AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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La siccità nel Sahel, il fattore umano

Testo di: Aldo Giannasi

 

La prima siccità

1970, la prima stagione delle piogge a cui assistevo in Africa Occidentale. I coltivatori l'attendevano con ansia e ne parlavano sempre più man mano che i segni annunciatori a cui erano abituati si manifestavano. I più vistosi erano l'apparizione delle costellazioni della Croce del Sud e dello Scorpione in Aprile e soprattutto la fioritura dell'albero "Fiammeggiante" che all'inizio di maggio, proprio quando la savana si presenta come un paesaggio lunare, si riempie di fiori di un colore vermiglio intenso. E' l'albero della speranza che annuncia la fine della stagione secca la quale dura, nella zona saheliana, circa sette mesi.
Durante quel lungo periodo non piove mai e l'unica acqua disponibile si trova nei pozzi o in qualche bassofondo più irrorato. La temperatura che da novembre a gennaio è considerata dagli abitanti "fredda", subisce a febbraio una rapida impennata e diventa torrida. Da allora il termometro segna spesso 40 gradi di calore all'ombra o più. Il bestiame vaga qua e là perennemente assetato, la polvere portata dal vento Harmattan che spazza il deserto prima di scendere nel Sahel, ricopre ogni cosa.
Ero ancora alle prime armi nella lingua, ma riuscivo a capire che tutte le conversazioni giravano attorno alla stagione piovosa, ai campi da preparare bruciandovi le canne di miglio dell'anno precedente, alle sementi, ai contratti con i nomadi Peul, cui i sedentari Bambara affidano le mucche durante il periodo della coltivazione... "E' l'atmosfera che riviviamo ogni anno, mi diceva un confratello sul posto da molto tempo, prima che si scatenino i primi uragani, dopo i quali i coltivatori cominciano le semine".

 

Attesa penosa

Ma in quell'anno non fu così. I primi uragani arrivarono con un ritardo considerevole, circa tre settimane e fu una sorpresa. Gli uomini comunque si gettarono sulle semine, aspettando che altre piogge irrorassero il suolo per far spuntare il miglio e le arachidi. Ma queste si fecero attendere troppo a lungo e le sementi morirono.
Con la tenacia e la pazienza del popolo della savana, attesero altri acquazzoni che arrivarono all'inizio di luglio. Seminarono ancora una volta con le loro zappette a manico corto, curvi dal mattino alla sera sulle zolle dei campi. Questa volta i grani germogliarono e sembrava che tutto fosse ripartito nel migliore dei modi. Ma in Agosto, il mese tradizionalmente più piovoso, le precipitazioni si interruppero. I Bambara non credevano ai loro occhi: scrutavano il cielo angosciati, quasi increduli. L'acqua mancava al momento cruciale della fioritura del miglio e delle arachidi e tutti sapevano che, anche se gli steli non fossero morti, non avrebbero dato frutti. In più, l'interruzione distruggeva il raccolto del granoturco, che i coltivatori seminano attorno a casa dove il terreno è fertilizzato dal concime animale. Esso è il cereale precoce che aiuta i contadini a fare la "saldatura" tra le vecchie scorte alimentari, ormai finite, e il nuovo raccolto di miglio che arriva in novembre. Ricordo di aver visto una delegazione di Kolokani, il grosso borgo in cui si trovava la missione, venire dai Padri, capovillaggio in testa, per chiedere preghiere per la pioggia. L'interruzione durò 15 giorni.

 

Constatazione amara

Mi resi conto che avevo assistito alla prima siccità del Sahel, in Africa Occidentale. Le conseguenze non si fecero attendere: la mancanza del granoturco privò la gente del cibo di "saldatura". I giovani in vista di un futuro incerto e difficile cominciarono a emigrare in città o più lontano in Costa d'Avorio, o addirittura in Europa nella speranza di guadagnare qualcosa.
In più, la stagione delle piogge terminò prima del tempo, per cui molte falde sotterranee non furono rifornite per infiltrazione naturale di acqua piovana e i pozzi cominciarono poco dopo ad essiccarsi. Senza acqua in abbondanza, come poter pensare durante la stagione secca, a colture come ortaggi, patate, manioca...? L'acqua è la vita e quando manca, manca tutto.
Quella prima siccità del 1970 non era però stata completamente disastrosa. Alcuni coltivatori avevano ancora riserve alimentari, i magazzini dei commercianti non erano del tutto vuoti, molti possedevano bestiame per comperare il necessario per sopravvivere.
Furono le siccità successive che si rivelarono catastrofiche: quella del 1973-74, poi la più lunga dall'83 all'86 e quella del 1991. Ora, come si è detto, bussa di nuovo alla porta.
Tutti gli elementi della prima siccità del 70 si sono ripetuti, ma con un'aggravante sempre maggiore: colpiscono un popolo ormai stremato nel proprio corpo e nel proprio spirito, indebitato spesso fino al collo, privo di quelle fragili sicurezze sulle quali poteva contare in tempi normali (bestiame, carro agricolo, bicicletta...).

 

L'uomo ha le sue colpe

Perchè la siccità? Da dove viene? Un motivo di ordine atmosferico generale deve esserci, perchè si tratta di un fenomeno che non esisteva negli ultimi secoli. Ho chiesto tante volte agli anziani se avessero memoria di siccità passate. "Sì, dicevano, ma non come adesso ed erano rare". Ormai invece si ripetono ogni due-tre anni. Perchè le nubi non risalgono più regolarmente dal golfo di Guinea per portare la pioggia al Sahel assettato? Effetto serra? Surriscalda- mento dell'atmosfera a livello mondiale? Studi seri e ipotesi sono in corso: "Africa" si propone di ritornarvi.
Ma c'è anche un fattore umano all'origine di situazioni ambientali che, se non costituisce le sole cause della siccità, la prepara e rende più durevoli e negativi i suoi effetti.
La responsabilità umana può essere colta in alcuni fatti dell'esperienza recente dei paesi saheliani.

 

Demografia galoppante

C'è innanzitutto lo scoppio demografico che ha sovvertito un ritmo ecologico vecchio di secoli.
La savana è formata da alberi di media grandezza e da cespugli. Secondo l'usanza, il coltivatore ne disbosca una porzione e vi fa un campo di miglio o di arachidi che sfrutta per un certo numero di anni. Poi, quando comincia a impoverirsi, lo abbandona e va altrove. Il vecchio campo "si riposa" e il bosco vi ricresce. Fino agli anni 50, il terreno coltivato rappresentava una piccola parte della grande savana e la vegetazione saheliana dominava quasi ovunque da padrona, conservando umidità all'aria e costituendo una solida naturale difesa contro l'erosione. Ma dal 1950 ad oggi la popolazione è quasi triplicata e la boscaglia della savana ne fa le spese ogni giorno. C'è la necessità di allargare continuamente la superficie coltivata per nutrire una popolazione sempre più numerosa. I vecchi campi non possono più "riposarsi" nè ricoprirsi di alberi, come un tempo. La foresta si restringe così per far posto alle coltivazioni.

 

Alberi abbattuti

Se la gente aumenta in savana, nelle grandi città scoppia.
Bamako, per fa-re un esempio, ha più di un milione di abitanti e ogni famiglia ha bisogno di un minimo di legna, per cuocere almeno una volta al giorno, un pasto caldo. Attor-no alla città per un raggio forse di 100 km. non ci sono più piante. E allora i camionisti percorrono enormi distanze per rifornirsi di legna dove la trovano ancora. So-no gli agricoltori che la preparano. Un tempo raccoglievano i rami e i tronchi secchi, ora abbattono indiscriminatamente gli alberi, soprattutto nei luoghi più accessibili. Quanto det-to per Bamako, vale per Dakar, Uagadugu, Bobodiulasso: la legna da ardere è ormai diventata cara come il cibo da cuocere.
La conseguenza è che la savana cambia volto, sotto il tiro incrociato di un disboscamento continuo per crear nuovi campi e un taglio inconsiderato per aver legna da ardere. Una ricerca di P. Malgras dei P. Bianchi, esperto di problemi delle foreste in Mali (è un ex colonnello del Corpo forestale francese), valutava a 100.000 gli ettari disboscati e non ripiantati nell'anno 1984 a nord della capitale Bamako.

 

Sovrappascolo

La presenza del bestiame si fa deleteria. In savana è sempre esistito, ma il numero di capi restava relativamente stabile e al di sotto di quello che la savana poteva nutrire. Ora la situazione è capovolta: l'aumento della gente e delle città in particolare stimola il mercato della carne ed aumenta la quantità del bestiame allevato. Le vaccinazioni ne favoriscono la sopravvivenza e la siccità ne fa un bene-rifugio prezioso per i contadini, spesso l'unico. Si è arrivati così alla situazione di sovrappascolo, cioè ad una quantità di mucche, pecore e capre al di là di quanto la savana può sopportare. Conseguenza: l'erba, che costituisce una naturale protezione del suolo perchè conserva l'umidità e perchè trattiene l'humus fertile, sparisce molto presto all'inizio della stagione secca lasciando il terreno indifeso. I pastori Peul quando l'erba scarseggia tagliano rami dagli alberi per nutrire il bestiame; le capre salgono da sole su certe piante e mangiano la corteccia di altre.
E ci sono i grandi incendi della savana, sempre esistiti al dire degli anziani. Dopo la stagione delle piogge, quando c'era ancora una notevole umidità nella savana, i coltivatori ed in particolare i cacciatori facevano passare il fuoco un po' dappertutto. Non faceva del bene, ma non si dimostrava disastroso data la vitalità della savana stessa, la cui umidità limitava i danni delle fiamme e permetteva la ripresa della vegetazione distrutta. Anche oggi il fuoco passa dovunque o quasi, ma fa danni enormi. Investe un ecosistema che non ha più difese: l'erba è poca e secca, le piante sono meno solide e più sparse, l'umidità misera. Così i roghi di savana attuali, voluti dai coltivatori, fanno disastri irreparabili. Nelle serene e tiepide nottate di febbraio o marzo ho visto incendi con un fronte di decine di chilometri (e quale profondità?). Giorni dopo ripassando non ho trovato più che terra bruciata, nel vero senso della parola.

 

L'avanzata del deserto

L'insieme di questi fattori, dovuti all'uomo, se non producono, aiutano in ogni modo e aggravano la siccità e soprattutto sono all'origine di quel fenomeno che vien chiamato l'avanzata del deserto. Essa non consiste, come a volte ci si può immaginare, nell'avanzata vera e propria delle sabbie che fagocitano passo a passo la savana. Si tratta di mutamenti climatici che sconvolgono l'ecosistema e lo stravolgono. Meno alberi, meno umidità, meno piogge, meno corsi d'acqua, più deserto. Torrenti che scorrevano ancora per mesi dopo la fine delle piogge, oggi sono secchi due settimane dopo l'arresto delle precipitazioni. Il clima diventa più caldo e il vento Harmattan regna incontrastato nel Sahel. Fino al '70 si potevano avere, alla giunzione della zona sudanese e saheliana, alcuni giorni di "bugun", foschia, simile alla nebbia, ma fatta di sabbia impalpabile portata dal vento del deserto e che oscura anche il sole. Attualmente il "bugun" può durare settimane e scendere verso sud in zone in cui era sconosciuto. La sua consistenza arriva anche a impedire l'atterraggio degli aerei.
Scompaiono gli alberi a larga chioma come i manghi e i calcedrati e si sviluppano le piante spinose che non danno quasi più ombra, proprie delle zone predesertiche. La fauna ne subisce il contraccolpo: senza più acqua sparisce o fugge altrove, le migrazioni degli uccelli sono sconvolte e costituiscono problemi nuovi per i coltivatori, divenuti ormai incapaci di prevederle per proteggere i raccolti.

E' possibile la rimonta?

Si tratta allora della fine del Sahel come regione abitabile, a più o meno media scadenza? C'è chi lo pensa.
Ma c'è anche chi non giudica la situazione disperata. Proprio perchè si tratta di fattori umani, quindi di situazioni a portata d'uomo, non solo come individuo, ma anche come collettività, è possibile correggere il tiro per non peggiorare la situazione e per ricuperare anche in parte quello che è perduto.
Vorrei solo fare alcuni accenni.
La siccità aggredisce una fascia di stati, quelli saheliani, dal Senegal all'Etiopia, con economie molto fragili. Forse non se ne ha abbastanza coscienza, dall'esterno. Il loro non è il sottosviluppo, dovuto alla cattiva ripartizione della ricchezza, come in America Latina. E' il sottosviluppo dovuto ad un suolo improduttivo e ad un sottosuolo povero di quelle risorse che hanno permesso ad altri paesi di decollare economicamente: petrolio, fosfati ecc. Si capisce come questi stati debbano far fronte a situazioni di urgenza su tutta la linea: comunicazioni, scuola, sanità... Da dove cominciare, a che cosa dare la priorità?
E' certo però che nei primi trent'anni di indipendenza (1960-1990) gli stati hanno compiuto scelte economiche sbagliate. I crediti sono andati quasi sempre ad un'industria che non ha mai decollato, a realizzazioni di prestigio, all'esercito. Agricoltura e foreste sono rimaste la Cenerentola: solo qualche briciola. Si tratta ora di raddrizzare il tiro, sia impedendo che lo scempio continui, sia sostenendo un programma di rimboschimento che non dovrebbe rivelarsi troppo costoso. Si sono scoperti alberi, come il "Neem" proveniente dal l'India, che attecchiscono con facilità, se piantati all'inizio della stagione delle piogge e che resistono poi alla siccità.
Ma è essenziale che l'inversione di tendenza sia fatta passando attraverso la popolazione locale, restata sovente la grande assente o solo spettatrice di iniziative rivelatesi effimere. La scuola, le associazioni di ogni genere, le Ong possono collaborare a creare una nuova cultura dell'ambiente. Preso sul serio, messo davanti a risultati concreti, il coltivatore della savana reagisce positivamente. La drammaticità stessa della siccità lo ha aiutato a vincere anche quel tipo di attaccamento alla tradizione agricola dei padri che poteva costituire una resistenza al cambiamento.
E si può conservare l'acqua nel Sahel. Con grossi finanziamenti se si vogliono costruire sbarramenti, ma anche con investimenti modesti se si vogliono costruire piccole dighe di villaggio. Gli abitanti, se consigliati, possono costruirle da soli. Esse ritengono l'acqua durante la stagione delle piogge, per quanto breve e ne permettono l'infiltrazione nel terreno. Le falde freatiche si riempiono ed i pozzi hanno acqua.
Per le città uno sforzo dello Stato e dei finanziatori internazionali nel settore del gas liquido, attualmente fuori della portata comune, potrebbe ridurre di molto il consumo di legna e quindi il disboscamento della savana...
Si tratta di alcuni esempi soltanto. Certo la soluzione non è facile nè miracolistica, soprattutto nell'attuale contesto della crisi economica africana. Ma quello che l'uomo ha distrutto nel Sahel, lo può anche riedificare. Se ne ha coscienza e se non aspetta che sia troppo tardi.