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Madre Africa guarda lontano
Un viaggio nella tratta dei negri
di Maddalena Masutti
Il VI Festival del Cinema Africano
(Milano 22/28 marzo '96) ha riproposto anche quest'anno autori
vecchi e nuovi. Tematiche serie, scottanti, ma anche gioiose e
fiabesche. Tutte interessanti. Impegnata la retrospettiva sul
cinema algerino che ha seguito coraggiosamente lo svolgersi
delle vicende politiche del Paese.
Ad "Africa" viene proposto l'avvincente viaggio
"nei luoghi di culto" della tratta dei negri.
Attraverso l'occhio intelligente e sensibile del giovane
regista Francois Woukoache (nato in Camerun nel 1966).
Il protagonista? Non c'è.
Il titolo,"Asientos": "cose
acquisite, formalmente convenute", indica le
"licenze" che la Spagna, nel XVI secolo, concedeva
alle compagnie europee di organizzare la tratta dei negri. Un
tot di quattrini come tassa, permetteva la razzia e il
trasporto di migliaia di schiavi.
Titolo a scelta significativa. Che indica non solo connivenza
piena da parte dei governi, ma anche una legalità
incontestata.
Un vecchio maniero dalle mura massicce, a picco sull'oceano
nell'isola di Gorée, rimane a ricordo.
La cinepresa apre sulle immagini sfocate di un ragazzo che
correndo sulla spiaggia, tenta di capire, di ricordare, ma che
cosa?...
In una cantina-ripostiglio tra le vecchie cose abbandonate, un
televisore trasmette immagini di attualità africana: stragi,
gente costretta a partire, soldati che uccidono. Il ragazzo
sulla spiaggia cerca qualcosa, vorrebbe capire: c'è soltanto
grigiore.
Come evocare 400 anni di storia di schiavitù? E che dire
degli altri 100 che l'hanno seguita? La TV nel ripostiglio
trasmette ancora. Che cos'è l'Africa di oggi?
Il regista fa passare in rassegna le stanze del grande
maniero, basse, umide, scure, dalle pareti di roccia
inespugnabile. E distinte dalle indicazioni, uomini, donne,
giovani, fanciulle, bambini... ma anche da precisazioni
allarmanti: renitenti, ribelli, malati. Oppure: punizione,
ingrassamento. Grossi fermagli di catene appesi alle pareti
assieme a quegli aggeggi divenuti famosi, che permettevano di
aprire la bocca e far ingerire il cibo ai catturati che
decidevano di lasciarsi morire di fame. Poi quel visualizzare
la pelle dello schiavo negro invecchiato precocemente, una
pelle avvizzita dalla ferite e dai maltrattamenti, messa a
confronto con la roccia rugosa del maniero! Destinate tutte
due a conservare delle tracce, ma per chi? Un tunnel a
gradini, dall'entrata del palazzone, decresce verso il mare.
Il regista lo fa percorrere allo spettatore. Il protagonista
non c'è. E chi guarda arriva ad una gran feritoia, una porta
senza chiusura, aperta sull'oceano, senza possibilità di
ritorno.
Poesia del dolore
Quattro gli interpreti del film, assieme ad
una capanna che appare ogni tanto, come simbolo di tutta la
tradizione africana, rizzandosi da un suolo sabbioso
desertico. Ricoperta da foglie di palma di un
"rosso-sangue" o di un "rosso-amore",
custodisce tutto ciò che ciascuno vuole, perchè nel film,
protagonista, è chi guarda. E' la riflessione che il regista
gli fa fare. Il passato che sa ricostruire e la sensazione di
bellezza che riesce a comunicare. Come ambientazione, il
maniero sta a ricordo, sono l'oceano e la spiaggia, gli spazi
vitali. E' sulla spiaggia infatti che il vecchio antenato
racconta la lunga sofferenza, lasciando ispezionare la sua
pelle. Racconta a tratti, in modo molto dignitoso. Riassumendo
in proverbi e sentenze che il giovane africano dal corpo
vigoroso, atletico, non comprende. Gli è seduto a poca
distanza, ma non vede e non sente.
Solo dopo che è sparito, egli avverte il bisogno di ripeterne
i gesti, tanto essenziali e saggi. E come dettati da una forza
che gli viene spontanea, dal di dentro. Suo malgrado.
Allora l'immagine della "Madre Africa" che
intravedeva a sprazzi soltanto, solenne tra la capanna e il
mare, gli diventa più famigliare. La cerca. La rivede
maestosa, capace di guardare ad un futuro di dignità. Di
forza. La Madre non sorride. Ma è tutta nello sguardo fiero,
fermo, sereno. Che non smette di guardare lontano.
Fiaccole e fiaccole
Il giovane africano, ormai solo, siede sulla
sabbia e guarda l'oceano. Immagini dell'Africa odierna si
susseguono sullo schermo: i morti dei campi-rifugiati vengono
sepolti alla rinfusa. Che cos'è l'Africa? si chiede lo
spettatore confuso.
Ritorna anche l'immagine del tunnel oscuro che sfocia in una
feritoia ristretta sull'oceano. Quale futuro per l'Africa
odierna? Quale partecipazione da parte di tutti?
Cala la sera su una marea di persone che si sono avvicinate,
sulla spiaggia, ad una ad una al giovane africano, reggendo
una fiaccola accesa. Una sequenza di sei minuti in cui il
fiammeggiare delle torce è accompagnato dal ritmo delle onde
dell'oceano che lambiscono la spiaggia. Un ritmo riposante,
tranquillo. Che sembra riportare tutto alla vita, senza
cattivi ricordi, senza presagi inquietanti od immagini tristi.
Una sequenza che ci si sarebbe augurati che potesse durare per
sempre.
"La sequenza finale è ciò che mi è venuto in mente per
prima cosa, quando ho pensato di fare il film" dice il
regista quando qualcuno tra il pubblico milanese, esprime il
proprio compiacimento per la sua bellezza poetica. "Ho
fatto tutto il film pensando alla scena finale". Caricata
di attese umane,fraterne, di tutte le speranze più belle,
essa ha aiutato a rievocare il dolore, durante la narrazione,
come un dolore capace di "risurrezione e di vita".
Ma "perchè interrogarsi sulla schiavitù del passato,
mentre oggi c'è tanto odio dei negri tra loro?" chiede
tra il pubblico un signore dalla pelle bianca.
Il regista cerca, con molta tristezza, di spiegare che è
sempre doveroso interpellare la storia. Tra il pubblico c'è
chi si chiede con altrettanta tristezza come sia possibile
tale domanda dopo un messaggio del genere. L'umanità non
finisce davvero mai di stupire.
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