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SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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CENTO ANNI DOPO: I Saveriani

di Mario Vergani

Un secolo fa nasceva a Parma, voluto dal giovane prete Guido Maria Conforti, poi vescovo di Parma, il “Seminario emiliano per le missioni estere”. Dopo la fine della “avventura cinese” esso si diffonde a macchia d’olio per tutto il mondo. Ora, sempre più internazionalizzata nei suoi membri, la famiglia saveriana è sparsa in quattro continenti, segno della missione, memoria e profezia del Vangelo offerto a tutti.

 

MONS. CONFORTI IL FONDATORE

Un secolo

Guardando alla storia dell’Istituto Saveriano a partire dal fine secolo, (1895) e con lo sguardo rivolto al nuovo millennio, non si può fare a meno di inquadrare l’“audace disegno” del Conforti nel tempo.
Il nostro è uno dei secoli che ha segnato la storia dell’umanità e della Chiesa. Perchè mai come in esso si sono verificati avvenimenti e conquiste che hanno segnato un formidabile passo avanti di tutta l’umanità e l’aprirsi del mondo intero a prospettive nuove: il cammino verso la pace e la comprensione dei popoli, ma anche due drammatiche Guerre Mondiali. L’accesso all’indipendenza di molti Stati, assieme all’affermarsi di opposti schieramenti che hanno portato a centinaia di guerre regionali. La presa di coscienza collettiva dei valori della non violenza, ma anche l’escalation nucleare dei conflitti. La conquista della libertà e della democrazia per alcuni popoli, l’assoggettamento politico ed economico per altri. Le scoperte scientifiche numerose e determinanti che hanno dato all’uomo orizzonti impensati, ma che l’uomo non ha sempre sfruttato positivamente.
Nel quadro di queste prospettive si inserisce la storia della Chiesa e della sua missione di salvezza: un secolo di Santi e di Martiri, di teologi e missionari, dell’espandersi della Chiesa e del suo consolidarsi in tante parti del mondo.
La seconda metà del secolo XIX particolarmente è caratterizzata dal sorgere di un nuovo spirito missionario, nel cui contesto storico ed ecclesiale Mons. Conforti appare come figura di primo piano.

 

Il fondatore

Un bambino come tanti altri, Guido era nato a Casalora di Ravadese il 30 marzo 1865, ottavo dei dieci figli di Rinaldo Conforti e Antonia Adorni. Casalora è una delle tante cascine agricole che si incontrano percorrendo la strada che da Parma conduce al Po.
Nella libertà della campagna, la vita scorreva serena e operosa, al ritmo delle stagioni. Guido amava correre, giocare all’aria aperta, camminare per i campi e arrampicarsi sugli alberi alla ricerca di uccelli.
Fu durante una delle sue scorribande campestri che egli rischiò di rompersi l’osso del collo. Si era arrampicato su di un albero e aveva infilato sotto la camiciola una nidiata pigolante. Stava cercando di scendere, facendo attenzione a non danneggiarla quando piombò a terra e rimase privo di sensi sull’erba. Trovato da un vecchio che lo raccolse e lo riportò alla cascina, Guido si riprese.
Venne condotto in città per compiere gli studi elementari presso i Fratelli delle Scuole Cristiane. Tutte le mattine andando a scuola, egli passava per il Borgo delle Colonne ed entrava nella chiesetta della Pace, per visitare un crocefisso che vi era esposto.
Che cosa passava nella mente di Guido alla vista di quel Cristo inchiodato in croce? Non lo sappiamo, ma a quegli appuntamenti giornalieri, egli attribuì sempre un ruolo di primaria importanza nella sua vita. Da grande, indicando il crocefisso ad un amico, disse: “Tutte le mattine, andando a scuola, mi fermavo davanti a lui: io guardavo lui e lui guardava me e sembrava che mi dicesse tante cose”.
In quel tempo egli maturò la vocazione al sacerdozio. Aveva visto spesso la lunga fila degli alunni del seminario attraversare il piazzale del duomo. Quello di farsi sacerdote fu un desiderio che incominciò a cullare dentro di sé senza chiedersi tanti perché. I perché tuttavia se li pose suo padre, proprietario di una vasta azienda agricola, il quale aveva formulato altri disegni sull’avvenire del figlio dodicenne.
L’opposizione paterna, però non durò a lungo. Guido terminate le scuole elementari, iniziava le medie nel Seminario diocesano. Era l’anno 1876. Ragazzo vivace e piuttosto impulsivo amava lo studio, nel quale riusciva molto bene. Terminate le medie e il ginnasio superiore, passò in liceo. In quegli anni si stabilì tra Guido e il suo rettore, Andrea Ferrari, un’amicizia che doveva durare per tutta la vita. Ancora in quegli anni il giovane Conforti sentì il primo richiamo alla missione, principale ideale della sua esistenza. Tutto incominciò quando gli giunse tra le mani un libro sulla vita di S. Francesco Saverio.

 

La vocazione missionaria.

Leggendo la vita di S. Francesco Saverio, l’anima di Guido si apriva sempre più all’ideale missionario. Desiderò vivamente di essere apostolo tra i popoli non cristiani. Per questo pensò dapprima di farsi gesuita... poi scrisse anche a don Bosco... ma non venne a capo di nulla. Una malattia lo colpì all’età di diciassette anni e lo accompagnò fino alla vigilia della prima messa, a ventitré anni. La cosa fu tanto seria e tanto lunga che si tradusse in un autentico martirio. Unico rifugio per lui, in quegli anni, era la preghiera, animata da una fiducia illimitata.
Nei primi anni di sacerdozio don Guido, fu chiamato a svolgere la sua attività nel seminario diocesano e negli uffici della Curia. Senza accantonare o dimenticare il suo “sogno missionario”, don Guido si dedicò con tutto l’amore e tutto l’impegno all’obbedienza ricevuta. Una dietro l’altra gli piovvero sulle spalle diverse cariche che lo impegnarono sempre più nel servizio della chiesa locale, fino a Vicario Generale della diocesi.
Pareva proprio che il suo progetto missionario dovesse svanire per sempre. Dopo anni di paziente attesa, il 9 marzo 1894, scrisse una lettera al Cardinale preposto alla Propaganda della Fede tra le genti, esponendogli il suo progetto di iniziare un Istituto per le missioni estere: aveva ventinove anni.
Nel frattempo in Borgo Leon d’oro a Parma, egli aveva acquistato una casa per raccogliervi i primi aspiranti missionari. Così don Guido, che non aveva potuto essere missionario, sarebbe diventato padre dei missionari.

 

Nascono i Saveriani

Il decreto di erezione dell’Istituto Saveriano per le Missioni Estere porta la data del primo novembre 1895. Il 5 novembre, il fondatore faceva ingresso nella casa di Borgo Leon d’oro con i primi alunni.
La comunità era composta da 17 giovani ai quali se ne aggiunsero altri quattro nei giorni seguenti. Alcuni giorni dopo, il 24 novembre, entrava nella comunità il P. Caio Rastelli, il giorno stesso della sua ordinazione sacerdotale.
Conforti, al momento di aprire la casa di Borgo Leon d’oro, emise la professione religiosa, quale capostipite di una nuova famiglia religiosa nella Chiesa. L’opera era appena agli inizi, quando - il 14 maggio 1902 - egli fu chiamato a Roma dal Papa Leone XIII il quale con brevi e decise parole gli comunicò la nomina ad Arcivescovo di Ravenna. A don Guido non restò che ubbidire. Uscendo dal Vaticano, quella sera, lo colpì un febbrone che gli rimase addosso per alcuni giorni.
Divenuto vescovo, si diede subito da fare per visitare tutte le parrocchie della diocesi, ma ben presto si accorse che, a causa della sua malferma salute, non avrebbe potuto durare a lungo. Quando poi la sua salute, anziché migliorare, peggiorò notevolmente, chiese ed ottenne di essere esonerato dall’incarico, ritirandosi nella solitudine del suo Istituto.
In Borgo Leon d’oro, nel “nido degli aquilotti” (come egli chiamava il suo giovane Istituto), i suoi missionari furono felici di accoglierlo, tutto per loro, come superiore ed educatore. L’Istituto era ancora una piccola pianta, ma - grazie alla benedizione di Dio e alle sue cure, - cresceva ogni giorno più forte.
Durante il suo soggiorno alla Casa Madre, dal 1904 al 1907, il fondatore si occupò in particolare di due problemi della Congregazione: il suo riconoscimento come società di diritto pontificio che ottenne con il Decretum Laudis nel 1906; e l’assegnazione di una missione propria ai Saveriani, ciò che avvenne pure nel 1906, quando fu affidata all’Istituto la Prefettura Apostolica del Honan in Cina.
Nel 1899 e nel 1904 c’erano state intanto le prime partenze di missionari. L’Istituto Saveriano per le Missione Estere si andava consolidando, a tal punto che si rese necessario costruire un apposito edificio più grande e più funzionale.

 

Vescovo di Parma, missionario del mondo

Nel 1907 una lettera del Papa Pio X lo nominava vescovo di Parma. Mons. Conforti ubbidì nuovamente. Pastore di anime secondo il cuore di Dio, egli visitò per cinque volte le parrocchie della Diocesi, dalla pianura all’Appennino. A quei tempi si usavano carrozze, si procedeva a dorso di mulo o con il cavallo di S. Francesco, ma nessuna difficoltà fermava l’infaticabile vescovo.
L’attività pastorale di Mons. Conforti nella Diocesi di Parma si indirizzò soprattutto al rinnovamento della catechesi, andando alle radici di un vero rinnovamento ecclesiale. Dedicò particolarissima cura al seminario, dove si formavano i nuovi pastori delle comunità cristiane.Volle tutte le parrocchie, come centri animatori e irradiatori di vita cristiana, incentrate sull’eucarestia.
Durante il quarto di secolo, in cui Mons. Conforti fu pastore della diocesi parmense, gravi avvenimenti sociali e politici turbarono il suo popolo. Come sacerdote e come vescovo, fu sempre promotore di concordia e di pace, non esitando ad esporsi a rischio della stessa incolumità personale. Nei movimenti insurrezionali dell’Oltretorrente, fu chiamato a mediare fra le parti, durante gli scioperi dei contadini del 1908. Poi, nel 1922, durante la resistenza al fascismo, quando le milizie fasciste si ritirarono dopo che il Vescovo Conforti ebbe incontrato Italo Balbo.
Nonostante l’assillo pastorale per la sua diocesi, Mons. Conforti fu, in prima persona, promotore instancabile di un profondo risveglio missionario della Chiesa italiana. Accompagnò la nascita dell’Unione Missionaria del Clero, uno dei principali fattori del risveglio missionario, di cui fu anche Presidente per un decennio.

 

Missionario con i suoi

I suoi figli lavoravano in Cina da oltre vent’anni e con loro Mons. Conforti era in continuo contatto epistolare. Ma egli aveva sempre avuto il desiderio di fare un viaggio in Cina, a quei tempi non cosa da poco, per visitarli sul campo di lavoro. Finalmente il 21 settembre 1928, dopo aver celebrato la messa alla Madonna della Guardia, salpò da Marsiglia con un piroscafo francese.
Il 23 ottobre, dopo un mese di navigazione, il piroscafo entrò nel meraviglioso golfo di Hong-Kong e, tre giorni dopo, nel porto di Shanghai. Era ad attenderlo Mons. Calza, primo vescovo saveriano in Cina, che lo accompagnò nella grande metropoli di Shanghai. La prima impressione di Mons. Conforti sui cinesi fu quella di un popolo dall’avvenire molto promettente, che in un tempo non lontano avrebbe avuto un’influenza decisiva sull’equilibrio del mondo.
Prima del ritorno, Mons. Conforti volle celebrare con i suoi missionari la festa di S. Francesco Saverio, poi vi fu l’addio. Sostò a Pechino, ospite del Delegato Apostolico Mons. Costantini e prima di lasciare definitivamente la Cina scrisse a Mons. Calza: “Parto senza rincrescimento, ammirato per quanto di buono hanno saputo fare, a beneficio dei Cinesi, i nostri missionari”.
Tornando via terra attraverso la Russia, vi furono le interminabili, quasi eterne ore della ferrovia transiberiana. Arrivò a Parma il 28 dicembre, dopo aver percorso 43.000 chilometri.
Nei tre anni seguenti, il vescovo presentiva vicina la fine e lo diceva alle popolazioni delle parrocchie che visitava instancabilmente. Il 25 ottobre del 1931, dopo aver conferito gli ordini ad alcuni giovani, si mise a letto e non si rialzò più. Morì il 5 novembre di quell’anno. Sulla sua tomba, nella cappella della casa madre dei missionari saveriani, c’è il suo nome e la semplice scritta che riassume tutta la sua esistenza: “In omnibus Christus” in tutti e in tutto Cristo!
Ai Saveriani, Mons. Guido M. Conforti, lasciò un testamento: “Lavoriamo con ardore sempre crescente per l’annuncio del Vangelo alle genti, portando così il nostro contributo all’avveramento del desiderio di Cristo che vuole che si formi una sola famiglia cristiana che abbracci tutta l’umanità. Ognuno di noi sia intimamente convinto che la vocazione, alla quale siamo chiamati, non potrebbbe essere più nobile e grande, come quella che ci avvicina a Cristo e agli apostoli che, abbandonata ogni cosa, si diedero intimamente e senza alcuna riserva a seguire Lui. Il Signore non poteva essere più buono con noi!
La vita apostolica infatti, congiunta alla professione dei voti religiosi costituisce per sé quanto di più perfetto, secondo il Vangelo, si possa concepire. Per la professione dei voti religiosi noi veniamo a morire a tutto ciò che è terrestre per vivere una vita nascosta con Cristo in Dio”.

 

La diaspora

Terminata la prima guerra mondiale, Mons. Conforti decise di aprire una seconda casa per ospitare i giovani che facevano domanda di entrare nella famiglia saveriana. Nel 1919 sorse a Vicenza la prima “casa apostolica”.
Lo sviluppo della congregazione registrò negli anni successivi una fioritura di altre case di formazione in Italia, fino a raggiungere in breve una ventina di comunità. Ad esse fece seguito l’apertura di case di formazione saveriana all’estero: Stati Uniti (1946), Scozia (1948), Messico (1951) e Spagna (1962). Inizia l’internazionalizzazione della famiglia saveriana.
Negli anni ‘50 la volontà del Signore, sempre imprevedibile ed amorosa, venne a scuotere dalle radici l’alberello ancora tenero: la rivoluzione comunista di Mao Tse Tung in Cina si abbatté come una bufera sulla Chiesa e i suoi fedeli. I missionari vennero imprigionati; molti di essi subirono processi infamanti e battiture. Infine furono tutti espulsi tra il 1952 e il 1953. Una parte di Saveriani di Cina fu costretta a tornare in Italia. Ma chi ancora si sentiva in forze non volle saperne di lasciare la vita missionaria. Fu così che i figli di monsignor Conforti, cresciuti ed educati per la missione in Cina, si dispersero nei tre continenti: Africa, Asia, America Latina.
Nei misteriosi disegni della Provvidenza nacquero in quel periodo le missioni saveriane del Bangladesh, Indonesia, Giappone, Brasile, Sierra Leone, Zaire.
A queste in seguito si aggiunsero le missioni in Amazzonia e Burundi; e in tempi più recenti Colombia, Camerun, Ciad, Filippine.
Ma l’antico sogno della Cina non è affatto svanito nella famiglia saveriana: un gruppo dei suoi figli vive oggi a Taiwan, pronto al balzo verso il continente cinese appena la voce del Signore lo chiamerà..
San Francesco Saverio morì nell’isola di Sanciano senza poter entrare in Cina, la meta dei suoi sogni missionari, ad annunciarvi il Vangelo, i Saveriani invece, che da questo grande apostolo delle Indie prendono ispirazione, vedono realizzato il loro sogno missionario e quello del loro fondatore proprio a partire dalla Cina.
Per cinquant’anni la Cina fu il solo campo apostolico dei Saveriani. Dal 1899 al 1954 furono inviati in quel Paese ben 116 Saveriani. La prima spedizione avvenne il 3 marzo 1899. Dopo solo due anni, P. Caio Rastelli morì di tifo (28 febbraio 1901) e il Diacono Odoardo Mariani, rimasto solo, fu richiamato in patria.
Durante la vita del Conforti seguirono altre ventuno spedizioni. I primi quattro missionari: Calza, Sartori, Bonardi e Brambilla esercitarono il loro apostolato accanto ai missionari del Pontificio Istituto Missioni Estere di Milano, nel Vicariato dello Honan meridionale, fino a quando una parte di questo stesso vicariato viene affidata ai Saveriani. Nel gennaio del 1906 nacque la Prefettura Apostolica dello Honan Occidentale con centro Cheng-chow: 8 milioni di abitanti per sette missionari! In seguito se ne aggiunsero altri, tanto che nel 1929 il territorio potè essere smembrato e nacque la nuova Prefettura Apostolica di Loyang, pure affidata ai Saveriani.
L’attività dei missionari fu ostacolata dal succedersi delle varie guerre: la guerra civile fra repubblicani e imperiali (1911) con lo strascico del brigantaggio; la guerra cino-giapponese (1937) e la seconda guerra mondiale. Quando l’Italia si alleò al Giappone, gli Italiani furono dichiarati nemici dei Cinesi. Chiese, residenze, scuole cristiane ecc., furono distrutte e i missionari furono internati in campi di concentramento.
Durante l’avanzata giapponese, P. Giovanni Botton morì per difendere i suoi cristiani.
Finita la seconda guerra mondiale, i due vicariati apostolici di Cheng-chow e di Loyang diventarono diocesi. I Saveriani iniziarono una nuova missione a Ichun nel Kiang-si, aprirono a Pechino una casa per lo studio della lingua e un’altra per il noviziato. Il 13 marzo 1949 i giovani cinesi Luigi Wang, Agostino Wang e Simone Liu entrarono a far parte dell’Isti- tuto Saveriano.
Dopo la vittoria di Mao-tze-tung (1947), i missionari subirono perquisizioni, processi popolari, il rigore delle prigioni, torture ed infine furono espulsi. L’ultimo saveriano espulso dalla Cina (1954) fu il Vescovo Mons. Assuero Bassi.
Ma aprendosi agli altri paesi dell’Asia, i Saveriani crearono due situazioni missionarie, per così dire esemplari: quella in Bangladesh, “a partire dalla povertà” e quella in Giappone, “a partire dal benessere”.

 

Bangladesh

Piccolo stato, posto alle foci del Gange e del Bramaputra, ha 125 milioni di persone, le più povere del mondo.
Il lavoro dei Saveriani in Bangladesh diventa una testimonianza del Vangelo variegata ed entusiasmante. C’è chi porta il peso del lavoro pastorale e chi tenta nuove vie di evangelizzazione, chi vive “muci” tra i Muci, che sono gente poverissima e disprezzata perchè fuori casta, chi si occupa di promozione sociale mandando avanti ospedali e dispensari, creando cooperative per agricoltori e catechisti: ne nasce uno dei Centri catechistici e pastorali più apprezzati fino ad assurgere a Centro Vocazionale. C’è chi si occupa del dialogo interreligioso, con buoni contatti e risultati soprattutto a livello di classi colte ed universitarie, come c’è chi arricchisce le culture proponendosi come traduttore e divulgatore delle poesie di Tagore, mentre altri si occupano di tradurre Bibbia e testi religiosi in bengalese.
Dal 1952 ad oggi vi hanno lavorato un centinaio di Saveriani, tra Fratelli e Padri. Qualcuno ha dato anche la vita come i PP. Cobbe e Veronesi, altri hanno terminato i loro giorni stremati dalla fatica.
Oggi i Saveriani sono più di 42 presenti a Khulna - diocesi da loro fondata - ed in altre Diocesi, e guardano con gioia e speranza ai primi bengalesi che si preparano a far parte della loro famiglia.

 

Giappone

Espulsi dalla Cina, i Saveriani ripercorsero a ritroso la strada fatta da S. Francesco Saverio.
Il primo paese nel quale i Saveriani approdarono fu il Giappone: era il 1949, il giorno di Natale.
Attualmente i Saveriani in Giappone lavorano in territori che contano una popolazione tra le più dense del mondo. ll loro è un lavoro faticoso, che richiede una penetrazione lenta e discreta.
Inseriti in un popolo dalla civiltà millenaria e nello stesso tempo avanzata tecnologicamente, la loro presenza è quella del lievito nella pasta. Con pazienza e alacrità, essi lavorano perchè il Vangelo fermenti tutta la pasta.
Asili, scuole domenicali di lingua e di Bibbia, corsi di religione per corrispondenza, gruppi di quartiere e associazioni cristiane sono le forme di animazione che, in Giappone, si affiancano al lavoro tradizionale di una parrocchia. Ogni Padre si trova ad avere giornate intere occupate in appuntamenti con una o due persone. C’è chi evangelizza insegnando all’Università o lasciando libero estro alla sua capacità pittorica.
P. Franco Sottocomola, convinto che le idee dividono ma le esperienze uniscono, porta avanti una forma particolare di dialogo religioso convivendo con il monaco buddista Furukawa ed altri nel tempio buddista “Schweitzer” a Tamana: l’amore di Dio e la pace hanno i loro sentieri.
Nella terra del Sol Levante sono 40 i Saveriani che vi lavorano distribuiti in 24 Centri.

 

I SAVERIANI OGGI

 

“Dalla parte dell’uomo, degli ultimi, dei poveri”. Con il desiderio vivo di conoscere popoli e culture, condividendone l’esistenza, per offrire a tutti il lieto annuncio della salvezza in Cristo. E’ questo l’ideale missionario che si propongono oggi i figli del Conforti.

 

Atteggiamenti missionari

Con le Costituzioni emanate nel 1983 inizia la “nuova partenza” che porta i Saveriani ad una maggiore fedeltà alla loro vocazione missionaria e al carisma del Fondatore.
Essa si concretizza in alcuni orientamenti di fondo.
1 - Nell’ obbedienza al Vangelo e nell’ impegnarsi esclusivamente per la Missione, cioè per il primo annuncio del Vangelo a coloro che non sono cristiani.
I Saveriani partono dal Cenacolo, dal Calvario, dallo straordinario evento della nascita del figlio di Dio, della sua morte e resurrezione, per andare nel mondo ad annunciare a tutti gli uomini questo lieto evento. E’ Lui, Gesù, che dà senso alla storia e alla vita di ogni uomo.
A cento anni dalla fondazione, l’Istituto saveriano, oggi, ha 893 membri di 10 nazionalità (brasiliani, britannici, cinesi, indonesiani, italiani, messicani, spagnoli, statunitensi, vietnamiti, zairesi) che lavorano in Asia (Bangladesh, Filippine, Giappone, Indonesia; Taiwan); in Africa (Burun-di, Camerun, Ciad, Sierra Leone, Zaire), in America (Colombia, Brasile, Messico, Stati Uniti) ed in Europa (Gran Bretagna, Italia, Spagna).

2 - Con la profonda spiritualità cristocentrica: “In omnibus Christus” (Cristo in tutto e in tutti) era il motto del Fondatore come vescovo, “Cari-tas Christi urget nos” (L’amore di Cristo ci spinge) è il motto della Congregazione. La loro formazione è permanente e continuamente rinnovata secondo le esigenze dell’apostolato missionario, della missione ad gentes, dove il primo annuncio di Cristo ai non cristiani costituisce per i Saveriani il servizio privilegiato al regno e alla Chiesa.

3 - Attraverso una scelta precisa di stare dalla parte dell’uomo, degli ultimi e dei poveri.
Le Costituzioni che regolano la vita del Saveriano affermano: “Per il nostro carisma specifico siamo inviati a popolazioni e a gruppi umani non cristiani, fuori dal nostro ambiente, cultura e Chiesa d’origine. Fedeli alle preferenze di Cristo, ci rivolgiamo in particolare ai destinatari privilegiati del Regno: i poveri, i deboli, gli emarginati della società, le vittime dell’oppressione, della guerra e dell’ingiustizia”.
Teilhard de Chardin ha scritto: “Il mondo apparterrà a chi gli avrà dato la più grande speranza”.

4 - Far missione tenendo presente la inculturazione del messaggio che portano.
“L’inculturazione è l’incarnazione del Vangelo nelle culture autoctone, e insieme l’introduzione di esse nella vita della Chiesa”.

5 - Nel dialogo, attraverso un fraterno e qualificato scambio di vita e di fede. Le esperienze di dialogo interreligioso più significative dei Saveriani sono in Giappone (Seimeizan: dialogo con i Buddisti), in Bangladesh (Khulna e Dacca: dialogo con i Musulmani). Nelle altre missioni è un metodo per promuovere i valori del Regno.

6 - “Sino al dono completo della propria vita”: è la modalità di servizio alla missione che il fondatore chiedeva ai suoi figli.

Il tema del martirio, sviluppato lungo tutto l’arco dei discorsi e degli scritti del Conforti, è diventato una disponibilità di spirito di tutti i suoi figli e dono divino per alcuni di essi.
Il primo Saveriano a cadere sul campo è stato P. Caio Rastelli, morto in seguito agli stenti subiti durante le traversie della persecuzione dei Boxer: era in Cina da appena due anni. Il primo figlio di Mons. Conforti che pagò con il sangue la sua testimonianza fu P. Giovanni Botton, ucciso dai Giapponesi mentre cercava di salvare un gruppo di cristiani a Hsuchang nell’aprile del 1944.
L’elenco dei martiri saveriani continua con i nomi dei padri Giovanni Didonè, Luigi Carrara e del fratel Vittorio Faccin, trucidati dai mulelisti dello Zaire nel novembre del 1964. In seguito vennero uccisi in Bangladesh i padri Mario Veronesi (1971) e Valeriano Cobbe (1974).
P. Ottorino Maule, P. Aldo Marchiol, trucidati a Buyengero in Burundi il 30 settembre 1995, sono gli ultimi di questo elenco.

7 - Nell’essere testimonianza al mondo di fratellanza universale.
Nel 1942 alcuni Saveriani fondarono, a Parma, il Centro di Educazione alla Mondialità, chiamato CEM.
Il gruppo si proponeva di diffondere nella società gli obiettivi che il termine Mondialità include come valori essenziali: la pace, lo sviluppo, l’ambiente; intervenendo in tutti i contesti sociali ove si instaura un rapporto educativo.

Era il 24 maggio 1944 quando Celestina Bottego accettò di collaborare con P. Giacomo Spagnolo, Saveriano, alla fondazione delle Missionarie di Maria (o saveriane).
Celestina era nipote del grande Vittorio Bottego, capitano esploratore del Giuba, in Africa, dove venne ucciso nel 1897.
Nel 1944 Celestina Bottego aveva quasi cinquant’anni, viveva in famiglia ed insegnava inglese oltre che esser assidua nella preghiera e nell’apostolato. Le pareva una vita sufficientemente impegnata e fu sorpresa quando P. Spagnolo le fece la proposta di occuparsi di una Congregazione che avrebbe dovuto sorgere come ramo femminile dell’Istituto Saveriano, fondato cinquant’anni prima da Mons. Guido M. Conforti.
Dapprima si disse inadatta all’opera, ma dopo qualche anno le sue incertezze svanirono e diede la sua totale disponibilità.
Era successo che in uno dei tanti Esercizi spirituali fatti insieme ai Saveriani, il P. Spagnolo la invitò a meditare sul Crocefisso del Velazquez, che gli aveva fatto avere con una sola dedica: “Tutto”. A quel “Tutto” essa disse il suo “fiat” incondizionato.
Celestina Bottego donò la sua persona e la sua casa dove, a poco a poco, cominciarono ad affluire ragazze da ogni parte d’Italia e fu per loro madre e guida
Nel 1951 la Congragazione delle Missionarie di Maria veniva riconosciuta dall’Istituto Saveriano come suo ramo femminile, nel 1955 come Congregazione di diritto diocesano e nel 1964 divenne di diritto pontificio.
Cominciarono le partenze, nel ‘54 per gli Stati Uniti, nel ‘57 per il Brasile, nel ‘59 per il Giappone, nel ‘60 per il Congo (Zaire) e poi per il Burundi ed altri Paesi.
Nel 1956 due missionarie, Teresa e Maria, muoiono nel naufragio dell’“Andrea Doria”: il Signore appone il sigillo sulla nuova famiglia saveriana.
Attualmente le Missionarie di Maria sono presenti, oltre che nei succitati Paesi, in Messico, Sierra Leone, Camerun e Ciad.
Loro carisma è l’annuncio del Vangelo , secondo la chiamata e il mandato di Gesù rivolto agli Apostoli “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mt, 16,15).
In Missione sono impegnate nella catechesi, nell’animazione sanitaria e promozione integrale (soprattutto della donna) vivendo in piccole comunità di missione, a volte in contesti di grande povertà e condividendo le attese e le sofferenze della gente.
Si ispirano a Maria, nel mistero della Visitazione, trovando in Lei il modello del loro atteggiamento interiore e come Lei vanno per le strade del mondo perchè tutti i popoli possano conoscere l’amore del Padre e sentirsi in Cristo fratelli.
Vestono l’abito borghese per favorire contatti ispirati allo spirito di famiglia. “Sia la vostra divisa la carità” diceva loro spesso P. Spagnolo.
Ora la famiglia delle Saveriane si è arricchita delle sorelle di altre nazionalità: giapponesi, brasiliane, messicane e zairesi.
Sono un piccolo seme, 210, gettato nel solco per la salvezza del mondo.