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CENTO ANNI DOPO: I Saveriani
di Mario Vergani
Un secolo fa nasceva a Parma, voluto
dal giovane prete Guido Maria Conforti, poi vescovo di Parma,
il “Seminario emiliano per le missioni estere”. Dopo la
fine della “avventura cinese” esso si diffonde a macchia d’olio
per tutto il mondo. Ora, sempre più internazionalizzata nei
suoi membri, la famiglia saveriana è sparsa in quattro
continenti, segno della missione, memoria e profezia del
Vangelo offerto a tutti.
MONS. CONFORTI IL FONDATORE
Un secolo
Guardando alla storia dell’Istituto
Saveriano a partire dal fine secolo, (1895) e con lo sguardo
rivolto al nuovo millennio, non si può fare a meno di
inquadrare l’“audace disegno” del Conforti nel tempo.
Il nostro è uno dei secoli che ha segnato la storia dell’umanità
e della Chiesa. Perchè mai come in esso si sono verificati
avvenimenti e conquiste che hanno segnato un formidabile passo
avanti di tutta l’umanità e l’aprirsi del mondo intero a
prospettive nuove: il cammino verso la pace e la comprensione
dei popoli, ma anche due drammatiche Guerre Mondiali. L’accesso
all’indipendenza di molti Stati, assieme all’affermarsi di
opposti schieramenti che hanno portato a centinaia di guerre
regionali. La presa di coscienza collettiva dei valori della
non violenza, ma anche l’escalation nucleare dei conflitti.
La conquista della libertà e della democrazia per alcuni
popoli, l’assoggettamento politico ed economico per altri.
Le scoperte scientifiche numerose e determinanti che hanno
dato all’uomo orizzonti impensati, ma che l’uomo non ha
sempre sfruttato positivamente.
Nel quadro di queste prospettive si inserisce la storia della
Chiesa e della sua missione di salvezza: un secolo di Santi e
di Martiri, di teologi e missionari, dell’espandersi della
Chiesa e del suo consolidarsi in tante parti del mondo.
La seconda metà del secolo XIX particolarmente è
caratterizzata dal sorgere di un nuovo spirito missionario,
nel cui contesto storico ed ecclesiale Mons. Conforti appare
come figura di primo piano.
Il fondatore
Un bambino come tanti altri, Guido era nato a
Casalora di Ravadese il 30 marzo 1865, ottavo dei dieci figli
di Rinaldo Conforti e Antonia Adorni. Casalora è una delle
tante cascine agricole che si incontrano percorrendo la strada
che da Parma conduce al Po.
Nella libertà della campagna, la vita scorreva serena e
operosa, al ritmo delle stagioni. Guido amava correre, giocare
all’aria aperta, camminare per i campi e arrampicarsi sugli
alberi alla ricerca di uccelli.
Fu durante una delle sue scorribande campestri che egli
rischiò di rompersi l’osso del collo. Si era arrampicato su
di un albero e aveva infilato sotto la camiciola una nidiata
pigolante. Stava cercando di scendere, facendo attenzione a
non danneggiarla quando piombò a terra e rimase privo di
sensi sull’erba. Trovato da un vecchio che lo raccolse e lo
riportò alla cascina, Guido si riprese.
Venne condotto in città per compiere gli studi elementari
presso i Fratelli delle Scuole Cristiane. Tutte le mattine
andando a scuola, egli passava per il Borgo delle Colonne ed
entrava nella chiesetta della Pace, per visitare un crocefisso
che vi era esposto.
Che cosa passava nella mente di Guido alla vista di quel
Cristo inchiodato in croce? Non lo sappiamo, ma a quegli
appuntamenti giornalieri, egli attribuì sempre un ruolo di
primaria importanza nella sua vita. Da grande, indicando il
crocefisso ad un amico, disse: “Tutte le mattine, andando a
scuola, mi fermavo davanti a lui: io guardavo lui e lui
guardava me e sembrava che mi dicesse tante cose”.
In quel tempo egli maturò la vocazione al sacerdozio. Aveva
visto spesso la lunga fila degli alunni del seminario
attraversare il piazzale del duomo. Quello di farsi sacerdote
fu un desiderio che incominciò a cullare dentro di sé senza
chiedersi tanti perché. I perché tuttavia se li pose suo
padre, proprietario di una vasta azienda agricola, il quale
aveva formulato altri disegni sull’avvenire del figlio
dodicenne.
L’opposizione paterna, però non durò a lungo. Guido
terminate le scuole elementari, iniziava le medie nel
Seminario diocesano. Era l’anno 1876. Ragazzo vivace e
piuttosto impulsivo amava lo studio, nel quale riusciva molto
bene. Terminate le medie e il ginnasio superiore, passò in
liceo. In quegli anni si stabilì tra Guido e il suo rettore,
Andrea Ferrari, un’amicizia che doveva durare per tutta la
vita. Ancora in quegli anni il giovane Conforti sentì il
primo richiamo alla missione, principale ideale della sua
esistenza. Tutto incominciò quando gli giunse tra le mani un
libro sulla vita di S. Francesco Saverio.
La vocazione missionaria.
Leggendo la vita di S. Francesco Saverio, l’anima
di Guido si apriva sempre più all’ideale missionario.
Desiderò vivamente di essere apostolo tra i popoli non
cristiani. Per questo pensò dapprima di farsi gesuita... poi
scrisse anche a don Bosco... ma non venne a capo di nulla. Una
malattia lo colpì all’età di diciassette anni e lo
accompagnò fino alla vigilia della prima messa, a ventitré
anni. La cosa fu tanto seria e tanto lunga che si tradusse in
un autentico martirio. Unico rifugio per lui, in quegli anni,
era la preghiera, animata da una fiducia illimitata.
Nei primi anni di sacerdozio don Guido, fu chiamato a svolgere
la sua attività nel seminario diocesano e negli uffici della
Curia. Senza accantonare o dimenticare il suo “sogno
missionario”, don Guido si dedicò con tutto l’amore e
tutto l’impegno all’obbedienza ricevuta. Una dietro l’altra
gli piovvero sulle spalle diverse cariche che lo impegnarono
sempre più nel servizio della chiesa locale, fino a Vicario
Generale della diocesi.
Pareva proprio che il suo progetto missionario dovesse svanire
per sempre. Dopo anni di paziente attesa, il 9 marzo 1894,
scrisse una lettera al Cardinale preposto alla Propaganda
della Fede tra le genti, esponendogli il suo progetto di
iniziare un Istituto per le missioni estere: aveva ventinove
anni.
Nel frattempo in Borgo Leon d’oro a Parma, egli aveva
acquistato una casa per raccogliervi i primi aspiranti
missionari. Così don Guido, che non aveva potuto essere
missionario, sarebbe diventato padre dei missionari.
Nascono i Saveriani
Il decreto di erezione dell’Istituto
Saveriano per le Missioni Estere porta la data del primo
novembre 1895. Il 5 novembre, il fondatore faceva ingresso
nella casa di Borgo Leon d’oro con i primi alunni.
La comunità era composta da 17 giovani ai quali se ne
aggiunsero altri quattro nei giorni seguenti. Alcuni giorni
dopo, il 24 novembre, entrava nella comunità il P. Caio
Rastelli, il giorno stesso della sua ordinazione sacerdotale.
Conforti, al momento di aprire la casa di Borgo Leon d’oro,
emise la professione religiosa, quale capostipite di una nuova
famiglia religiosa nella Chiesa. L’opera era appena agli
inizi, quando - il 14 maggio 1902 - egli fu chiamato a Roma
dal Papa Leone XIII il quale con brevi e decise parole gli
comunicò la nomina ad Arcivescovo di Ravenna. A don Guido non
restò che ubbidire. Uscendo dal Vaticano, quella sera, lo
colpì un febbrone che gli rimase addosso per alcuni giorni.
Divenuto vescovo, si diede subito da fare per visitare tutte
le parrocchie della diocesi, ma ben presto si accorse che, a
causa della sua malferma salute, non avrebbe potuto durare a
lungo. Quando poi la sua salute, anziché migliorare,
peggiorò notevolmente, chiese ed ottenne di essere esonerato
dall’incarico, ritirandosi nella solitudine del suo
Istituto.
In Borgo Leon d’oro, nel “nido degli aquilotti” (come
egli chiamava il suo giovane Istituto), i suoi missionari
furono felici di accoglierlo, tutto per loro, come superiore
ed educatore. L’Istituto era ancora una piccola pianta, ma -
grazie alla benedizione di Dio e alle sue cure, - cresceva
ogni giorno più forte.
Durante il suo soggiorno alla Casa Madre, dal 1904 al 1907, il
fondatore si occupò in particolare di due problemi della
Congregazione: il suo riconoscimento come società di diritto
pontificio che ottenne con il Decretum Laudis nel 1906; e l’assegnazione
di una missione propria ai Saveriani, ciò che avvenne pure
nel 1906, quando fu affidata all’Istituto la Prefettura
Apostolica del Honan in Cina.
Nel 1899 e nel 1904 c’erano state intanto le prime partenze
di missionari. L’Istituto Saveriano per le Missione Estere
si andava consolidando, a tal punto che si rese necessario
costruire un apposito edificio più grande e più funzionale.
Vescovo di Parma, missionario del mondo
Nel 1907 una lettera del Papa Pio X lo
nominava vescovo di Parma. Mons. Conforti ubbidì nuovamente.
Pastore di anime secondo il cuore di Dio, egli visitò per
cinque volte le parrocchie della Diocesi, dalla pianura all’Appennino.
A quei tempi si usavano carrozze, si procedeva a dorso di mulo
o con il cavallo di S. Francesco, ma nessuna difficoltà
fermava l’infaticabile vescovo.
L’attività pastorale di Mons. Conforti nella Diocesi di
Parma si indirizzò soprattutto al rinnovamento della
catechesi, andando alle radici di un vero rinnovamento
ecclesiale. Dedicò particolarissima cura al seminario, dove
si formavano i nuovi pastori delle comunità cristiane.Volle
tutte le parrocchie, come centri animatori e irradiatori di
vita cristiana, incentrate sull’eucarestia.
Durante il quarto di secolo, in cui Mons. Conforti fu pastore
della diocesi parmense, gravi avvenimenti sociali e politici
turbarono il suo popolo. Come sacerdote e come vescovo, fu
sempre promotore di concordia e di pace, non esitando ad
esporsi a rischio della stessa incolumità personale. Nei
movimenti insurrezionali dell’Oltretorrente, fu chiamato a
mediare fra le parti, durante gli scioperi dei contadini del
1908. Poi, nel 1922, durante la resistenza al fascismo, quando
le milizie fasciste si ritirarono dopo che il Vescovo Conforti
ebbe incontrato Italo Balbo.
Nonostante l’assillo pastorale per la sua diocesi, Mons.
Conforti fu, in prima persona, promotore instancabile di un
profondo risveglio missionario della Chiesa italiana.
Accompagnò la nascita dell’Unione Missionaria del Clero,
uno dei principali fattori del risveglio missionario, di cui
fu anche Presidente per un decennio.
Missionario con i suoi
I suoi figli lavoravano in Cina da oltre vent’anni
e con loro Mons. Conforti era in continuo contatto epistolare.
Ma egli aveva sempre avuto il desiderio di fare un viaggio in
Cina, a quei tempi non cosa da poco, per visitarli sul campo
di lavoro. Finalmente il 21 settembre 1928, dopo aver
celebrato la messa alla Madonna della Guardia, salpò da
Marsiglia con un piroscafo francese.
Il 23 ottobre, dopo un mese di navigazione, il piroscafo
entrò nel meraviglioso golfo di Hong-Kong e, tre giorni dopo,
nel porto di Shanghai. Era ad attenderlo Mons. Calza, primo
vescovo saveriano in Cina, che lo accompagnò nella grande
metropoli di Shanghai. La prima impressione di Mons. Conforti
sui cinesi fu quella di un popolo dall’avvenire molto
promettente, che in un tempo non lontano avrebbe avuto un’influenza
decisiva sull’equilibrio del mondo.
Prima del ritorno, Mons. Conforti volle celebrare con i suoi
missionari la festa di S. Francesco Saverio, poi vi fu l’addio.
Sostò a Pechino, ospite del Delegato Apostolico Mons.
Costantini e prima di lasciare definitivamente la Cina scrisse
a Mons. Calza: “Parto senza rincrescimento, ammirato per
quanto di buono hanno saputo fare, a beneficio dei Cinesi, i
nostri missionari”.
Tornando via terra attraverso la Russia, vi furono le
interminabili, quasi eterne ore della ferrovia transiberiana.
Arrivò a Parma il 28 dicembre, dopo aver percorso 43.000
chilometri.
Nei tre anni seguenti, il vescovo presentiva vicina la fine e
lo diceva alle popolazioni delle parrocchie che visitava
instancabilmente. Il 25 ottobre del 1931, dopo aver conferito
gli ordini ad alcuni giovani, si mise a letto e non si rialzò
più. Morì il 5 novembre di quell’anno. Sulla sua tomba,
nella cappella della casa madre dei missionari saveriani, c’è
il suo nome e la semplice scritta che riassume tutta la sua
esistenza: “In omnibus Christus” in tutti e in tutto
Cristo!
Ai Saveriani, Mons. Guido M. Conforti, lasciò un testamento:
“Lavoriamo con ardore sempre crescente per l’annuncio del
Vangelo alle genti, portando così il nostro contributo all’avveramento
del desiderio di Cristo che vuole che si formi una sola
famiglia cristiana che abbracci tutta l’umanità. Ognuno di
noi sia intimamente convinto che la vocazione, alla quale
siamo chiamati, non potrebbbe essere più nobile e grande,
come quella che ci avvicina a Cristo e agli apostoli che,
abbandonata ogni cosa, si diedero intimamente e senza alcuna
riserva a seguire Lui. Il Signore non poteva essere più buono
con noi!
La vita apostolica infatti, congiunta alla professione dei
voti religiosi costituisce per sé quanto di più perfetto,
secondo il Vangelo, si possa concepire. Per la professione dei
voti religiosi noi veniamo a morire a tutto ciò che è
terrestre per vivere una vita nascosta con Cristo in Dio”.
La diaspora
Terminata la prima guerra mondiale, Mons.
Conforti decise di aprire una seconda casa per ospitare i
giovani che facevano domanda di entrare nella famiglia
saveriana. Nel 1919 sorse a Vicenza la prima “casa
apostolica”.
Lo sviluppo della congregazione registrò negli anni
successivi una fioritura di altre case di formazione in
Italia, fino a raggiungere in breve una ventina di comunità.
Ad esse fece seguito l’apertura di case di formazione
saveriana all’estero: Stati Uniti (1946), Scozia (1948),
Messico (1951) e Spagna (1962). Inizia l’internazionalizzazione
della famiglia saveriana.
Negli anni ‘50 la volontà del Signore, sempre imprevedibile
ed amorosa, venne a scuotere dalle radici l’alberello ancora
tenero: la rivoluzione comunista di Mao Tse Tung in Cina si
abbatté come una bufera sulla Chiesa e i suoi fedeli. I
missionari vennero imprigionati; molti di essi subirono
processi infamanti e battiture. Infine furono tutti espulsi
tra il 1952 e il 1953. Una parte di Saveriani di Cina fu
costretta a tornare in Italia. Ma chi ancora si sentiva in
forze non volle saperne di lasciare la vita missionaria. Fu
così che i figli di monsignor Conforti, cresciuti ed educati
per la missione in Cina, si dispersero nei tre continenti:
Africa, Asia, America Latina.
Nei misteriosi disegni della Provvidenza nacquero in quel
periodo le missioni saveriane del Bangladesh, Indonesia,
Giappone, Brasile, Sierra Leone, Zaire.
A queste in seguito si aggiunsero le missioni in Amazzonia e
Burundi; e in tempi più recenti Colombia, Camerun, Ciad,
Filippine.
Ma l’antico sogno della Cina non è affatto svanito nella
famiglia saveriana: un gruppo dei suoi figli vive oggi a
Taiwan, pronto al balzo verso il continente cinese appena la
voce del Signore lo chiamerà..
San Francesco Saverio morì nell’isola di Sanciano senza
poter entrare in Cina, la meta dei suoi sogni missionari, ad
annunciarvi il Vangelo, i Saveriani invece, che da questo
grande apostolo delle Indie prendono ispirazione, vedono
realizzato il loro sogno missionario e quello del loro
fondatore proprio a partire dalla Cina.
Per cinquant’anni la Cina fu il solo campo apostolico dei
Saveriani. Dal 1899 al 1954 furono inviati in quel Paese ben
116 Saveriani. La prima spedizione avvenne il 3 marzo 1899.
Dopo solo due anni, P. Caio Rastelli morì di tifo (28
febbraio 1901) e il Diacono Odoardo Mariani, rimasto solo, fu
richiamato in patria.
Durante la vita del Conforti seguirono altre ventuno
spedizioni. I primi quattro missionari: Calza, Sartori,
Bonardi e Brambilla esercitarono il loro apostolato accanto ai
missionari del Pontificio Istituto Missioni Estere di Milano,
nel Vicariato dello Honan meridionale, fino a quando una parte
di questo stesso vicariato viene affidata ai Saveriani. Nel
gennaio del 1906 nacque la Prefettura Apostolica dello Honan
Occidentale con centro Cheng-chow: 8 milioni di abitanti per
sette missionari! In seguito se ne aggiunsero altri, tanto che
nel 1929 il territorio potè essere smembrato e nacque la
nuova Prefettura Apostolica di Loyang, pure affidata ai
Saveriani.
L’attività dei missionari fu ostacolata dal succedersi
delle varie guerre: la guerra civile fra repubblicani e
imperiali (1911) con lo strascico del brigantaggio; la guerra
cino-giapponese (1937) e la seconda guerra mondiale. Quando l’Italia
si alleò al Giappone, gli Italiani furono dichiarati nemici
dei Cinesi. Chiese, residenze, scuole cristiane ecc., furono
distrutte e i missionari furono internati in campi di
concentramento.
Durante l’avanzata giapponese, P. Giovanni Botton morì per
difendere i suoi cristiani.
Finita la seconda guerra mondiale, i due vicariati apostolici
di Cheng-chow e di Loyang diventarono diocesi. I Saveriani
iniziarono una nuova missione a Ichun nel Kiang-si, aprirono a
Pechino una casa per lo studio della lingua e un’altra per
il noviziato. Il 13 marzo 1949 i giovani cinesi Luigi Wang,
Agostino Wang e Simone Liu entrarono a far parte dell’Isti-
tuto Saveriano.
Dopo la vittoria di Mao-tze-tung (1947), i missionari subirono
perquisizioni, processi popolari, il rigore delle prigioni,
torture ed infine furono espulsi. L’ultimo saveriano espulso
dalla Cina (1954) fu il Vescovo Mons. Assuero Bassi.
Ma aprendosi agli altri paesi dell’Asia, i Saveriani
crearono due situazioni missionarie, per così dire esemplari:
quella in Bangladesh, “a partire dalla povertà” e quella
in Giappone, “a partire dal benessere”.
Bangladesh
Piccolo stato, posto alle foci del Gange e
del Bramaputra, ha 125 milioni di persone, le più povere del
mondo.
Il lavoro dei Saveriani in Bangladesh diventa una
testimonianza del Vangelo variegata ed entusiasmante. C’è
chi porta il peso del lavoro pastorale e chi tenta nuove vie
di evangelizzazione, chi vive “muci” tra i Muci, che sono
gente poverissima e disprezzata perchè fuori casta, chi si
occupa di promozione sociale mandando avanti ospedali e
dispensari, creando cooperative per agricoltori e catechisti:
ne nasce uno dei Centri catechistici e pastorali più
apprezzati fino ad assurgere a Centro Vocazionale. C’è chi
si occupa del dialogo interreligioso, con buoni contatti e
risultati soprattutto a livello di classi colte ed
universitarie, come c’è chi arricchisce le culture
proponendosi come traduttore e divulgatore delle poesie di
Tagore, mentre altri si occupano di tradurre Bibbia e testi
religiosi in bengalese.
Dal 1952 ad oggi vi hanno lavorato un centinaio di Saveriani,
tra Fratelli e Padri. Qualcuno ha dato anche la vita come i
PP. Cobbe e Veronesi, altri hanno terminato i loro giorni
stremati dalla fatica.
Oggi i Saveriani sono più di 42 presenti a Khulna - diocesi
da loro fondata - ed in altre Diocesi, e guardano con gioia e
speranza ai primi bengalesi che si preparano a far parte della
loro famiglia.
Giappone
Espulsi dalla Cina, i Saveriani ripercorsero
a ritroso la strada fatta da S. Francesco Saverio.
Il primo paese nel quale i Saveriani approdarono fu il
Giappone: era il 1949, il giorno di Natale.
Attualmente i Saveriani in Giappone lavorano in territori che
contano una popolazione tra le più dense del mondo. ll loro
è un lavoro faticoso, che richiede una penetrazione lenta e
discreta.
Inseriti in un popolo dalla civiltà millenaria e nello stesso
tempo avanzata tecnologicamente, la loro presenza è quella
del lievito nella pasta. Con pazienza e alacrità, essi
lavorano perchè il Vangelo fermenti tutta la pasta.
Asili, scuole domenicali di lingua e di Bibbia, corsi di
religione per corrispondenza, gruppi di quartiere e
associazioni cristiane sono le forme di animazione che, in
Giappone, si affiancano al lavoro tradizionale di una
parrocchia. Ogni Padre si trova ad avere giornate intere
occupate in appuntamenti con una o due persone. C’è chi
evangelizza insegnando all’Università o lasciando libero
estro alla sua capacità pittorica.
P. Franco Sottocomola, convinto che le idee dividono ma le
esperienze uniscono, porta avanti una forma particolare di
dialogo religioso convivendo con il monaco buddista Furukawa
ed altri nel tempio buddista “Schweitzer” a Tamana: l’amore
di Dio e la pace hanno i loro sentieri.
Nella terra del Sol Levante sono 40 i Saveriani che vi
lavorano distribuiti in 24 Centri.
I SAVERIANI OGGI
“Dalla parte dell’uomo, degli
ultimi, dei poveri”. Con il desiderio vivo di conoscere
popoli e culture, condividendone l’esistenza, per offrire a
tutti il lieto annuncio della salvezza in Cristo. E’ questo
l’ideale missionario che si propongono oggi i figli del
Conforti.
Atteggiamenti missionari
Con le Costituzioni emanate nel 1983 inizia
la “nuova partenza” che porta i Saveriani ad una maggiore
fedeltà alla loro vocazione missionaria e al carisma del
Fondatore.
Essa si concretizza in alcuni orientamenti di fondo.
1 - Nell’ obbedienza al Vangelo e nell’ impegnarsi
esclusivamente per la Missione, cioè per il primo annuncio
del Vangelo a coloro che non sono cristiani.
I Saveriani partono dal Cenacolo, dal Calvario, dallo
straordinario evento della nascita del figlio di Dio, della
sua morte e resurrezione, per andare nel mondo ad annunciare a
tutti gli uomini questo lieto evento. E’ Lui, Gesù, che dà
senso alla storia e alla vita di ogni uomo.
A cento anni dalla fondazione, l’Istituto saveriano, oggi,
ha 893 membri di 10 nazionalità (brasiliani, britannici,
cinesi, indonesiani, italiani, messicani, spagnoli,
statunitensi, vietnamiti, zairesi) che lavorano in Asia (Bangladesh,
Filippine, Giappone, Indonesia; Taiwan); in Africa (Burun-di,
Camerun, Ciad, Sierra Leone, Zaire), in America (Colombia,
Brasile, Messico, Stati Uniti) ed in Europa (Gran Bretagna,
Italia, Spagna).
2 - Con la profonda spiritualità
cristocentrica: “In omnibus Christus” (Cristo in tutto e
in tutti) era il motto del Fondatore come vescovo, “Cari-tas
Christi urget nos” (L’amore di Cristo ci spinge) è il
motto della Congregazione. La loro formazione è permanente e
continuamente rinnovata secondo le esigenze dell’apostolato
missionario, della missione ad gentes, dove il primo annuncio
di Cristo ai non cristiani costituisce per i Saveriani il
servizio privilegiato al regno e alla Chiesa.
3 - Attraverso una scelta precisa di stare
dalla parte dell’uomo, degli ultimi e dei poveri.
Le Costituzioni che regolano la vita del Saveriano affermano:
“Per il nostro carisma specifico siamo inviati a popolazioni
e a gruppi umani non cristiani, fuori dal nostro ambiente,
cultura e Chiesa d’origine. Fedeli alle preferenze di
Cristo, ci rivolgiamo in particolare ai destinatari
privilegiati del Regno: i poveri, i deboli, gli emarginati
della società, le vittime dell’oppressione, della guerra e
dell’ingiustizia”.
Teilhard de Chardin ha scritto: “Il mondo apparterrà a chi
gli avrà dato la più grande speranza”.
4 - Far missione tenendo presente la
inculturazione del messaggio che portano.
“L’inculturazione è l’incarnazione del Vangelo nelle
culture autoctone, e insieme l’introduzione di esse nella
vita della Chiesa”.
5 - Nel dialogo, attraverso un fraterno e
qualificato scambio di vita e di fede. Le esperienze di
dialogo interreligioso più significative dei Saveriani sono
in Giappone (Seimeizan: dialogo con i Buddisti), in Bangladesh
(Khulna e Dacca: dialogo con i Musulmani). Nelle altre
missioni è un metodo per promuovere i valori del Regno.
6 - “Sino al dono completo della propria
vita”: è la modalità di servizio alla missione che il
fondatore chiedeva ai suoi figli.
Il tema del martirio, sviluppato lungo tutto
l’arco dei discorsi e degli scritti del Conforti, è
diventato una disponibilità di spirito di tutti i suoi figli
e dono divino per alcuni di essi.
Il primo Saveriano a cadere sul campo è stato P. Caio
Rastelli, morto in seguito agli stenti subiti durante le
traversie della persecuzione dei Boxer: era in Cina da appena
due anni. Il primo figlio di Mons. Conforti che pagò con il
sangue la sua testimonianza fu P. Giovanni Botton, ucciso dai
Giapponesi mentre cercava di salvare un gruppo di cristiani a
Hsuchang nell’aprile del 1944.
L’elenco dei martiri saveriani continua con i nomi dei padri
Giovanni Didonè, Luigi Carrara e del fratel Vittorio Faccin,
trucidati dai mulelisti dello Zaire nel novembre del 1964. In
seguito vennero uccisi in Bangladesh i padri Mario Veronesi
(1971) e Valeriano Cobbe (1974).
P. Ottorino Maule, P. Aldo Marchiol, trucidati a Buyengero in
Burundi il 30 settembre 1995, sono gli ultimi di questo
elenco.
7 - Nell’essere testimonianza al mondo di
fratellanza universale.
Nel 1942 alcuni Saveriani fondarono, a Parma, il Centro di
Educazione alla Mondialità, chiamato CEM.
Il gruppo si proponeva di diffondere nella società gli
obiettivi che il termine Mondialità include come valori
essenziali: la pace, lo sviluppo, l’ambiente; intervenendo
in tutti i contesti sociali ove si instaura un rapporto
educativo.
Era il 24 maggio 1944 quando Celestina
Bottego accettò di collaborare con P. Giacomo Spagnolo,
Saveriano, alla fondazione delle Missionarie di Maria (o
saveriane).
Celestina era nipote del grande Vittorio Bottego, capitano
esploratore del Giuba, in Africa, dove venne ucciso nel 1897.
Nel 1944 Celestina Bottego aveva quasi cinquant’anni, viveva
in famiglia ed insegnava inglese oltre che esser assidua nella
preghiera e nell’apostolato. Le pareva una vita
sufficientemente impegnata e fu sorpresa quando P. Spagnolo le
fece la proposta di occuparsi di una Congregazione che avrebbe
dovuto sorgere come ramo femminile dell’Istituto Saveriano,
fondato cinquant’anni prima da Mons. Guido M. Conforti.
Dapprima si disse inadatta all’opera, ma dopo qualche anno
le sue incertezze svanirono e diede la sua totale
disponibilità.
Era successo che in uno dei tanti Esercizi spirituali fatti
insieme ai Saveriani, il P. Spagnolo la invitò a meditare sul
Crocefisso del Velazquez, che gli aveva fatto avere con una
sola dedica: “Tutto”. A quel “Tutto” essa disse il suo
“fiat” incondizionato.
Celestina Bottego donò la sua persona e la sua casa dove, a
poco a poco, cominciarono ad affluire ragazze da ogni parte d’Italia
e fu per loro madre e guida
Nel 1951 la Congragazione delle Missionarie di Maria veniva
riconosciuta dall’Istituto Saveriano come suo ramo
femminile, nel 1955 come Congregazione di diritto diocesano e
nel 1964 divenne di diritto pontificio.
Cominciarono le partenze, nel ‘54 per gli Stati Uniti, nel
‘57 per il Brasile, nel ‘59 per il Giappone, nel ‘60 per
il Congo (Zaire) e poi per il Burundi ed altri Paesi.
Nel 1956 due missionarie, Teresa e Maria, muoiono nel
naufragio dell’“Andrea Doria”: il Signore appone il
sigillo sulla nuova famiglia saveriana.
Attualmente le Missionarie di Maria sono presenti, oltre che
nei succitati Paesi, in Messico, Sierra Leone, Camerun e Ciad.
Loro carisma è l’annuncio del Vangelo , secondo la chiamata
e il mandato di Gesù rivolto agli Apostoli “Andate in tutto
il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mt,
16,15).
In Missione sono impegnate nella catechesi, nell’animazione
sanitaria e promozione integrale (soprattutto della donna)
vivendo in piccole comunità di missione, a volte in contesti
di grande povertà e condividendo le attese e le sofferenze
della gente.
Si ispirano a Maria, nel mistero della Visitazione, trovando
in Lei il modello del loro atteggiamento interiore e come Lei
vanno per le strade del mondo perchè tutti i popoli possano
conoscere l’amore del Padre e sentirsi in Cristo fratelli.
Vestono l’abito borghese per favorire contatti ispirati allo
spirito di famiglia. “Sia la vostra divisa la carità”
diceva loro spesso P. Spagnolo.
Ora la famiglia delle Saveriane si è arricchita delle sorelle
di altre nazionalità: giapponesi, brasiliane, messicane e
zairesi.
Sono un piccolo seme, 210, gettato nel solco per la salvezza
del mondo.
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