” più che di un aiuto.
L’Onu, dunque, a partire dal 1961 elabora per 4 decenni consecutivi le “Strategie per lo sviluppo”. E’ nel secondo decennio che viene introdotto il concetto di “autosviluppo” inteso come capacità per ogni paese di raggiungere, secondo le proprie esigenze, gli obiettivi della crescita economica. Sempre nel 1971, l’Onu attesta allo 0,7% del prodotto interno lordo (Pil) l’aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) dei paesi del Nord verso i paesi emergenti. Nel decennio precedente era dell’1%; è stata la crisi petrolifera del 1972 a determinarne la riduzione. Attualmente l’Italia destina all’Aps appena lo 0,18% del Pil. Con il quarto decennio (1991-2000) subentra un nuovo maturato concetto di sviluppo: “lo sviluppo sostenibile” finalizzato a tutelare le risorse disponibili in una prospettiva a lungo termine. In questa evoluzione culturale sono state proprio le Ong a giocare un ruolo determinante.
In Italia sono oltre 2 mila le organizzazioni legalmente costituite; mentre sono solo 126 le Ong aventi il riconoscimento di idoneità del Ministero degli affari esteri secondo i requisiti richiesti dalla legge 49/87. Di queste, 105 sono raggruppate in 3 Federazioni. La più consistente, con 63 Ong, è Volontari nel mondo-Focsiv. 

 

Le Ong di ispirazione cristiana

Molti organismi hanno inteso la cooperazione allo sviluppo come “promozione integrale della persona”, che è uno dei cardini della dottrina sociale della Chiesa. Diverse Ong, infatti, sono nate proprio sotto la spinta di questa ispirazione cristiana, con la convinzione di essere operatrici nella costruzione del Regno e soprattutto consapevoli che con la morte e la resurrezione di Cristo esiste ormai una sola storia che è la storia della salvezza. La storia della liberazione di tutta la persona e di tutte le persone. 
“La mia partenza per le Filippine nell’agosto ‘92 - racconta Paolo Beccegato, che ha vissuto questa esperienza per la Fontov (Fondazione Tovini) di Brescia - non è stata frutto di un desiderio di novità o di esperienza e di emozioni fuori dal comune; nè di una sfida con me stesso, con le mie capacità; non è stato un soddisfare il desiderio di fuga o la necessità di una collocazione professionale e neppure una conseguenza di notevoli interessi culturali, storici o linguistici. E’ stata prima di tutto una consapevole, pacata, normale scelta di fede. Scelta maturata dopo un lungo itinerario formativo in parrocchia, durante l’anno di servizio civile in Caritas e nel corso della preparazione della Fontov”. Riflettendo sulle motivazioni, anche per Alberto Maggi “quella religiosa è stata la prevalente”. Anzi, “nel tempo si è rivelata la più valida e la più solida”.
In Italia, la prima Ong di ispirazione cristiana, l’Ummi, nasce nel 1933 tra Padova e San Zeno in Monte. E’ un’intuizione di don Diodato Desenzani, sacerdote dell’Opera Don Calabria, che pensa alla fondazione di un organismo che prepari i medici per le missioni, l’idea l’aveva concepita in India l’anno prima.
Negli anni ‘50 le Ong cristiane cominciano a prendere piede. Nel 1950 muove i primi passi il Cuamm di Padova, nel 1954 il Celim di Milano, nel 1957 la Fontov di Brescia e l’Ibo di Cassana (Fe), nel 1959 il Coe di Barzio (Co).

 

Laici missionari o volontari internazionali?

Il dibattito è ancora aperto e dura dal 1971, anno in cui è sorta la Focsiv dalla precedente Folm, la “Federazione degli organismi di laicato missionario” che aveva promosso 6 anni prima, nel 1965, il coordinamento delle esperienze degli organismi di ispirazione cristiana.
E’ stato faticoso avviare la riflessione sull’identità del volontario internazionale e precisare le sue peculiarità rispetto al laico missionario. Nonostante tutto, alcuni progressi si sono registrati e sono riscontrabili specialmente nei documenti dei vescovi italiani. Luca Moscatelli, vicepresidente dell’Aspem di Cantù (Co), ha avuto modo di approfondire e confrontare gli ultimi 5 documenti della Cei riguardanti appunto la missionarietà della Chiesa: da “La cooperazione missionaria della Chiesa che è in Italia” del 1974 a “I laici nella missione ad gentes e nella cooperazione tra i popoli” del 1990. E fa notare: “Per quanto riguarda il rapporto tra laicato missionario e volontariato internazionale, si è visto come l’accento si sia progressivamente invertito nei documenti magisteriali: dal riconoscimento del laicato missionario, rispetto al quale il volontariato internazionale era visto soltanto come residuale, si è passati al riconoscimento del volontariato internazionale addirittura con la preoccupazione che esso potesse assorbire il laicato missionario. Per dar posto ad entrambi, il Magistero ha cercato di determanarne la distinzione (complementare), passando però da una distinzione fondata sulla maggiore prossimi- tà/inserimento del laicato missionario nella Chiesa locale, ad una che si appoggia a quella tra pastorale e promozione umana”.
Proprio tale evoluzione, anche se lenta, rende Moscatelli alquanto ottimista e allo stesso tempo provocatorio: “Nonostante questo spostamento non abbia risolto i maggiori problemi, è tuttavia da salutare come un progresso. Almeno non è più in questione l’essere vicini o più lontani dalla Chie- sa, la qual cosa era certamente avvilente per noi volontari internazionali, pur avendo indubbiamente anche i suoi vantaggi. Restano tuttavia aperti alcuni problemi: mi pare che il volontariato sia chiamato da una parte ad un maggiore inserimento nella Chiesa locale per dare il suo contributo di esperienze, e per ricevere sostegno e aiuto nel discernimento e nella formazione. Dall’altra, esso dovrà dedicare più cura negli organismi alla formazione cristiana dei suoi volontari, di quelli che restano in Italia come di quelli destinati a partire. La possibilità di conservare e di rivitalizzare l’ispirazione cristiana passa obbligatoriamente da qui”.
Indubbiamente questa è una sfida per gli organismi di Volontari nel mondo-Focsiv, soprattutto per quelli che accolgono i propri volontari anche tra i non credenti e che rispettano questa scelta senza alcuna tentazione di proselitismo. Nel “Documento base” della Federazione, elaborato e discusso negli anni 1972-1973, c’è un punto che tratta specificatamente del pluralismo in questione: “Riguardo agli organismi che accettano pure volontari non praticanti e talora non credenti, si conviene che il giudizio su tale opportunità spetta all’organismo singolo; venga assicurata loro la possibilità di approfondire adeguatamente le proprie motivazioni durante il periodo di formazione; successivamente vengano inseriti in progetti a loro appropriati”.

 

Dimenticati nel Sud del mondo

Chi sceglie di partire per il Sud del mondo è anche consapevole che sono molti i rischi, specialmente in quei paesi dove i volontari sono le uniche persone che hanno deciso di continuare a condividere la sorte della popolazione e quindi non hanno alcuna sicurezza per la loro incolumità. Riportiamo alcuni episodi del 1995: 28 febbraio, in Somalia vengono rapiti Salvatore Grungo e Giuseppe Barbero della Lvia. 6 agosto, in Zaire vengono uccisi Luigi Cazzaniga, Tarcisio Catta-neo, Michelangelo Lamberti, Adelio Castiglioni con i figli Roberta e Samuele, tutti dell’Amg di Lecco (Co). 30 settembre: in Burundi viene uccisa Catina Gubert (era stata volontaria con la Lvia) con i missionari Saveriani Aldo Marchiol e Ottorino Maule. 22 ottobre, in Somalia viene uccisa Graziella Fumagalli, dottoressa della Caritas italiana. 18 dicembre, sempre in Somalia viene rapito Marco Lorenzetti del Cefa. Nel 1996, l’11 marzo, ancora in Somalia, Fernando Bersano della Lvia rimane ferito durante un attentato. 
Eppure l’Italia spesso si dimentica di questi volontari che sono anche l’unica faccia ancora credibile della nostra cooperazione e quindi della politica internazionale del paese. Basti citare la questione dei finanziamenti. 
Le Ong possono ricevere i soldi da parte dello Stato in una misura che va dal 50 al 70% per i progetti promossi (cioè di iniziativa delle Ong); sono invece finanziati al 100% i progetti affidati (quelli che il Governo promuove e affida in gestione alle Ong). Purtroppo tutto questo è solo sulla carta.
Le Ong italiane, infatti, tuttora assistono allo scandalo della giacenza di circa 400 progetti per i quali si raggiungono 108 miliardi di lire. Soldi che, come fanno notare i presidenti delle 3 Federazioni, Luca Jahier (Focsiv), Raffaele Salinari (Cipsi) e Rosario Lembo (Cocis), “già esistono nel bilancio dello Stato perchè vincolati ad iniziative approvate negli anni ‘90, ‘91 e ‘92 e già vistate dalla Ragioneria dello Stato”.
A questi soldi vanno aggiunti i 175 miliardi non impegnati negli esercizi finanziari ‘93-’94-’95. Stessa sorte anche per i 60 miliardi previsti dalla Finanziaria ‘96? Staremo a vedere. E’ già un passo avanti il decreto legge del 1 marzo 1996 che avvia la riorganizzazione della cooperazione allo sviluppo e quindi lo sblocco dei crediti pregressi. E sarà anche una boccata d’ossigeno per quelle Ong che hanno portato avanti i progetti pur non ricevendo soldi e che per questo si sono indebitate. Il Mlal, tanto per menzionare un caso, vanta dalla Farnesina 14 miliardi di lire per programmi finanziari, approvati e rendicontati. Le cause? “La burocrazia sempre più asfissiante con un costante e continuo cambiamento delle regole amministrative nell’erogare i finanziamenti”, dicono Jahier, Lembo e Salinari. Il dito accusatore naturalmente è puntato contro la Direzione generale cooperazione allo sviluppo (Dgcs) del Ministero degli esteri. 

 

La malacooperazione governativa

Chissà che le Ong non abbiano soprattutto dovuto pagare il prezzo di tangentopoli e quindi della malacooperazione governativa! Dall’87 al ‘94, si legge nella requisitoria della Corte dei conti resa nota all’inizio di quest’anno, l’Italia ha dilapidato 19.500 miliardi per avviare in 117 paesi oltre 5 mila progetti, in gran parte mai portati a termine. In quegli anni è prevalsa “la logica dello sportello, alimentata da un diffuso lobbismo”, si legge nel documento. Alle carenze organizzative e all’incapacità di programmazione, infatti, si sono affiancate “le interferenze politiche che, quando non hanno assunto pur ipotizzati criteri di illeicità, sono valse più ad agevolare imprese nazionali, private e a partecipazione statale, decotte o in difficoltà”.
La commissione parlamentare d’inchiesta sulla cooperazione allo sviluppo, dopo alcune missioni, ha potuto constatare che gli unici progetti che funzionano sono quelli delle Ong. Ad esempio: “il reinserimento dei reduci della guerra civile” realizzato e gestito dalla Lvia ad Addis Abeba (Etiopia) e “il Centro sociosanitario” costruito dal Mlal a Merlo, vicino a Buenos Aires (Argentina).

 

Le Ong non stanno a guardare

In questa amara parentesi, soprattutto quella dei mancati finanziamenti pubblici, le Ong non si sono limitate a protestare e a guardare come è calato il contributo del Ministero: nel ‘91, per gli organismi della Focsiv, era di 57 miliardi (il 61% del bilancio totale); nel ‘94 invece era di 20,8 miliardi (il 24% del bilancio complessivo). Gli organismi hanno cercato di rimediare puntando sui contributi privati nell’ambito di manifestazioni popolari, come il concerto di Jovanotti per il Ruanda, la campagna “Le radici da ritrovare” per la scolarizzazione dei bambini profughi, l’incontro del Papa con i giovani a Loreto durante il quale ognuno ha donato l’equivalente di un pranzo per finanziare 3 centri di aggregazione giovanile in Bosnia. Questa cosiddetta attività di fund raising ha raddoppiato, sempre dal ‘91 al ‘94, l’apporto dei contributi privati dal 26 al 52%.
Altra fonte di entrata dei finanziamenti è la collaborazione con le agenzie dell’Onu e dell’Unione europea. L’Avsi (Associazione volontari servizio internazionale) in Uganda in un progetto dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr); il Cuamm (Collegio universitario aspiranti medici missionari) ha lavorato in Ruanda in un progetto Unicef; il Cisv (Comunità impegno servizio volontario) e il Mlal, rispettivamente in Burundi e in Salvador, hanno come partner il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp); la Lvia in Burundi ha avuto come ente finanziatore la Banca Mondiale. Inoltre, nel 1995, l’Ufficio umanitario dell’Unione europea (Echo) ha finanziato le Ong italiane per 45 miliardi di lire.

 

Le Ong e l’Unione Europea

Il semestre di presidenza italiana all’Unione europea è adesso per le Ong l’occasione per lanciare una campagna informativa. “Solidarietà e cooperazione: carta d’identità della cittadinanza europea” è lo slogan attraverso il quale gli organismi non governativi italiani hanno formulato 10 proposte per dare “un contributo al miglioramento della politica di cooperazione allo sviluppo dell’Italia e dell’Unione europea”: coerenza e complementarietà delle politiche dello sviluppo e delle politiche settoriali comunitarie; promozione di una politica di partenariato e di integrazione economica; aiuto allo sviluppo adeguato, efficace, coerente e libero da condizionamenti; emergenza e sicurezza alimentare in una sola strategia di sviluppo ; educazione allo sviluppo per una cultura di cooperazione e solidarietà; decentralizzazione della cooperazione rispetto dei diritti umani e sicurezza sociale nella solidarietà con gli immigrati e i richiedenti asilo; consolidamento dei processi di pace; cessazione degli embarghi; parità tra uomo e donna nella cooperazione allo sviluppo con l’eliminazione di ogni forma di discriminazione verso le donne.