AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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LETTERA DEL CONSIGLIO GENERALE DEI MISSIONARI D'AFRICA
Rwanda al di là dei sentimenti

A venti mesi di distanza dal dramma del Rwanda, una lettera rompe il lungo silenzio della Società dei Missionari d'Africa. Parole che rilanciano l'ideale del Missionario, il quale, in forza dello Spirito di Dio, non teme la verifica del proprio operato e non abbandona il campo di fronte alle accuse gratuite, affrettate ed infondate. I passaggi che riportiamo rinnovano la fedeltà alla Missione stessa di Cristo: costruire segni di conversione e di riconciliazione atti a proiettare i popoli verso la speranza.

Quando la violenza si scatena

Il dramma ruandese del 1994 iniziò la sera del 6 aprile. Odio e violenza si abbatterono sul Paese delle "Mille Colline" come una tromba d'aria. In pochi giorni l'esistenza del popolo ruandese fu ferita e segnata per sempre da un genocidio e da massacri che si perpetrarono sotto gli occhi di una comunità internazionale perplessa.
Il 6 aprile 1994 erano 74 i confratelli presenti in Ruanda. In seguito, due furono uccisi, due restarono nella loro missione senza correre molti rischi e gli altri, via via che le circostanze lo richiedevano, furono rimpatriati nelle settimane che seguirono.
Da allora, 39 confratelli sono ritornati al servizio dei Ruandesi e della Chiesa locale, nel paese stesso o in quelli limitrofi.
I giornalisti, inorriditi dagli avvenimenti apocalittici, hanno cercato di capire. Purtroppo, alcuni hanno espresso giudizi affrettati, mettendo in causa la Chiesa, accusando la nostra Società Missionaria, e in particolare alcuni confratelli, di voler negare il genocidio, di celare le responsabilità della Chiesa o addirittura di aver elaborato e diffuso un'ideologia fondata sulla divisione etnica, la quale avrebbe condotto al dramma che il popolo ruandese vive ancora oggi.

 

Silenzio ma non abbandono

Di fronte a queste calunnie siamo rimasti in silenzio. Abbiamo voluto evitare la polemica sterile lasciandoci giudicare dalla gente e dalle autorità con le quali abbiamo vissuto e lavorato.
Coscienti che "Dio non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza" (Tim.1,7-8) non abbiamo abbandonato tutto e non ci siamo nemmeno lasciati scoraggiare.
Intendiamo ringraziare in modo particolare i confratelli che, sin dal primo giorno e nella grande confusione delle prime settimane del dramma, non hanno esitato a denunciare i massacri con insistenza e precisione. Molti confratelli si sono impegnati subito a collaborare con alcune ONG per organizzare i soccorsi alle vittime e ai rifugiati.

 

Verificare il passato per costruire l'avvenire.

Durante questi ultimi 20 mesi, i confratelli in Ruanda hanno avuto modo di riflettere sul significato della loro presenza nel paese. Partendo da un'analisi della situazione che ha preceduto gli avvenimenti e di quella attuale, tenuto conto dei bisogni e delle richieste a loro indirizzate, i confratelli danno corpo alla missione già espressa in una lettera del Consiglio Generale del giugno 1994:
"Essere con Gesù e accogliere il Suo Spirito per aiutare le persone a sfuggire alla violenza e al peccato; ritrovare gesti di salvezza; diffondere la speranza".

 

Nuovi interrogativi

Durante gli ultimi mesi, alla luce dei recenti fatti del Ruanda, i confratelli hanno manifestato la disponibilità ad analizzare i contesti nei quali viviamo in altri paesi, al fine di trarne gli insegnamenti necessari per la nostra azione missionaria.
Non possiamo schierarci dalla parte di un partito o di un gruppo contro un altro.
Ora alcuni interrogativi si presentano a noi in modo chiaro:
siamo invitati ad esaminare coraggiosamente i difetti delle nostre qualità e a rivedere il nostro modo di far fronte alla situazioni di crisi.

 

1. I difetti delle nostre qualità.

La frase di S. Paolo "Mi son fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno" (1Cor.9,22) è il motivo dominante e una particolarità della vocazione dei Missionari d'Africa, come sottolineava il Cardinal Lavigerie. Lo studio della lingua, degli usi e costumi di coloro con i quali viviamo è la base di un'inculturazione che favorisce l'evangelizzazione in profondità e la comunicazione dei valori vissuti dalle persone.
Mettere le radici in un paese o tra la gente, nel rispetto delle aspirazioni culturali, politiche e religiose, è senza dubbio un atteggiamento profondamente missionario. Ma c'è il rischio di lasciarci permeare da un'ideologia dominante e di perdere il distacco necessario per rispondere al ruolo profetico della Chiesa, che è il nostro, di essere cioè i custodi dei valori evangelici, segno di speranza e testimoni del Regno di Dio.
Notiamo quanto i confratelli interpretino gli avvenimenti e le situazioni in modi diversi ed opposti.
Spesso, abbiamo dato prova del nostro distacco dal colonialismo e del nostro totale impegno al seguito dei nuovi dirigenti, ma senza un attento esame critico. Volendo renderci solidali con i nuovi paesi abbiamo accettato tutto. Allo stesso modo, non ci rende forse a volte ciechi il nostro rispetto incondizionato per la gerarchia locale? Dobbiamo fare chiarezza in noi per seguire il Vangelo.

 

2. Prospettive di pace giustizia e carità.

Crediamo in un Dio che si rivela Liberatore e che opera attraverso coloro che credono in Lui. Egli dona la forza agli afflitti per sfidare e spezzare l'azione del male. Egli ci concede il potere di trasformare la società dal profondo e di rigenerare l'umanità stessa. La nostra opzione per la Giustizia è fondamentale.
Come missionari e stranieri, non è nostro compito sostituirci a coloro che ci accolgono per trovare le soluzioni a tutti i problemi. Tuttavia, non possiamo sottrarci alla responsabilità, condivisa con la Chiesa locale, di essere voce di coloro che soffrono. Per essi e con i mezzi a nostra disposizione inviteremo i nostri cristiani e ogni persona di buona volontà alla conversione, affinché la persona umana sia meglio rispettata nella vita sociale, in ogni programma economico, sociale o religioso... L'intesa con la Chiesa locale sugli impegni per la giustizia è primordiale. Se, a causa della giustizia, siamo portati a rompere delle relazioni personali con amici, assicuriamoci d'impegnarci per la difesa della giustizia e dei diritti umani e non contro le persone che opprimono, altrimenti rischieremo di lasciarci trascinare nella spirale infernale delle accuse e della violenza, bloccando la via della conversione e della riconciliazione.

 

Noi e i mezzi d'informazione

I fatti del Ruanda e la presentazione che ne è stata fatta dalla stampa ci porta a riflettere sul ruolo della Chiesa e dei missionari nell'informazione.
Di fronte alle crisi dell'Africa, i giornalisti europei ed americani riproducono delle informazioni contraddittorie. Spesso non conoscono nè la lingua nè il contesto del paese e possono essere vittime di gruppi di pressione. Inoltre, costretti a presentare una notizia rapida, breve e semplice, ricorrono spesso a criteri dettati più dalle passioni che dalla ragionevolezza. Tenuto conto della conoscenza dei paesi nei quali lavoriamo e delle informazioni alle quali la stampa difficilmente può accedere, dobbiamo aprirci ai mezzi di comunicazione: a noi il compito di aprire un varco in questo mondo, di consolidare la nostra reputazione di obiettività e di serietà e di comunicare ai mass-media le informazioni necessarie per formulare giudizi giusti e conformi alla realtà.

 

Conclusione

La tragedia del Ruanda trova le sue radici in condizioni che si trovano anche in altre regioni dell'Africa:
la sete di potere, la manipolazione delle masse a scopo politico ed egoistico, l'esclusione di una parte del popolo dai suoi diritti legittimi ed inalienabili, la povertà e la disoccupazione, il tentativo di trovare sfogo in una religiosità di comodo, ecc... Dal maggio 1994 siamo più consci di questi problemi.
Ci poniamo di fronte al mondo con fiducia. Crediamo che l'amore di Dio per gli uomini è più forte del male. Siamo convinti che Dio dona la vita nuova, anche nei momenti oscuri della nostra vita. Gesù, diventato interamente uomo come noi, ci mostra la via.

Che il Signore ci doni la grazia di essere umili messaggeri di pace e di speranza. Che nel 1996 Dio porti la pace al continente africano. Noi lo chiediamo per intercessione dei Martiri del Ruanda.

Roma, dicembre 1995