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LETTERA DEL CONSIGLIO GENERALE DEI
MISSIONARI D'AFRICA
Rwanda al di là dei sentimenti
A venti mesi di distanza dal dramma del
Rwanda, una lettera rompe il lungo silenzio della Società dei
Missionari d'Africa. Parole che rilanciano l'ideale del
Missionario, il quale, in forza dello Spirito di Dio, non teme
la verifica del proprio operato e non abbandona il campo di
fronte alle accuse gratuite, affrettate ed infondate. I
passaggi che riportiamo rinnovano la fedeltà alla Missione
stessa di Cristo: costruire segni di conversione e di
riconciliazione atti a proiettare i popoli verso la speranza.
Quando la violenza si scatena
Il dramma ruandese del 1994 iniziò la sera
del 6 aprile. Odio e violenza si abbatterono sul Paese delle
"Mille Colline" come una tromba d'aria. In pochi
giorni l'esistenza del popolo ruandese fu ferita e segnata per
sempre da un genocidio e da massacri che si perpetrarono sotto
gli occhi di una comunità internazionale perplessa.
Il 6 aprile 1994 erano 74 i confratelli presenti in Ruanda. In
seguito, due furono uccisi, due restarono nella loro missione
senza correre molti rischi e gli altri, via via che le
circostanze lo richiedevano, furono rimpatriati nelle
settimane che seguirono.
Da allora, 39 confratelli sono ritornati al servizio dei
Ruandesi e della Chiesa locale, nel paese stesso o in quelli
limitrofi.
I giornalisti, inorriditi dagli avvenimenti apocalittici,
hanno cercato di capire. Purtroppo, alcuni hanno espresso
giudizi affrettati, mettendo in causa la Chiesa, accusando la
nostra Società Missionaria, e in particolare alcuni
confratelli, di voler negare il genocidio, di celare le
responsabilità della Chiesa o addirittura di aver elaborato e
diffuso un'ideologia fondata sulla divisione etnica, la quale
avrebbe condotto al dramma che il popolo ruandese vive ancora
oggi.
Silenzio ma non abbandono
Di fronte a queste calunnie siamo rimasti in
silenzio. Abbiamo voluto evitare la polemica sterile
lasciandoci giudicare dalla gente e dalle autorità con le
quali abbiamo vissuto e lavorato.
Coscienti che "Dio non ci ha dato uno Spirito di
timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza"
(Tim.1,7-8) non abbiamo abbandonato tutto e non ci siamo
nemmeno lasciati scoraggiare.
Intendiamo ringraziare in modo particolare i confratelli che,
sin dal primo giorno e nella grande confusione delle prime
settimane del dramma, non hanno esitato a denunciare i
massacri con insistenza e precisione. Molti confratelli si
sono impegnati subito a collaborare con alcune ONG per
organizzare i soccorsi alle vittime e ai rifugiati.
Verificare il passato per costruire
l'avvenire.
Durante questi ultimi 20 mesi, i confratelli
in Ruanda hanno avuto modo di riflettere sul significato della
loro presenza nel paese. Partendo da un'analisi della
situazione che ha preceduto gli avvenimenti e di quella
attuale, tenuto conto dei bisogni e delle richieste a loro
indirizzate, i confratelli danno corpo alla missione già
espressa in una lettera del Consiglio Generale del giugno
1994:
"Essere con Gesù e accogliere il Suo Spirito per aiutare
le persone a sfuggire alla violenza e al peccato; ritrovare
gesti di salvezza; diffondere la speranza".
Nuovi interrogativi
Durante gli ultimi mesi, alla luce dei
recenti fatti del Ruanda, i confratelli hanno manifestato la
disponibilità ad analizzare i contesti nei quali viviamo in
altri paesi, al fine di trarne gli insegnamenti necessari per
la nostra azione missionaria.
Non possiamo schierarci dalla parte di un partito o di un
gruppo contro un altro.
Ora alcuni interrogativi si presentano a noi in modo chiaro:
siamo invitati ad esaminare coraggiosamente i difetti delle
nostre qualità e a rivedere il nostro modo di far fronte alla
situazioni di crisi.
1. I difetti delle nostre qualità.
La frase di S. Paolo "Mi son fatto tutto
a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno" (1Cor.9,22)
è il motivo dominante e una particolarità della vocazione
dei Missionari d'Africa, come sottolineava il Cardinal
Lavigerie. Lo studio della lingua, degli usi e costumi di
coloro con i quali viviamo è la base di un'inculturazione che
favorisce l'evangelizzazione in profondità e la comunicazione
dei valori vissuti dalle persone.
Mettere le radici in un paese o tra la gente, nel rispetto
delle aspirazioni culturali, politiche e religiose, è senza
dubbio un atteggiamento profondamente missionario. Ma c'è il
rischio di lasciarci permeare da un'ideologia dominante e di
perdere il distacco necessario per rispondere al ruolo
profetico della Chiesa, che è il nostro, di essere cioè i
custodi dei valori evangelici, segno di speranza e testimoni
del Regno di Dio.
Notiamo quanto i confratelli interpretino gli avvenimenti e le
situazioni in modi diversi ed opposti.
Spesso, abbiamo dato prova del nostro distacco dal
colonialismo e del nostro totale impegno al seguito dei nuovi
dirigenti, ma senza un attento esame critico. Volendo renderci
solidali con i nuovi paesi abbiamo accettato tutto. Allo
stesso modo, non ci rende forse a volte ciechi il nostro
rispetto incondizionato per la gerarchia locale? Dobbiamo fare
chiarezza in noi per seguire il Vangelo.
2. Prospettive di pace giustizia e
carità.
Crediamo in un Dio che si rivela Liberatore e
che opera attraverso coloro che credono in Lui. Egli dona la
forza agli afflitti per sfidare e spezzare l'azione del male.
Egli ci concede il potere di trasformare la società dal
profondo e di rigenerare l'umanità stessa. La nostra opzione
per la Giustizia è fondamentale.
Come missionari e stranieri, non è nostro compito sostituirci
a coloro che ci accolgono per trovare le soluzioni a tutti i
problemi. Tuttavia, non possiamo sottrarci alla
responsabilità, condivisa con la Chiesa locale, di essere
voce di coloro che soffrono. Per essi e con i mezzi a nostra
disposizione inviteremo i nostri cristiani e ogni persona di
buona volontà alla conversione, affinché la persona umana
sia meglio rispettata nella vita sociale, in ogni programma
economico, sociale o religioso... L'intesa con la Chiesa
locale sugli impegni per la giustizia è primordiale. Se, a
causa della giustizia, siamo portati a rompere delle relazioni
personali con amici, assicuriamoci d'impegnarci per la difesa
della giustizia e dei diritti umani e non contro le persone
che opprimono, altrimenti rischieremo di lasciarci trascinare
nella spirale infernale delle accuse e della violenza,
bloccando la via della conversione e della riconciliazione.
Noi e i mezzi d'informazione
I fatti del Ruanda e la presentazione che ne
è stata fatta dalla stampa ci porta a riflettere sul ruolo
della Chiesa e dei missionari nell'informazione.
Di fronte alle crisi dell'Africa, i giornalisti europei ed
americani riproducono delle informazioni contraddittorie.
Spesso non conoscono nè la lingua nè il contesto del paese e
possono essere vittime di gruppi di pressione. Inoltre,
costretti a presentare una notizia rapida, breve e semplice,
ricorrono spesso a criteri dettati più dalle passioni che
dalla ragionevolezza. Tenuto conto della conoscenza dei paesi
nei quali lavoriamo e delle informazioni alle quali la stampa
difficilmente può accedere, dobbiamo aprirci ai mezzi di
comunicazione: a noi il compito di aprire un varco in questo
mondo, di consolidare la nostra reputazione di obiettività e
di serietà e di comunicare ai mass-media le informazioni
necessarie per formulare giudizi giusti e conformi alla
realtà.
Conclusione
La tragedia del Ruanda trova le sue radici in
condizioni che si trovano anche in altre regioni dell'Africa:
la sete di potere, la manipolazione delle masse a scopo
politico ed egoistico, l'esclusione di una parte del popolo
dai suoi diritti legittimi ed inalienabili, la povertà e la
disoccupazione, il tentativo di trovare sfogo in una
religiosità di comodo, ecc... Dal maggio 1994 siamo più
consci di questi problemi.
Ci poniamo di fronte al mondo con fiducia. Crediamo che
l'amore di Dio per gli uomini è più forte del male. Siamo
convinti che Dio dona la vita nuova, anche nei momenti oscuri
della nostra vita. Gesù, diventato interamente uomo come noi,
ci mostra la via.
Che il Signore ci doni la grazia di essere
umili messaggeri di pace e di speranza. Che nel 1996 Dio porti
la pace al continente africano. Noi lo chiediamo per
intercessione dei Martiri del Ruanda.
Roma, dicembre 1995
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