AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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Madre Africa guarda lontano
Un viaggio nella tratta dei negri

di Maddalena Masutti

Il VI Festival del Cinema Africano (Milano 22/28 marzo '96) ha riproposto anche quest'anno autori vecchi e nuovi. Tematiche serie, scottanti, ma anche gioiose e fiabesche. Tutte interessanti. Impegnata la retrospettiva sul cinema algerino che ha seguito coraggiosamente lo svolgersi delle vicende politiche del Paese.
Ad "Africa" viene proposto l'avvincente viaggio "nei luoghi di culto" della tratta dei negri. Attraverso l'occhio intelligente e sensibile del giovane regista Francois Woukoache (nato in Camerun nel 1966).

 

Il protagonista? Non c'è.

Il titolo,"Asientos": "cose acquisite, formalmente convenute", indica le "licenze" che la Spagna, nel XVI secolo, concedeva alle compagnie europee di organizzare la tratta dei negri. Un tot di quattrini come tassa, permetteva la razzia e il trasporto di migliaia di schiavi.
Titolo a scelta significativa. Che indica non solo connivenza piena da parte dei governi, ma anche una legalità incontestata.
Un vecchio maniero dalle mura massicce, a picco sull'oceano nell'isola di Gorée, rimane a ricordo.
La cinepresa apre sulle immagini sfocate di un ragazzo che correndo sulla spiaggia, tenta di capire, di ricordare, ma che cosa?...
In una cantina-ripostiglio tra le vecchie cose abbandonate, un televisore trasmette immagini di attualità africana: stragi, gente costretta a partire, soldati che uccidono. Il ragazzo sulla spiaggia cerca qualcosa, vorrebbe capire: c'è soltanto grigiore.
Come evocare 400 anni di storia di schiavitù? E che dire degli altri 100 che l'hanno seguita? La TV nel ripostiglio trasmette ancora. Che cos'è l'Africa di oggi?
Il regista fa passare in rassegna le stanze del grande maniero, basse, umide, scure, dalle pareti di roccia inespugnabile. E distinte dalle indicazioni, uomini, donne, giovani, fanciulle, bambini... ma anche da precisazioni allarmanti: renitenti, ribelli, malati. Oppure: punizione, ingrassamento. Grossi fermagli di catene appesi alle pareti assieme a quegli aggeggi divenuti famosi, che permettevano di aprire la bocca e far ingerire il cibo ai catturati che decidevano di lasciarsi morire di fame. Poi quel visualizzare la pelle dello schiavo negro invecchiato precocemente, una pelle avvizzita dalla ferite e dai maltrattamenti, messa a confronto con la roccia rugosa del maniero! Destinate tutte due a conservare delle tracce, ma per chi? Un tunnel a gradini, dall'entrata del palazzone, decresce verso il mare. Il regista lo fa percorrere allo spettatore. Il protagonista non c'è. E chi guarda arriva ad una gran feritoia, una porta senza chiusura, aperta sull'oceano, senza possibilità di ritorno.

 

Poesia del dolore

Quattro gli interpreti del film, assieme ad una capanna che appare ogni tanto, come simbolo di tutta la tradizione africana, rizzandosi da un suolo sabbioso desertico. Ricoperta da foglie di palma di un "rosso-sangue" o di un "rosso-amore", custodisce tutto ciò che ciascuno vuole, perchè nel film, protagonista, è chi guarda. E' la riflessione che il regista gli fa fare. Il passato che sa ricostruire e la sensazione di bellezza che riesce a comunicare. Come ambientazione, il maniero sta a ricordo, sono l'oceano e la spiaggia, gli spazi vitali. E' sulla spiaggia infatti che il vecchio antenato racconta la lunga sofferenza, lasciando ispezionare la sua pelle. Racconta a tratti, in modo molto dignitoso. Riassumendo in proverbi e sentenze che il giovane africano dal corpo vigoroso, atletico, non comprende. Gli è seduto a poca distanza, ma non vede e non sente.
Solo dopo che è sparito, egli avverte il bisogno di ripeterne i gesti, tanto essenziali e saggi. E come dettati da una forza che gli viene spontanea, dal di dentro. Suo malgrado.
Allora l'immagine della "Madre Africa" che intravedeva a sprazzi soltanto, solenne tra la capanna e il mare, gli diventa più famigliare. La cerca. La rivede maestosa, capace di guardare ad un futuro di dignità. Di forza. La Madre non sorride. Ma è tutta nello sguardo fiero, fermo, sereno. Che non smette di guardare lontano.

 

Fiaccole e fiaccole

Il giovane africano, ormai solo, siede sulla sabbia e guarda l'oceano. Immagini dell'Africa odierna si susseguono sullo schermo: i morti dei campi-rifugiati vengono sepolti alla rinfusa. Che cos'è l'Africa? si chiede lo spettatore confuso.
Ritorna anche l'immagine del tunnel oscuro che sfocia in una feritoia ristretta sull'oceano. Quale futuro per l'Africa odierna? Quale partecipazione da parte di tutti?
Cala la sera su una marea di persone che si sono avvicinate, sulla spiaggia, ad una ad una al giovane africano, reggendo una fiaccola accesa. Una sequenza di sei minuti in cui il fiammeggiare delle torce è accompagnato dal ritmo delle onde dell'oceano che lambiscono la spiaggia. Un ritmo riposante, tranquillo. Che sembra riportare tutto alla vita, senza cattivi ricordi, senza presagi inquietanti od immagini tristi. Una sequenza che ci si sarebbe augurati che potesse durare per sempre.
"La sequenza finale è ciò che mi è venuto in mente per prima cosa, quando ho pensato di fare il film" dice il regista quando qualcuno tra il pubblico milanese, esprime il proprio compiacimento per la sua bellezza poetica. "Ho fatto tutto il film pensando alla scena finale". Caricata di attese umane,fraterne, di tutte le speranze più belle, essa ha aiutato a rievocare il dolore, durante la narrazione, come un dolore capace di "risurrezione e di vita".
Ma "perchè interrogarsi sulla schiavitù del passato, mentre oggi c'è tanto odio dei negri tra loro?" chiede tra il pubblico un signore dalla pelle bianca.
Il regista cerca, con molta tristezza, di spiegare che è sempre doveroso interpellare la storia. Tra il pubblico c'è chi si chiede con altrettanta tristezza come sia possibile tale domanda dopo un messaggio del genere. L'umanità non finisce davvero mai di stupire.