|
|
La siccità nel Sahel, il fattore umano
Testo di: Aldo Giannasi
La prima siccità
1970, la prima stagione delle piogge a cui
assistevo in Africa Occidentale. I coltivatori l'attendevano
con ansia e ne parlavano sempre più man mano che i segni
annunciatori a cui erano abituati si manifestavano. I più
vistosi erano l'apparizione delle costellazioni della Croce
del Sud e dello Scorpione in Aprile e soprattutto la fioritura
dell'albero "Fiammeggiante" che all'inizio di
maggio, proprio quando la savana si presenta come un paesaggio
lunare, si riempie di fiori di un colore vermiglio intenso. E'
l'albero della speranza che annuncia la fine della stagione
secca la quale dura, nella zona saheliana, circa sette mesi.
Durante quel lungo periodo non piove mai e l'unica acqua
disponibile si trova nei pozzi o in qualche bassofondo più
irrorato. La temperatura che da novembre a gennaio è
considerata dagli abitanti "fredda", subisce a
febbraio una rapida impennata e diventa torrida. Da allora il
termometro segna spesso 40 gradi di calore all'ombra o più.
Il bestiame vaga qua e là perennemente assetato, la polvere
portata dal vento Harmattan che spazza il deserto prima di
scendere nel Sahel, ricopre ogni cosa.
Ero ancora alle prime armi nella lingua, ma riuscivo a capire
che tutte le conversazioni giravano attorno alla stagione
piovosa, ai campi da preparare bruciandovi le canne di miglio
dell'anno precedente, alle sementi, ai contratti con i nomadi
Peul, cui i sedentari Bambara affidano le mucche durante il
periodo della coltivazione... "E' l'atmosfera che
riviviamo ogni anno, mi diceva un confratello sul posto da
molto tempo, prima che si scatenino i primi uragani, dopo i
quali i coltivatori cominciano le semine".
Attesa penosa
Ma in quell'anno non fu così. I primi
uragani arrivarono con un ritardo considerevole, circa tre
settimane e fu una sorpresa. Gli uomini comunque si gettarono
sulle semine, aspettando che altre piogge irrorassero il suolo
per far spuntare il miglio e le arachidi. Ma queste si fecero
attendere troppo a lungo e le sementi morirono.
Con la tenacia e la pazienza del popolo della savana, attesero
altri acquazzoni che arrivarono all'inizio di luglio.
Seminarono ancora una volta con le loro zappette a manico
corto, curvi dal mattino alla sera sulle zolle dei campi.
Questa volta i grani germogliarono e sembrava che tutto fosse
ripartito nel migliore dei modi. Ma in Agosto, il mese
tradizionalmente più piovoso, le precipitazioni si
interruppero. I Bambara non credevano ai loro occhi:
scrutavano il cielo angosciati, quasi increduli. L'acqua
mancava al momento cruciale della fioritura del miglio e delle
arachidi e tutti sapevano che, anche se gli steli non fossero
morti, non avrebbero dato frutti. In più, l'interruzione
distruggeva il raccolto del granoturco, che i coltivatori
seminano attorno a casa dove il terreno è fertilizzato dal
concime animale. Esso è il cereale precoce che aiuta i
contadini a fare la "saldatura" tra le vecchie
scorte alimentari, ormai finite, e il nuovo raccolto di miglio
che arriva in novembre. Ricordo di aver visto una delegazione
di Kolokani, il grosso borgo in cui si trovava la missione,
venire dai Padri, capovillaggio in testa, per chiedere
preghiere per la pioggia. L'interruzione durò 15 giorni.
Constatazione amara
Mi resi conto che avevo assistito alla prima
siccità del Sahel, in Africa Occidentale. Le conseguenze non
si fecero attendere: la mancanza del granoturco privò la
gente del cibo di "saldatura". I giovani in vista di
un futuro incerto e difficile cominciarono a emigrare in
città o più lontano in Costa d'Avorio, o addirittura in
Europa nella speranza di guadagnare qualcosa.
In più, la stagione delle piogge terminò prima del tempo,
per cui molte falde sotterranee non furono rifornite per
infiltrazione naturale di acqua piovana e i pozzi cominciarono
poco dopo ad essiccarsi. Senza acqua in abbondanza, come poter
pensare durante la stagione secca, a colture come ortaggi,
patate, manioca...? L'acqua è la vita e quando manca, manca
tutto.
Quella prima siccità del 1970 non era però stata
completamente disastrosa. Alcuni coltivatori avevano ancora
riserve alimentari, i magazzini dei commercianti non erano del
tutto vuoti, molti possedevano bestiame per comperare il
necessario per sopravvivere.
Furono le siccità successive che si rivelarono catastrofiche:
quella del 1973-74, poi la più lunga dall'83 all'86 e quella
del 1991. Ora, come si è detto, bussa di nuovo alla porta.
Tutti gli elementi della prima siccità del 70 si sono
ripetuti, ma con un'aggravante sempre maggiore: colpiscono un
popolo ormai stremato nel proprio corpo e nel proprio spirito,
indebitato spesso fino al collo, privo di quelle fragili
sicurezze sulle quali poteva contare in tempi normali
(bestiame, carro agricolo, bicicletta...).
L'uomo ha le sue colpe
Perchè la siccità? Da dove viene? Un motivo
di ordine atmosferico generale deve esserci, perchè si tratta
di un fenomeno che non esisteva negli ultimi secoli. Ho
chiesto tante volte agli anziani se avessero memoria di
siccità passate. "Sì, dicevano, ma non come adesso ed
erano rare". Ormai invece si ripetono ogni due-tre anni.
Perchè le nubi non risalgono più regolarmente dal golfo di
Guinea per portare la pioggia al Sahel assettato? Effetto
serra? Surriscalda- mento dell'atmosfera a livello mondiale?
Studi seri e ipotesi sono in corso: "Africa" si
propone di ritornarvi.
Ma c'è anche un fattore umano all'origine di situazioni
ambientali che, se non costituisce le sole cause della
siccità, la prepara e rende più durevoli e negativi i suoi
effetti.
La responsabilità umana può essere colta in alcuni fatti
dell'esperienza recente dei paesi saheliani.
Demografia galoppante
C'è innanzitutto lo scoppio demografico che
ha sovvertito un ritmo ecologico vecchio di secoli.
La savana è formata da alberi di media grandezza e da
cespugli. Secondo l'usanza, il coltivatore ne disbosca una
porzione e vi fa un campo di miglio o di arachidi che sfrutta
per un certo numero di anni. Poi, quando comincia a
impoverirsi, lo abbandona e va altrove. Il vecchio campo
"si riposa" e il bosco vi ricresce. Fino agli anni
50, il terreno coltivato rappresentava una piccola parte della
grande savana e la vegetazione saheliana dominava quasi
ovunque da padrona, conservando umidità all'aria e
costituendo una solida naturale difesa contro l'erosione. Ma
dal 1950 ad oggi la popolazione è quasi triplicata e la
boscaglia della savana ne fa le spese ogni giorno. C'è la
necessità di allargare continuamente la superficie coltivata
per nutrire una popolazione sempre più numerosa. I vecchi
campi non possono più "riposarsi" nè ricoprirsi di
alberi, come un tempo. La foresta si restringe così per far
posto alle coltivazioni.
Alberi abbattuti
Se la gente aumenta in savana, nelle grandi
città scoppia.
Bamako, per fa-re un esempio, ha più di un milione di
abitanti e ogni famiglia ha bisogno di un minimo di legna, per
cuocere almeno una volta al giorno, un pasto caldo. Attor-no
alla città per un raggio forse di 100 km. non ci sono più
piante. E allora i camionisti percorrono enormi distanze per
rifornirsi di legna dove la trovano ancora. So-no gli
agricoltori che la preparano. Un tempo raccoglievano i rami e
i tronchi secchi, ora abbattono indiscriminatamente gli
alberi, soprattutto nei luoghi più accessibili. Quanto det-to
per Bamako, vale per Dakar, Uagadugu, Bobodiulasso: la legna
da ardere è ormai diventata cara come il cibo da cuocere.
La conseguenza è che la savana cambia volto, sotto il tiro
incrociato di un disboscamento continuo per crear nuovi campi
e un taglio inconsiderato per aver legna da ardere. Una
ricerca di P. Malgras dei P. Bianchi, esperto di problemi
delle foreste in Mali (è un ex colonnello del Corpo forestale
francese), valutava a 100.000 gli ettari disboscati e non
ripiantati nell'anno 1984 a nord della capitale Bamako.
Sovrappascolo
La presenza del bestiame si fa deleteria. In
savana è sempre esistito, ma il numero di capi restava
relativamente stabile e al di sotto di quello che la savana
poteva nutrire. Ora la situazione è capovolta: l'aumento
della gente e delle città in particolare stimola il mercato
della carne ed aumenta la quantità del bestiame allevato. Le
vaccinazioni ne favoriscono la sopravvivenza e la siccità ne
fa un bene-rifugio prezioso per i contadini, spesso l'unico.
Si è arrivati così alla situazione di sovrappascolo, cioè
ad una quantità di mucche, pecore e capre al di là di quanto
la savana può sopportare. Conseguenza: l'erba, che
costituisce una naturale protezione del suolo perchè conserva
l'umidità e perchè trattiene l'humus fertile, sparisce molto
presto all'inizio della stagione secca lasciando il terreno
indifeso. I pastori Peul quando l'erba scarseggia tagliano
rami dagli alberi per nutrire il bestiame; le capre salgono da
sole su certe piante e mangiano la corteccia di altre.
E ci sono i grandi incendi della savana, sempre esistiti al
dire degli anziani. Dopo la stagione delle piogge, quando
c'era ancora una notevole umidità nella savana, i coltivatori
ed in particolare i cacciatori facevano passare il fuoco un
po' dappertutto. Non faceva del bene, ma non si dimostrava
disastroso data la vitalità della savana stessa, la cui
umidità limitava i danni delle fiamme e permetteva la ripresa
della vegetazione distrutta. Anche oggi il fuoco passa
dovunque o quasi, ma fa danni enormi. Investe un ecosistema
che non ha più difese: l'erba è poca e secca, le piante sono
meno solide e più sparse, l'umidità misera. Così i roghi di
savana attuali, voluti dai coltivatori, fanno disastri
irreparabili. Nelle serene e tiepide nottate di febbraio o
marzo ho visto incendi con un fronte di decine di chilometri (e
quale profondità?). Giorni dopo ripassando non ho trovato
più che terra bruciata, nel vero senso della parola.
L'avanzata del deserto
L'insieme di questi fattori, dovuti all'uomo,
se non producono, aiutano in ogni modo e aggravano la siccità
e soprattutto sono all'origine di quel fenomeno che vien
chiamato l'avanzata del deserto. Essa non consiste, come a
volte ci si può immaginare, nell'avanzata vera e propria
delle sabbie che fagocitano passo a passo la savana. Si tratta
di mutamenti climatici che sconvolgono l'ecosistema e lo
stravolgono. Meno alberi, meno umidità, meno piogge, meno
corsi d'acqua, più deserto. Torrenti che scorrevano ancora
per mesi dopo la fine delle piogge, oggi sono secchi due
settimane dopo l'arresto delle precipitazioni. Il clima
diventa più caldo e il vento Harmattan regna incontrastato
nel Sahel. Fino al '70 si potevano avere, alla giunzione della
zona sudanese e saheliana, alcuni giorni di "bugun",
foschia, simile alla nebbia, ma fatta di sabbia impalpabile
portata dal vento del deserto e che oscura anche il sole.
Attualmente il "bugun" può durare settimane e
scendere verso sud in zone in cui era sconosciuto. La sua
consistenza arriva anche a impedire l'atterraggio degli aerei.
Scompaiono gli alberi a larga chioma come i manghi e i
calcedrati e si sviluppano le piante spinose che non danno
quasi più ombra, proprie delle zone predesertiche. La fauna
ne subisce il contraccolpo: senza più acqua sparisce o fugge
altrove, le migrazioni degli uccelli sono sconvolte e
costituiscono problemi nuovi per i coltivatori, divenuti ormai
incapaci di prevederle per proteggere i raccolti.
E' possibile la rimonta?
Si tratta allora della fine del Sahel come
regione abitabile, a più o meno media scadenza? C'è chi lo
pensa.
Ma c'è anche chi non giudica la situazione disperata. Proprio
perchè si tratta di fattori umani, quindi di situazioni a
portata d'uomo, non solo come individuo, ma anche come
collettività, è possibile correggere il tiro per non
peggiorare la situazione e per ricuperare anche in parte
quello che è perduto.
Vorrei solo fare alcuni accenni.
La siccità aggredisce una fascia di stati, quelli saheliani,
dal Senegal all'Etiopia, con economie molto fragili. Forse non
se ne ha abbastanza coscienza, dall'esterno. Il loro non è il
sottosviluppo, dovuto alla cattiva ripartizione della
ricchezza, come in America Latina. E' il sottosviluppo dovuto
ad un suolo improduttivo e ad un sottosuolo povero di quelle
risorse che hanno permesso ad altri paesi di decollare
economicamente: petrolio, fosfati ecc. Si capisce come questi
stati debbano far fronte a situazioni di urgenza su tutta la
linea: comunicazioni, scuola, sanità... Da dove cominciare, a
che cosa dare la priorità?
E' certo però che nei primi trent'anni di indipendenza
(1960-1990) gli stati hanno compiuto scelte economiche
sbagliate. I crediti sono andati quasi sempre ad un'industria
che non ha mai decollato, a realizzazioni di prestigio,
all'esercito. Agricoltura e foreste sono rimaste la
Cenerentola: solo qualche briciola. Si tratta ora di
raddrizzare il tiro, sia impedendo che lo scempio continui,
sia sostenendo un programma di rimboschimento che non dovrebbe
rivelarsi troppo costoso. Si sono scoperti alberi, come il
"Neem" proveniente dal l'India, che attecchiscono
con facilità, se piantati all'inizio della stagione delle
piogge e che resistono poi alla siccità.
Ma è essenziale che l'inversione di tendenza sia fatta
passando attraverso la popolazione locale, restata sovente la
grande assente o solo spettatrice di iniziative rivelatesi
effimere. La scuola, le associazioni di ogni genere, le Ong
possono collaborare a creare una nuova cultura dell'ambiente.
Preso sul serio, messo davanti a risultati concreti, il
coltivatore della savana reagisce positivamente. La
drammaticità stessa della siccità lo ha aiutato a vincere
anche quel tipo di attaccamento alla tradizione agricola dei
padri che poteva costituire una resistenza al cambiamento.
E si può conservare l'acqua nel Sahel. Con grossi
finanziamenti se si vogliono costruire sbarramenti, ma anche
con investimenti modesti se si vogliono costruire piccole
dighe di villaggio. Gli abitanti, se consigliati, possono
costruirle da soli. Esse ritengono l'acqua durante la stagione
delle piogge, per quanto breve e ne permettono l'infiltrazione
nel terreno. Le falde freatiche si riempiono ed i pozzi hanno
acqua.
Per le città uno sforzo dello Stato e dei finanziatori
internazionali nel settore del gas liquido, attualmente fuori
della portata comune, potrebbe ridurre di molto il consumo di
legna e quindi il disboscamento della savana...
Si tratta di alcuni esempi soltanto. Certo la soluzione non è
facile nè miracolistica, soprattutto nell'attuale contesto
della crisi economica africana. Ma quello che l'uomo ha
distrutto nel Sahel, lo può anche riedificare. Se ne ha
coscienza e se non aspetta che sia troppo tardi.
|