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Il debito estero africano: senza rimedio?
di Rodolfo Casadei
A quanto ammonta veramente il debito
estero dei paesi in via di sviluppo? E quello africano in
particolare? A parte un settore molto ristretto di stampa
specializzata, i mass-media non offrono al riguardo servizi
esaustivi e tali da costituire una vera informazione per il
pubblico. Eppure la situazione attuale è gravissima,
apparentemente disperata. E non coinvolge solo i paesi
direttamente interessati, ma influisce negativamente su tutta
l'economia mondiale. Nella panoramica del giornalista Rodolfo
Casadei, la risposta a molte domande.
Occhio alle cifre
Messa a confronto con il debito estero totale
dei paesi in via di sviluppo, la differenza debitoria
dell'Africa a Sud del Sahara non sembra particolarmente
scoraggiante: dei 1900 miliardi di dollari (tre milioni di
miliardi di lire) che i paesi del cosiddetto terzo mondo
dovrebbero restituire a fondi multilaterali, governi stranieri
e banche commerciali solo un decimo, cioè circa 190,
appesantiscono il fardello dei paesi africani. Confrontati coi
132 miliardi di cui è debitore verso il sistema finanziario
internazionale il solo Brasile, i 190 miliardi di un intero
continente non sembrano gran cosa. Ma l'impressione è
fallace: se guardiamo i numeri più da vicino, scopriamo che
in realtà i 190 miliardi dell'Africa pesano molto di più dei
132 del Brasile e dei 118 del Messico. Mentre infatti il
debito estero brasiliano ammonta "soltanto" al 24
per cento del prodotto interno lordo annuale e quello
messicano al 35,5 per cento, i 190 miliardi di dollari di
debito estero africano equivalgono al valore del prodotto
interno lordo dell'intero continente a sud del Sahara. Vale a
dire che gli africani dovrebbero devolvere l'intera produzione
di un anno di lavoro senza consumare nemmeno un piatto di riso
e una tazza di tè per poter azzerare la sofferenza debitoria
che pende su di loro.
Se poi ci si addentra minimamente nei vari indicatori
economici dei singoli paesi, soprattutto per la parte che
riguarda il commercio con l'estero ci si rende conto di quanto
pesantemente il debito estero incida sulle economie africane e
sulle loro prospettive di sviluppo ancora prima che sulle
possibilità di spesa sociale dei vari paesi. Si raffrontino
per esempio le entrate di valuta estera da esportazione dei
singoli stati coi totali del loro debito estero: si scoprirà
per esempio che quest'ultimo è pari al 300 per cento delle
entrate in valuta pregiata nel caso del Kenya, cioè ci
vogliono (in teoria) tre anni di guadagni da esportazioni per
estinguere il debito Kenyano; nel caso dell'Uganda gli anni
salgono a dodici, a quattordici per il Monzambico, a sedici
per la Somalia, a trentadue per il Sudan!
Il "servizio" del debito
Ma il raffronto più istruttivo, più gravido
di conseguenza e più preoccupante è certa-mente un altro, e
cioè quello fra il "servizio" annuale del debito
estero e le entrate dalle e-sportazioni. Che cos'è il
"servizio" del debito?
E' il pagamento degli interessi sul debito più il rimborso di
una quota del prestito iniziale. Il servizio ha le sue
scadenze di pagamento, che debbono essere rispettate se non si
vuole essere tagliati fuori dai canali del sistema finanziario
internazionale. Nel caso di non pochi paesi africani la cifra
pagata come servizio del debito contratto è pari al 40 per
cento di tutta la valuta pregiata introitata annualmente
attraverso le esportazioni, il turismo, ecc. Paesi che pure
negli ultimi anni hanno registrato buone performance
economiche, con tassi di crescita del prodotto interno del 5-6
per cento annuo come l'Uganda, il Ghana e la Tanzania, o come
la Costa D'Avorio nell'ultimo biennio, si trovano da tempo in
questa situazione che preclude loro qualunque possibilità di
sviluppo duraturo: l'economia di questi paesi si espande, ma
viene continuamente salassata dai creditori, perciò non
riesce ad accumulare capitali sufficienti per investimenti
produttivi.
Il perchè della situazione.
Come si è creata questa situazione? Per
capirlo bisogna prendere in esame la composizione del debito
estero dei paesi africani e raffrontarla con quella degli
altri paesi del terzo mondo. Scopriremo una differenza molto
importante: mentre nel caso dei paesi sudamericani e asiatici
la maggior parte del debito è stata contratta con banche
commerciali o governi stranieri, nel caso dell'Africa una
fetta importante è stata contratta con agenzie multilaterali
come la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale (Fmi).
Queste due istituzioni, come è noto, sono state create
all'indomani della seconda guerra mondiale per favorire la
ricostruzione post-bellica e poi si sono orientate verso i
cosiddetti "paesi in via di sviluppo", finanziando
con prestiti progetti di sviluppo governativi in tali aree. I
loro capitali sono forniti da tutti i paesi del mondo, ma
soprattutto dai paesi occidentali più ricchi (Usa, Giappone,
Germania, Francia, Gran Bretagna, ecc.). I loro tassi
d'interesse sui prestiti sono normalmente meno onerosi di
quelli del mercato, ma si dà il caso che le scadenze dei
rimborsi verso questi enti debbono essere rigorosamente
rispettate. In altre parole: non sono ammesse dilazioni o
riscadenziamenti nei rimborsi dei prestiti alla Banca
mondiale, mentre sono pratica corrente per quanto riguarda gli
altri creditori pubblici (riuniti nel famoso "club di
Parigi"e quelli privati (vedi il "club di
Londra").
La riserva della Banca mondiale
Tanto meno sono ammesse cancellazioni del
debito, e anche qui la Banca mondiale si distingue per la sua
severità: l'annullamento di quote più o meno significative
di debito estero terzomondiale da parte di paesi occidentali
è fenomeno limitato ma ricorrente. Nel marzo '94, per
esempio, la Francia ha accompagnato la svalutazione del 50 per
cento del franco Cfa (la moneta di 14 paesi africani della
"zona del franco") con l'annullamento di 28,3
miliardi di franchi di vecchi debiti. E il vertice di Napoli
del G7 nel luglio '94 ha deciso misure di clemenza debitoria
nei riguardi dei cosiddetti "least developed countries",
cioè quelli che con un eufemismo vengono definiti i
"paesi meno sviluppati", dove il reddito pro capite
annuo è inferiore a 695 dollari americani. Oltre alla
possibilità di riscadenziare i rimborsi, questi paesi possono
ora , avviando una trattativa coi governi rappresentati nel
Club di Parigi, aspirare alla cancellazione del 67 per cento
del loro debito pubblico bilaterale, cioè quello contratto
dal loro governo con governi stranieri.
La Banca mondiale no, non cancella niente, anzi pretende il
pagamento sull'unghia degli arretrati in tempi molto stretti,
altrimenti il mancato rimborso viene caricato sul totale del
debito ancora pendente, che perciò continua ad aggravarsi. E'
a causa di questo meccanismo che il debito estero di paesi
come Sudan, Somalia, Angola e Liberia si appesantisce benchè
da tempo non chiedano più prestiti. Da una banca
internazionale che dovrebbe essere al servizio dello sviluppo
economico di tutti i paesi del mondo ci si attenderebbe un
altro comportamento, ma tant'è: la Banca mondiale non ritiene
di doversi accollare il rischio di un effetto-valanga da parte
dei debitori insolventi, teme che se fa un'eccezione in un
caso, il paese graziato troverà subito imitatori che
finiranno per provocare la bancarotta dell'istituzione.
La situazione del debito estero africano non è sempre stata
quella attuale: nel 1980 il rimborso del debito multilaterale,
contratto principalmente con la Banca mondiale e il Fmi,
costituiva appena l'8 per cento del totale del servizio del
debito estero africano; nel 1995 la percentuale ha raggiunto,
secondo le stime della stessa Banca mondiale, il 40 per cento.
Perchè questa evoluzione?
La nascita del debito africano
Il debito estero africano è nato alla fine
degli anni Settanta e si è sviluppato nel corso degli anni
Ottanta. Lo hanno favorito il boom del prezzo dei prodotti
petroliferi, che ha reso più gravose per i paesi africani
non petroliferi le importazioni di carburanti e manufatti
prodotti con grande consumo energetico, e la flessione dei
prezzi delle materie prime agricole e minerarie sul mercato
mondiale, che ha causato una forte flessione nelle entrate da
esportazioni di tutti i paesi africani. I governi africani,
che avevano malamente sprecato in spese improduttive e
clientelari o in investimenti sbagliati le forti entrate da
esportazioni degli anni Sessanta e dei primi anni Settanta, o
le avevano trasferite in conti cifrati all'estero a
disposizione dei capi di governo e del loro entourage, si sono
ritrovati con le casse statali vuote. Allora per continuare a
pagare gli stipendi della funzione pubblica e delle forze di
sicurezza e per mantenere in vita un consenso politico di
natura clientelare sono dovuti ricorrere al credito
internazionale. Per qualche tempo le banche private e i
governi occidentali hanno accondisceso a questa politica di
indebitamento, ma quando si sono resi conto che i vari paesi
non sarebbero stati in grado di rimborsare i prestiti hanno
rapidamente chiuso i cordoni della borsa. I capitali privati
internazionali hanno preso la strada dell'Oriente e
dell'America latina, e all'Africa non è rimasto che il
cammino della croce delle agenzie multilaterali e delle loro
severe condizioni.
L'"aggiustamento strutturale"
La più dolorosa fra le condizionalità che
Banca mondiale e Fmi pongono all'esborso dei loro prestiti va
sotto il nome di "aggiustamento strutturale", un
insieme di misure di austerità che i governi richiedenti
debbono applicare all'economia e alla finanza dei loro paesi
se vogliono usufruire di crediti multilaterali. Fra queste
misure, che mirano in sostanza a diminuire l'inflazione e il
disavanzo dello Stato, compaiono sempre anche riduzioni della
spesa pubblica nei settori della sanità e dell'educazione.
Nei paesi che stanno applicando i "piani di aggiustamento
strutturale" si è creata una situazione tale per cui,
come ricorda un recente documento Onu, il servizio del debito
ha in media "superato gli investimenti pubblici nei
settori dell'educazione e della sanità. Secondo le ultime
stime disponibili, il montante medio delle spese per il
servizio del debito ha toccato i 43 dollari per abitante,
contro i 35 dollari per abitanti di spese per l'educazione e
la sanità".
La situazione è chiaramente insostenibile dal punto di vista
morale. Come afferma il documento Al servizio della comunità
umana: un approccio etico del debito internazionale pubblicato
nel 1986 dalla Pontificia Commissione "Giustizia e
Pace", "il pagamento del debito non può essere
ottenuto al prezzo del fallimento dell'economia di un paese e
nessun governo può moralmente esigere dal suo popolo
privazioni incompatibili con la dignità della persona".
Queste considerazioni hanno spinto i vescovi riuniti a Roma
per il sinodo africano nell'aprile-maggio 1994 e il Papa
stesso nella sua esortazione Ecclesia in Africa a chiedere la
cancellazione, almeno parziale, del debito estero africano.
Ma anche dal punto di vista economico l'attuale sistema appare
destinato all'impasse. Nell'ottobre scorso lo stesso Fmi, per
bocca di uno dei suoi direttori, ha dovuto riconoscere che non
c'è alcuna possibilità che paesi africani come Monzambico,
Guinea Bissau e Zambia possano continuare a onorare le
scadenze del servizio del debito del prossimo decennio, e
quasi nessuna per altri quattro: Camerun, Madagascar, Sierra
Leone e Zaire.
L'intervento della stampa
Anche il quotidiano internazionale Financial
Times, considerato universalmente "la Bibbia dei
capitalisti", riconosce che è insensato pretendere che i
paesi africani, emarginati dagli investimenti internazionali,
martoriati dall'aggiustamento strutturale e soffocati dalle
scadenze di rimborso dei debiti multilaterali, possano
liberarsi dalla loro condizione di sottosviluppo. Come ci si
può aspettare che popoli condannati all'analfabetismo e alla
cattiva salute per il taglio indiscriminato della spesa
sociale possano affrontare le sfide della competizione
globale?
Questa saggezza pare che cominci a farsi strada anche fra le
massime istanze degli enti multilaterali. Dall'ottobre scorso
circola un documento di lavoro della Banca mondiale che mette
in discussione il tabù del rimborso obbligatorio del debito
multilaterale e preconizza la creazione di un fondo di
deposito alimentato dalle istituzioni finanziarie
internazionali e dai paesi ricchi. Questo fondo dovrebbe
intervenire per rimborsare le scadenze dei debiti quando gli
Stati sull'orlo della bancarotta non fossero più in grado di
onorare i loro impegni.
Verso una soluzione?
La proposta è stata esaminata il 14 marzo
dal Fmi. Una decisione dovrebbe essere presa alla fine di
aprile dal Comitato di sviluppo, che è l'istanza comune della
Banca mondiale e del Fmi. Per la realizzazione di questa
iniziativa saranno richiesti sacrifici sia ai ricchi che ai
poveri: banche private, stati ed enti multilaterali creditori
dovranno fornire la liquidità del fondo, mentre i paesi
indebitati che dovranno avere diritto alla sollecitudine
internazionale dovranno prima bonificare la loro politica
economica.
Tuttavia l'iniziativa in cantiere mostra già dei punti
deboli. Il principale è la lentezza delle procedure. Stando
ai contenuti del documento in discussione, un paese indebitato
non potrà beneficiare di un intervento di aiuto se non sei
anni dopo averne fatto domanda! Un intervallo di tempo
completamente irrealistico. Per il debito estero africano,
insomma, la strada è ancora in salita.
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