AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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Il debito estero africano: senza rimedio?

 di Rodolfo Casadei

 

A quanto ammonta veramente il debito estero dei paesi in via di sviluppo? E quello africano in particolare? A parte un settore molto ristretto di stampa specializzata, i mass-media non offrono al riguardo servizi esaustivi e tali da costituire una vera informazione per il pubblico. Eppure la situazione attuale è gravissima, apparentemente disperata. E non coinvolge solo i paesi direttamente interessati, ma influisce negativamente su tutta l'economia mondiale. Nella panoramica del giornalista Rodolfo Casadei, la risposta a molte domande.

 

Occhio alle cifre

Messa a confronto con il debito estero totale dei paesi in via di sviluppo, la differenza debitoria dell'Africa a Sud del Sahara non sembra particolarmente scoraggiante: dei 1900 miliardi di dollari (tre milioni di miliardi di lire) che i paesi del cosiddetto terzo mondo dovrebbero restituire a fondi multilaterali, governi stranieri e banche commerciali solo un decimo, cioè circa 190, appesantiscono il fardello dei paesi africani. Confrontati coi 132 miliardi di cui è debitore verso il sistema finanziario internazionale il solo Brasile, i 190 miliardi di un intero continente non sembrano gran cosa. Ma l'impressione è fallace: se guardiamo i numeri più da vicino, scopriamo che in realtà i 190 miliardi dell'Africa pesano molto di più dei 132 del Brasile e dei 118 del Messico. Mentre infatti il debito estero brasiliano ammonta "soltanto" al 24 per cento del prodotto interno lordo annuale e quello messicano al 35,5 per cento, i 190 miliardi di dollari di debito estero africano equivalgono al valore del prodotto interno lordo dell'intero continente a sud del Sahara. Vale a dire che gli africani dovrebbero devolvere l'intera produzione di un anno di lavoro senza consumare nemmeno un piatto di riso e una tazza di tè per poter azzerare la sofferenza debitoria che pende su di loro.
Se poi ci si addentra minimamente nei vari indicatori economici dei singoli paesi, soprattutto per la parte che riguarda il commercio con l'estero ci si rende conto di quanto pesantemente il debito estero incida sulle economie africane e sulle loro prospettive di sviluppo ancora prima che sulle possibilità di spesa sociale dei vari paesi. Si raffrontino per esempio le entrate di valuta estera da esportazione dei singoli stati coi totali del loro debito estero: si scoprirà per esempio che quest'ultimo è pari al 300 per cento delle entrate in valuta pregiata nel caso del Kenya, cioè ci vogliono (in teoria) tre anni di guadagni da esportazioni per estinguere il debito Kenyano; nel caso dell'Uganda gli anni salgono a dodici, a quattordici per il Monzambico, a sedici per la Somalia, a trentadue per il Sudan!

 

Il "servizio" del debito

Ma il raffronto più istruttivo, più gravido di conseguenza e più preoccupante è certa-mente un altro, e cioè quello fra il "servizio" annuale del debito estero e le entrate dalle e-sportazioni. Che cos'è il "servizio" del debito?
E' il pagamento degli interessi sul debito più il rimborso di una quota del prestito iniziale. Il servizio ha le sue scadenze di pagamento, che debbono essere rispettate se non si vuole essere tagliati fuori dai canali del sistema finanziario internazionale. Nel caso di non pochi paesi africani la cifra pagata come servizio del debito contratto è pari al 40 per cento di tutta la valuta pregiata introitata annualmente attraverso le esportazioni, il turismo, ecc. Paesi che pure negli ultimi anni hanno registrato buone performance economiche, con tassi di crescita del prodotto interno del 5-6 per cento annuo come l'Uganda, il Ghana e la Tanzania, o come la Costa D'Avorio nell'ultimo biennio, si trovano da tempo in questa situazione che preclude loro qualunque possibilità di sviluppo duraturo: l'economia di questi paesi si espande, ma viene continuamente salassata dai creditori, perciò non riesce ad accumulare capitali sufficienti per investimenti produttivi.

 

Il perchè della situazione.

Come si è creata questa situazione? Per capirlo bisogna prendere in esame la composizione del debito estero dei paesi africani e raffrontarla con quella degli altri paesi del terzo mondo. Scopriremo una differenza molto importante: mentre nel caso dei paesi sudamericani e asiatici la maggior parte del debito è stata contratta con banche commerciali o governi stranieri, nel caso dell'Africa una fetta importante è stata contratta con agenzie multilaterali come la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale (Fmi). Queste due istituzioni, come è noto, sono state create all'indomani della seconda guerra mondiale per favorire la ricostruzione post-bellica e poi si sono orientate verso i cosiddetti "paesi in via di sviluppo", finanziando con prestiti progetti di sviluppo governativi in tali aree. I loro capitali sono forniti da tutti i paesi del mondo, ma soprattutto dai paesi occidentali più ricchi (Usa, Giappone, Germania, Francia, Gran Bretagna, ecc.). I loro tassi d'interesse sui prestiti sono normalmente meno onerosi di quelli del mercato, ma si dà il caso che le scadenze dei rimborsi verso questi enti debbono essere rigorosamente rispettate. In altre parole: non sono ammesse dilazioni o riscadenziamenti nei rimborsi dei prestiti alla Banca mondiale, mentre sono pratica corrente per quanto riguarda gli altri creditori pubblici (riuniti nel famoso "club di Parigi"e quelli privati (vedi il "club di Londra").

 

La riserva della Banca mondiale

Tanto meno sono ammesse cancellazioni del debito, e anche qui la Banca mondiale si distingue per la sua severità: l'annullamento di quote più o meno significative di debito estero terzomondiale da parte di paesi occidentali è fenomeno limitato ma ricorrente. Nel marzo '94, per esempio, la Francia ha accompagnato la svalutazione del 50 per cento del franco Cfa (la moneta di 14 paesi africani della "zona del franco") con l'annullamento di 28,3 miliardi di franchi di vecchi debiti. E il vertice di Napoli del G7 nel luglio '94 ha deciso misure di clemenza debitoria nei riguardi dei cosiddetti "least developed countries", cioè quelli che con un eufemismo vengono definiti i "paesi meno sviluppati", dove il reddito pro capite annuo è inferiore a 695 dollari americani. Oltre alla possibilità di riscadenziare i rimborsi, questi paesi possono ora , avviando una trattativa coi governi rappresentati nel Club di Parigi, aspirare alla cancellazione del 67 per cento del loro debito pubblico bilaterale, cioè quello contratto dal loro governo con governi stranieri.
La Banca mondiale no, non cancella niente, anzi pretende il pagamento sull'unghia degli arretrati in tempi molto stretti, altrimenti il mancato rimborso viene caricato sul totale del debito ancora pendente, che perciò continua ad aggravarsi. E' a causa di questo meccanismo che il debito estero di paesi come Sudan, Somalia, Angola e Liberia si appesantisce benchè da tempo non chiedano più prestiti. Da una banca internazionale che dovrebbe essere al servizio dello sviluppo economico di tutti i paesi del mondo ci si attenderebbe un altro comportamento, ma tant'è: la Banca mondiale non ritiene di doversi accollare il rischio di un effetto-valanga da parte dei debitori insolventi, teme che se fa un'eccezione in un caso, il paese graziato troverà subito imitatori che finiranno per provocare la bancarotta dell'istituzione.
La situazione del debito estero africano non è sempre stata quella attuale: nel 1980 il rimborso del debito multilaterale, contratto principalmente con la Banca mondiale e il Fmi, costituiva appena l'8 per cento del totale del servizio del debito estero africano; nel 1995 la percentuale ha raggiunto, secondo le stime della stessa Banca mondiale, il 40 per cento. Perchè questa evoluzione?

 

La nascita del debito africano

Il debito estero africano è nato alla fine degli anni Settanta e si è sviluppato nel corso degli anni Ottanta. Lo hanno favorito il boom del prezzo dei prodotti petroliferi, che ha reso più gravose per i paesi africani non petroliferi le importazioni di carburanti e manufatti prodotti con grande consumo energetico, e la flessione dei prezzi delle materie prime agricole e minerarie sul mercato mondiale, che ha causato una forte flessione nelle entrate da esportazioni di tutti i paesi africani. I governi africani, che avevano malamente sprecato in spese improduttive e clientelari o in investimenti sbagliati le forti entrate da esportazioni degli anni Sessanta e dei primi anni Settanta, o le avevano trasferite in conti cifrati all'estero a disposizione dei capi di governo e del loro entourage, si sono ritrovati con le casse statali vuote. Allora per continuare a pagare gli stipendi della funzione pubblica e delle forze di sicurezza e per mantenere in vita un consenso politico di natura clientelare sono dovuti ricorrere al credito internazionale. Per qualche tempo le banche private e i governi occidentali hanno accondisceso a questa politica di indebitamento, ma quando si sono resi conto che i vari paesi non sarebbero stati in grado di rimborsare i prestiti hanno rapidamente chiuso i cordoni della borsa. I capitali privati internazionali hanno preso la strada dell'Oriente e dell'America latina, e all'Africa non è rimasto che il cammino della croce delle agenzie multilaterali e delle loro severe condizioni.

 

L'"aggiustamento strutturale"

La più dolorosa fra le condizionalità che Banca mondiale e Fmi pongono all'esborso dei loro prestiti va sotto il nome di "aggiustamento strutturale", un insieme di misure di austerità che i governi richiedenti debbono applicare all'economia e alla finanza dei loro paesi se vogliono usufruire di crediti multilaterali. Fra queste misure, che mirano in sostanza a diminuire l'inflazione e il disavanzo dello Stato, compaiono sempre anche riduzioni della spesa pubblica nei settori della sanità e dell'educazione. Nei paesi che stanno applicando i "piani di aggiustamento strutturale" si è creata una situazione tale per cui, come ricorda un recente documento Onu, il servizio del debito ha in media "superato gli investimenti pubblici nei settori dell'educazione e della sanità. Secondo le ultime stime disponibili, il montante medio delle spese per il servizio del debito ha toccato i 43 dollari per abitante, contro i 35 dollari per abitanti di spese per l'educazione e la sanità".
La situazione è chiaramente insostenibile dal punto di vista morale. Come afferma il documento Al servizio della comunità umana: un approccio etico del debito internazionale pubblicato nel 1986 dalla Pontificia Commissione "Giustizia e Pace", "il pagamento del debito non può essere ottenuto al prezzo del fallimento dell'economia di un paese e nessun governo può moralmente esigere dal suo popolo privazioni incompatibili con la dignità della persona". Queste considerazioni hanno spinto i vescovi riuniti a Roma per il sinodo africano nell'aprile-maggio 1994 e il Papa stesso nella sua esortazione Ecclesia in Africa a chiedere la cancellazione, almeno parziale, del debito estero africano.
Ma anche dal punto di vista economico l'attuale sistema appare destinato all'impasse. Nell'ottobre scorso lo stesso Fmi, per bocca di uno dei suoi direttori, ha dovuto riconoscere che non c'è alcuna possibilità che paesi africani come Monzambico, Guinea Bissau e Zambia possano continuare a onorare le scadenze del servizio del debito del prossimo decennio, e quasi nessuna per altri quattro: Camerun, Madagascar, Sierra Leone e Zaire.

 

L'intervento della stampa

Anche il quotidiano internazionale Financial Times, considerato universalmente "la Bibbia dei capitalisti", riconosce che è insensato pretendere che i paesi africani, emarginati dagli investimenti internazionali, martoriati dall'aggiustamento strutturale e soffocati dalle scadenze di rimborso dei debiti multilaterali, possano liberarsi dalla loro condizione di sottosviluppo. Come ci si può aspettare che popoli condannati all'analfabetismo e alla cattiva salute per il taglio indiscriminato della spesa sociale possano affrontare le sfide della competizione globale?
Questa saggezza pare che cominci a farsi strada anche fra le massime istanze degli enti multilaterali. Dall'ottobre scorso circola un documento di lavoro della Banca mondiale che mette in discussione il tabù del rimborso obbligatorio del debito multilaterale e preconizza la creazione di un fondo di deposito alimentato dalle istituzioni finanziarie internazionali e dai paesi ricchi. Questo fondo dovrebbe intervenire per rimborsare le scadenze dei debiti quando gli Stati sull'orlo della bancarotta non fossero più in grado di onorare i loro impegni.

 

Verso una soluzione?

La proposta è stata esaminata il 14 marzo dal Fmi. Una decisione dovrebbe essere presa alla fine di aprile dal Comitato di sviluppo, che è l'istanza comune della Banca mondiale e del Fmi. Per la realizzazione di questa iniziativa saranno richiesti sacrifici sia ai ricchi che ai poveri: banche private, stati ed enti multilaterali creditori dovranno fornire la liquidità del fondo, mentre i paesi indebitati che dovranno avere diritto alla sollecitudine internazionale dovranno prima bonificare la loro politica economica.
Tuttavia l'iniziativa in cantiere mostra già dei punti deboli. Il principale è la lentezza delle procedure. Stando ai contenuti del documento in discussione, un paese indebitato non potrà beneficiare di un intervento di aiuto se non sei anni dopo averne fatto domanda! Un intervallo di tempo completamente irrealistico. Per il debito estero africano, insomma, la strada è ancora in salita.