AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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IL SENEGAL VISTO DAI SUOI INTELLETTUALI

di Joseph de Benoist

Primo fra i paesi subsahariani ad entrare in contatto con gli Europei, nel 1440, il Senegal ha mantenuto sempre rapporti con le nazioni d’oltre Atlantico e nella storia recente dell’Africa si è affermato precursore nella cultura come nella vita democratica. Numerosi sono i Senegalesi che occupano eminenti posti negli organismi internazionali, gli scrittori, gli intellettuali. E’ ad essi che “Africa” affida la parola perchè parlino del Senegal. Le loro riflessioni sorprenderanno molti lettori per la franchezza, la lucidità, la capacità di analisi di cui fanno prova. Questa inchiesta è stata realizzata dal P. de Benoist, storico dell’Africa. E tocca in particolare la questione dello Stato, dell’economia e della gioventù. Al di là del Senegal, le considerazioni valgono quasi sempre per gli altri paesi africani.

 

 

Un salto storico

“Il problema che si è posto ai dirigenti africani è questo: come far ammettere alle masse africane, che vivevano in un passato arcaico dove le relazioni interumane erano fondate sui soli legami della consanguineità o del clientelismo, la nozione di legge astratta e razionale, anche se la si ricopre con il mantello dell’Africanità?... L’Africa indipendente si è vista imporre la formula statale moderna senza averla scelta. L’eredità culturale africana accetta difficilmente la logica dello stato-nazione moderno centralizzatore e uniformizzatore” (AN)...
L’amministrazione coloniale era il matrimonio contro natura di un sistema burocratico molto centralizzato e di un regime politico basato sul suffragio universale e la democrazia parlamentare, due concezioni totalmente estranee alle civiltà africane. Ma gli uomini che dirigevano il Senegal al momento dell’indipendenza avevano interesse a “difendere lo statu quo coloniale che garantiva i loro interessi e i loro poteri” (MD).

Il flagello del clientelismo

“Il ruolo messianico dello Stato postcoloniale ha portato la generazione nazionalista a concepire il proprio ruolo come un ruolo pedagogico e dunque a imporre il proprio regime di verità nella coscienza e più ancora nell’immaginario dei governati” (MD). “Concepito al momento delle indipendenze come una macchina efficace, per stimolare la crescita economica, lo Stato appare oggi attraverso le pubblicazioni della classe dirigente e quella dei finanziatori internazionali come un apparato mostruoso e parassitario” (MCD).
Il primo decennio delle indipendenze (1960-1970) è stato caratterizzato “da un’economia dominata dalle società di stato il cui inizio data dal tempo delle colonie, da un sistema di insegnamento disadattato, da un’agricoltura poco performante, e da un sistema politico basato sull’accaparramento della clientela. Il partito unico di fatto ha soffocato la libera espressione dei punti di vista dei dirigenti” (MCD).
La parola “clientelismo”, che caratterizza la maggior parte dei governi africani, necessita una spiegazione. Questi governi hanno tutti un centro ipertrofico, ma debbono controllare la periferia, non tanto per produrre di più e sviluppare l’economia, quanto per assicurarsi il sostegno politico che permette loro di mantenersi al potere. Da qui la necessità di selezionare “i detentori della legittimità per agganciare territori inaccessibili” (MCD). E la fedeltà di questi “intermediari” deve essere grassamente pagata.

 

20 anni di potere di Senghor (1960-1980)

Per ciò che riguarda il Senegal, Lamine Guèye e Senghor, alleati all’inizio della loro carriera politica, si sono rapidamente opposti l’uno all’altro e hanno cercato di appoggirasi su “clientele”. Lamine Guèye era stato formato in seno al partito socialista francese il cui elettorato è costituito soprattutto da impiegati statali e abitanti delle città. Non è una sorpresa che si sia appoggiato sugli “originari”, gli abitanti dei “Quattro Comuni” (Dakar, Gorée, Rufisque e Saint-Louis). “La municipalità diventa la brama dei differenti clan politici per ragioni clientelistiche. Le concessioni demaniali e i mercati pubblici che le sono affidati diventano luoghi di patronato” (MCD/MD). E Dakar et Saint Louis resteranno fino al 1958 feudi dei partigiani di Lamine Guèye.
Paradossalmente, Senghor, l’universitario cattolico, cerca la propria clientela nelle campagne, presso la gerarchia musulmana. “Per rimediare al discredito dei capi tradizionali, lo Stato sostituì loro i marabutti islamici” (MCD/MD). E Senghor “si è appoggiato sui marabutti e i califfi, pur facendosi il difensore del socialismo o piuttosto di una certa lettura del socialismo. Non ha potuto mantenersi al potere che rispettando le strutture politico-religiose tradizionali con la speranza segreta che lo sviluppo dell’educazione avrebbe prodotto il nascere di una coscienza democratica” (AN).
Il successo di Senghor fu tale che Lamine Guèye, preferendo essere secondo in un partito al potere che primo nell’opposizione, accettò di fondere il proprio partito con quello di Senghor per creare nel 1958 l’Unione Progressista Senegale-se, che eliminò poi pian piano tutte le altre formazioni politiche.
Nel dicembre 1962, un conflitto violento (si è parlato di un tentativo di colpo di stato) oppose Senghor al suo Primo Ministro Mamadou Dia. Questi, musulmano fervente, era discepolo del Padre Lebret (domenicano francese, fondatore della rivista “Economie et Humanisme”), ma nondimeno opposto all’intromissione dei capi religiosi nel funzionamento dello Stato. “La sconfitta di Mamadou Dia nel 1962 è stata una disgrazia per il Senegal. Se fosse restato capo del governo, avrebbe applicato il piano di sviluppo elaborato dall’équipe del P. Lebret e avrebbe intimato l’alt all’ingerenza dei marabutti nella vita politica” (AN).
Rimasto solo al potere, Senghor ha ritenuto un dovere quello di assicurarsi l’appoggio dei “grandi elettori”, accordando loro privilegi che sono diventati autentiche sfide all’autorità dello Stato, freni per l’economia, e un limite alla libertà d’azione del suo successore. Ha dato l’ultimo tocco ad un’amministrazione che si identificava col partito al potere, partito unico di fatto.
E’ dal 1957 che questa costruzione prende forma. In quell’anno, la Francia, applicando la “legge-quadro” accordò una semiautonomia alle sue vecchie colonie africane, diventate nel 1945 territori d’oltremare. “L’autonomia e la concessione di nuovi poteri all’Assemblea territoriale e soprattutto la creazione di un Consiglio di governo con potere sul servizio pubblico aprì un nuovo campo all’investimento clientelare. La burocrazia amministrativa nascente si adatta alla logica del patronato e il militantismo nel partito dominante ne diventa il vettore.
Si è assistito da allora ad una fusione quasi totale tra le strutture politiche e amministrative. Il partito si confonde così con lo Stato e con l’amministrazione” (MD).
Questa confusione si estese anche alle autorità dell’ambiente rurale grazie all’intromissione del partito sulle cooperative. Queste, nel piano di sviluppo, elaborato dal Padre Lebret su domanda di Mamadou Dia, dovevano svolgere un ruolo essenziale e permettere all’ambiente contadino di prendere in mano il proprio sviluppo. Ma il sistema cooperativo fu totalmente accaparrato dall’autorità religiosa murida e dagli organi del partito che la proteggevano.
Si vide allora svilupparsi in grande “ciò che sembra essere una costante nell’evoluzione politica del Senegal indipendente: il nepotismo e la corruzione” (MCD/MD). Questi due atteggiamenti diventarono il mezzo essenziale per accedere al potere e restarvi.

 

L’era dei tecnocrati

Il 1° gennaio 1981 Senghor diede le dimissioni passando la mano ad Abdou Diouf. Anche se la sua partenza era prevista, è stata di fatto affrettata dalla crisi economica alla quale l’ex presidente, più poeta che finanziere, non si sentiva di tener testa. Aveva creato al suo successore una fama di tecnocrate, che peraltro non è usurpata.
Per tentare di uscire dalla crisi, bisognava fare appello alle organizzazioni internazionali. Fondo monetario internazionale e Banca mondiale.
Questi avevano bisogno di trovare di fronte a sè interlocutori capaci di capirli e di discutere con loro. Da qui la necessità per il nuovo presidente di circondarsi di tecnocrati. Questa scelta ha un importante vantaggio per Abdou Diouf: “Al Congresso di apertura e di rinnovamento del 4 e 5 Marzo 1989, si nota la volontà di promuovere una élite sprovvista di base politica e dunque più dipendente dal presidente.
Esperti del gioco clientelare sono messi da parte per far posto agli uomini del presidente” (MCD-MD).
“Le soluzioni tecnocratiche debbono servire ad aggirare il campo politico (...) I nuovi dirigenti fondano la loro pretesa di organizzare il paese screditando lo Stato come istituzione e promuovendo la privatizzazione come la promessa di tutte le opportunità (...) Il nuovo regime ha attaccato le riforme in tutti i settori ad eccezione della rete clientelare nel mondo rurale” (MD).
Eppure questo mondo rurale non è al riparo di profondi mutamenti. E’ dominato dai grandi capi religiosi musulmani che hanno preso la successione della gerarchia feudale tradizionale. L’Islam senegalese è un islam delle confraternite i cui califfi hanno una grande influenza sui fedeli. Una di queste confraternite, il Muridismo, ha svolto un ruolo decisivo nell’incremento della coltura delle arachidi sotto il regime coloniale. Questa coltura è oggi in piena recessione. E i marabutti muridi, incoraggiano i loro adepti a coinvolgersi nel commercio e nell’economia urbana. I giovani della città sono molto più influenzati dalle correnti politiche e accettano difficilmente di ricevere consegne politiche dai capi religiosi. “Le elezioni del 1988 non hanno solo discreditato Abdou Diouf, accusato di aver manipolato i risultati del voto, hanno anche discreditato la gerarchia murida che ha chiesto di votare per Diouf” (MCD/MD).
La privatizzazione predicata dai tecnocrati diminuisce il numero di istituzioni pubbliche che, attraverso il nepotismo e gli arricchimenti che esse favoriscono, costituiscono una rete di privilegiati la cui sorte è legata a quella dello Stato. Tutti riconoscono che “bisogna lasciar crollare la coalizione degli interessi che ha cimentato lo Stato dall’indipendenza in poi, perchè il costo di una clientela allargata è alla fine insopportabile” (FB).
Si scopre che non resta più gran chè dell’edificio messo in piedi dal Partito al potere. Può contare sui propri militanti? No. “I militanti hanno l’impressione che i loro voti contano solo il giorno delle elezioni, ma che, per il resto, si domanda loro di approvare e di applaudire ciò che è stato deciso a Dakar a loro insaputa” (MCD/MD).

 

Decadenza dello Stato democratico

Un po’ dappertutto, da cinque anni, “le società africane tentano di uscire dalla logica devastatrice del partito unico” (MD). Si potrebbe pensare che questa crisi risparmia il Senegal, da sempre presentato come la vetrina della democrazia in Africa. In realtà, “l’insistenza sullo Stato di diritto rimanda sempre all’esercizio del potere e dell’autorità da parte della classe dirigente e non all’esercizio di un controllo di questo potere da parte della società civile, cioè gli attori sociali” (MCD/MD).
La via politica senegalese appare come “un gioco in cui i privilegiati si scambiano i loro posti. I coltivatori medi e poveri e le popolazioni urbane a reddito basso sono i principali perdenti del gioco” (MCD/MD).
E contariamente alle apparenze, “il sistema politico senegalese, malgrado la maschera del discorso ufficiale, non può essere assimilato alla democrazia liberale (...) Fattori come la difficoltà di partecipare all’elaborazione delle decisioni, il ruolo del clientelismo nel controllo dell’ingranaggio dello Stato, non permettono l’intervento diretto del popolo negli affari pubblici”. (MCD/MD).
La libertà di stampa può creare illusione. E’ vero che il Senegal è uno dei primi paesi del continente in cui sono esistiti giornali di opposizione, organi satirici che non perdonavano ai dirigenti e anche, da qualche anno, stazioni radio indipendenti, cosa molto importante in un paese in cui la maggioranza delle popolazione è illetterata e non parla francese. Ma non bisogna ingannarsi: “la stampa diventa il campo delle chiac chiere politiche senza effetto, perchè il vigore dei giornalisti e la vitalità della stampa detta indipendente non portano il potere a mollare la presa sui media e a togliere il monopolio sulle comunicazioni audiovisive” (MCD).
Anche nel campo dei rapporti internazionali, non bisogna fidarsi delle apparenze. I dirigenti senegalesi parlano molto di unità africana, ma c’è “una distanza tra i discorsi sulla solidarietà dei popoli africani e sulla necessità della loro integrazione politica ed economica e poi la pratica delle classi dirigenti preoccupate innanzitutto della loro sopravvivenza politica ed economica” (MCD/MD).
“La crisi aperta negli anni 70 scalza il sistema di legittimazione delle élite” (MCD). Le numerose crisi che si sono tradotte con urti violenti a livello di intellettuali e di ambienti universitari, illustrano il fatto che “la classe dirigente non è riuscita ad ottenere l’obbedienza dell’intelligentsia senza usare la forza” (MCD).
Già prima dell’indipendenza, Senghor aveva tentato di mobilitare le masse intorno al concetto della “negritudine” che doveva guidare la costruzione di una società moderna, ispirata dai valori tradizionali. Il Festival delle Arti negre del 1966 fu il coronamento di questa campagna. Dopo il 1980, la “negritudine” è messa nel dimenticatoio e sostituita dal “soprassalto nazionale” e il “consenso” che non ebbero maggior successo. “Il personale politico è posto oggi davanti a una sfida: deve ripensare la strategia di mobilitazione politica in un contesto in cui gli strati popolari, esasperati dall’assenza di prospettiva sociale, rischiano di lasciarsi andare ad atti di violenza incontrollata” (MCD).
Un intervento dell’esercito è possibile? La questione sarebbe sembrata senza senso alcuni anni fa, quando si credeva che il movimento di democratizzazione fosse reale ed irreversibile. Ma da allora, la Nigeria, la Sierra Leone, la Gambia, per non citare che questi esempi, hanno visto i militari riprendere gusto al potere ed ai suoi vantaggi materiali. Fino ad oggi l’esercito senegalese è citato come un esempio di professionalismo e di lealtà. Tuttavia “si può a rigore pensare ad un’entrata diretta in politica dell’esercito? Questa questione resta aperta” (MCD/MD).

 

Indebitamento progressivo

Sul piano economico, “il Senegal è rimasto al 1979” (FB). Le spese di funzionamento assorbono tutte le risorse fiscali. Il risparmio pubblico è sempre insignificante in rapporto agli investimenti da realizzare. Lo Stato senegalese è ancora per lungo tempo dipendente dai paesi donatori per coprire i bisogni di finanziamento (riscaglionamento del debito e finanziamento del budget). Il pagamento degli interessi del debito continua a crescere e a deteriorare il risparmio pubblico.
Di fatto, le “autorità senegalesi hanno preso l’abitudine di risolvere i loro problemi di insufficienza di risorse ricorrendo al denaro dei donatori piuttosto che fare cose difficili che comportano sacrifici”, secondo l’espressione di Elliot Berg in un rapporto del 1990 della Banca mondiale.
Davanti alla grave crisi economica degli anni 70, “il regime di Senghor provò la soluzione della diversificazione delle fonti di finanziamento a livello internazionale, aumentando così l’indebitamento sia interno che estero. Alla fine degli anni 70, il debito saliva a più di un miliardo di dollari e il pagamento delle spese del debito rappresentava il 20% del ricavato delle esportazioni” (MD)..

Un’agricoltura poco produttiva

Quando, a metà del secolo XIX, si provò la coltivazione dell’arachide nel Senegal, si poteva difficilmente immaginare il posto che avrebbe preso questo prodotto nell’economia del paese. Al momento dell’indipendenza, nel 1960, da solo esso rappresentava più dell’80 % delle esportazioni del paese; la sua coltivazione dava lavoro ad 87 % della popolazione attiva e copriva la metà delle terre coltivate. La sua lavorazione rappresentava il 42% della cifra d’affari dell’insieme dell’industria senegalese. Poco a poco i contadini produttori di arachidi avevano abbandonato le colture per l’alimentazione, specialmente del miglio, e avevano preso l’abitudine di mangiare riso importato dalla Francia dai suoi possedimenti in Asia. Oggi per una larga parte della popolazione, soprattutto cittadina, un giorno senza riso è un giorno di digiuno. Ora il paese produce appena un quarto di quanto consuma: deve importare il resto, ciò che squilibra di molto la sua bilancia commerciale.
Nel clima socialista dell’indipendenza, lo Stato ha creato nel 1966 un Ufficio nazionale di cooperazione e di assistenza allo sviluppo (ONCAD). Quando esso fu sciolto il 25 agosto 1980, il “Soleil”, quotidiano controllato dal governo, ne dava la seguente descrizione:
“Il primo handicap dell’Ufficio era la sua obesità. Aveva l’arachide, aveva il miglio, aveva le sementi, aveva i concimi e il materiale, aveva il trasporto e l’educazione dei contadini: era tentacolare. Era anche un datore di lavoro inesauribile, diventando ben presto l’accogliente dimora di tutti coloro che cercavano di sistemare un protetto. Secondo handicap: l’ONCAD ingrossava a causa del parassitismo... Obeso e parassita, era naturalmente caro da mantenere, vorace e spendaccione. Per conseguenza, maneggiava troppo denaro e, per il fatto stesso, rappresentava la tentazione. I suoi agenti ne furono effettivamente ammaliati. E a spendere troppo, si perde: 12 miliardi (di franchi CFA, equivalenti allora a 48 miliardi di lire) di passivo”.
La siccità è stata a lungo un alibi per il governo: era essa la responsabile dei cattivi risultati dell’agricoltura. Ma bisogna essere realisti: “Non solo le sovvenzioni finanziarie destinate all’agricoltura costituiscono una parte trascurabile delle spese pubbliche (dal 5 al 10 %), ma una cattiva attribuzione di queste spese agricole a progetti senza avvenire e costosi ha effetti ancor più deplorevoli. Una cattiva politica dei prezzi ha scoraggiato il contadino senegalese dal produrre per il commercio, salvo che sui mercati paralleli” (MCD/MD).
A tutti questi handicap si aggiunge la mancanza di reale modernizzazione dei metodi di coltivazione. “L’agricoltura non è produttiva al punto di rendere possibile una strategia di crescita a lungo termine fondata sulla sostituzione del riso importato con i cereali locali (FB).
In queste condizioni l’autosufficienza alimentare resta un augurio che rischia di non realizzarsi nemmeno in un avvenire lontano. “La politica di sostituzione del riso importato coi cereali locali è ostacolata dai bassi rendimenti e dalla degradazione delle terre” (MCD).

 

Un’industria senza avvenire

Se le prospettive di sviluppo agricolo sono poco incoraggianti, “il settore industriale sta ancora peggio, il suo tasso di crescita è molto debole. I settori più importanti (industrie di estrazione, chimiche e oliere) hanno una produzione stagnante; solo i tessili e le industrie alimentari (zucchero, confetture) conoscono un certo progresso. I grandi progetti industriali sono diventati delle voragini finanziarie difficili da colmare” (MCD/MD).
La svalutazione del gennaio 1994 ha migliorato un po’ la possibilità di vendita dei prodotti industriali sui mercati esterni, ma ha anche aumentato considerevolmente i costi dei prodotti importati necessari per la produzione. “Il settore industriale è così poco competitivo che l’obiettivo di aumentare progressivamente le parti del mercato del Senegal all’estero è un pio desiderio (MCD/MD).
La svalutazione ha dato un colpo di frusta al turismo: il Senegal è per l’Europa una meta relativamente vicina e i prezzi attirano. In misura minore la pesca ha migliori prospettive di esportazione, a condizione che i pubblici poteri abbiano i mezzi di sorvegliare e di proteggere il patrimonio ittico.
Ma il settore bancario ha conosciuto una gravissima crisi causata dal “sistema clientelare, il personale pletorico, l’incompetenza dei dirigenti e il mancato rimborso dei crediti per motivi di protezione politica” (MCD/MD).

 

Un “aggiustamento” pieno di pericoli

Con l’arrivo di Abdou Diouf, “la tecnocrazia arrivava al vertice dello Stato. Questo fatto corrisponde alla messa sotto tutela economica del Senegal da parte del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale” (MD).
Da quindici anni, “il Senegal tenta di aggiustarsi agli obiettivi del ‘programma di aggiustamento strutturale’. Questo procedimento genera una crisi sociale e politica sempre più difficile da gestire e che arriva a minacciare il processo di democratiz-zazione, ben lontano dall’essere irreversibile, e gli interessi dei privilegiati, anzitutto quelli della borghesia burocratica” (MCD-MD).
In effetti, l’abbiamo detto, i tecnocrati auspicano un disimpegno sempre più totale dello Stato dal settore economico. “La clientela tradizionale dello Stato (uomini d’affari, marabutti, burocrati, ecc.) trovava nella crescita del settore pubblico e parapubblico e in certi meccanismi ridistributivi, i mezzi di sussistere, anzi di prosperare. La conseguenza per lo Stato è che la nuova politica, diminuendo il vasto campo che permetteva il mantenimento della sua clientela, diminuisce nello stesso tempo la possibilità di un controllo sociale e politico efficace” (MCD/MD).
L’attenzione ormai si rivolge verso quell’immenso settore chiamato “economia informale” o “economia di marciapiede”, grazie alla quale sopravvive la maggioranza dei cittadini:
“Il fallimento degli orientamenti politici (autoritarismo, clientelismo, patronato), economici (statalizzazione dell’economia, pianificazione e soffocamento delle iniziative individuali e comunitarie) e sociali (inquadramento e caporalato) a metà degli anni 75, ha avuto una doppia conseguenza: gli organismi finanziari internazionali e i paesi donatori decidono di imporre condizioni agli Stati africani.
E la profonda crisi delle società africane distoglie gli sguardi degli esperti dalle istituzioni formali verso le attività dette informali. Questa cultura dello sviluppo, letta come la più violenta critica alle politiche di modernizzazione autoritaria, trova la sua migliore formulazione in un proverbio africano, che lo storico burkinabé Joseph Ki Zerbo ha scelto per titolo della prima opera pubblicata dal suo Centro di Ricerche per lo Sviluppo Endogeno: Dormire sulla stuoia degli altri è come dormire per terra” (MD).

 

Urbanesimo galoppante

Nel 1904 il 9% dei Senegalesi viveva in agglomerati urbani, erano il 22% al momento dell’indipendenza, sono il 40% oggi. L’urbanizzazione è un fenomeno mondiale, ma essa è particolarmente importante in Africa. E’ legata alla degradazione delle condizioni di vita del mondo rurale: “Ciò che è importante è trattenere gli uomini nel loro villaggio, non impedire loro di partire. Ma questo non è possibile se non si concepisce che la migrazione costituisce per la maggioranza delle famiglie rurali una strategia cruciale per la propria sopravvivenza”(MM).
Sfortunatamente si ha l’impressione che il Senegal “subisce lo sviluppo delle sue città. Gli investimenti realizzati per dominare questo fenomeno in realtà servono ad operazioni di recupero o di riabilitazione” (LMS). Tuttavia in questo momento si assiste a un cambiamento di atteggiamento del potere centrale. Confrontato a molteplici sfide, esso prende spazio. Così facendo, restituisce alle collettività locali e alle popolazioni la loro parte di responsabilità nella gestione urbana, per meglio assicurare le proprie funzioni di orientamento, di coordinamento e di controllo”(LMS).

 

Sviluppo dell’informale

Attualmente si assiste a una moltiplicazione di raggruppamenti. Le donne si associano per sviluppare attività di sopravvivenza. I giovani si incontrano in associazioni culturali e sportive e talora per operazioni di riabilitazione dei loro quartieri. Ma sono specialmente le attività economiche che prendono una nuova forma ed ampiezza. “Il settore detto informale trova nei grandi centri un terreno di espansione privilegiato per il fatto dell’esistenza di un mercato potenzialmente importante fra le famiglie a reddito debole. Il suo dinamismo sta anche nella leggerezza del suo meccanismo di funzionamento. Certe trafile dell’economia popolare urbana si trovano, del resto, nel prolungamento degli antichi mestieri di casta (lavoro del ferro, del legno, del cuoio)” (LMS).
Ma è specialmente l’istituzione familiare che è la più scossa dalle condizioni di vita nelle grandi città. La famiglia africana poggia sull’autorità e la responsabilità economica del suo capo. Ora in città si assiste al fenomeno che è stato chiamato “l’umiliazione economica dei padri” (SBD). Spesso disoccupati o incapaci di far fronte a tutte le esigenze d’una economia essenzialmente monetaria, i padri di famiglia perdono allo stesso tempo la loro funzione e la loro autorità.
In queste condizioni è utopico voler selezionare valori antichi, detti positivi, nella speranza di rimetterli in vigore, quando il mondo nel quali essi sono nati non esiste più. “Essere attenti al movimento della società civile, vuol dire comprendere che l’identità della tradizione non può essere una ripetizione identica. Dopotutto, nel suo senso primo ‘tradizione’ vuol dire ciò che è degno di essere trasmesso per essere principio di comportamenti che rispondono a condizioni e a tempi nuovi” (SDB). Ora il Senegal ha la fortuna di avere già una tradizione urbana. Bisogna “abbandonare il riflesso bucolico che spinge ad associare tradizione e villaggio. Tanto più che, almeno per i Quattro Comuni che furono (da più di un secolo) Gorée, Saint-Louis, Rufisque e Dakar, esiste una vera tradizione cittadina per generazioni che hanno conosciuto solo la civiltà urbana” (SDB).
Tuttavia bisogna tener conto di due fattori: l’accelerazione dell’evoluzione delle nostre società e la giovinezza della popolazione. “E’ bastata una generazione perché i 3/4 dei Senegalesi non abbiano conosciuto che l’indipendenza” (SD). “Nel 1988, il 58% dei Senegalesi aveva meno di 20 anni” (MM).

 

Il peso della gioventù

E’ sulla gioventù, dunque, che bisogna contare per “instaurare una vera cultura della città, cioè sviluppare un reale sentimento di appartenenza del cittadino a entità socio-spaziali omogenee, atte a rendere la vita urbana più comunicativa” (SD). Ma appunto “la gioventù dà un potente calcio ai linguaggi del potere mediante la produzione di un sincretismo che mette insieme simboli, presi da mondi eterogenei e distanti. Essa sta creando una cultura urbana sganciata dalla memoria coloniale e nazionalista” (MD).
La questione centrale è di sapere quali gruppi saranno i creatori di questa nuova cultura. Per il fatto della presenza dell’Università nella capitale, per lungo tempo gli studenti si sono creduti autorizzati a parlare in nome di tutti i giovani: “Lo studente non esclude il non-studente, ma gli proibisce di prendere la parola, o almeno di prendergliela” (OBD).
I giovani del sottoproletariato urbano sono stati per lungo tempo i muti della democrazia senegalese. Ma “colpiti da una miseria senza precedenti, di fronte ai comportamenti ostentatori dei gruppi agiati, si sono fatti conoscere con azioni particolarmente violente, il cui punto culminante è stato illustrato dai massacri verificati nell’aprile 1989, durante la crisi senegalo-mauritaniana. Questa violenza, incontrollata perché si verificava al di fuori dei partiti politici, è il prodotto della lacerazione del tessuto sociale. Attraverso di essa, attori indesiderabili e a lungo marginalizzati, prendono con la forza o distruggono i beni ai quali è loro proibito di accedere” (MCD).

“L’avventura ambigua” del Senegal

Questi flash su alcuni dei problemi che il Senegal deve fronteggiare danno l’impressione che i governanti non dominano la situazione e che l’evoluzione della società sfugge loro di mano.
Il paese vive, a livello di tutta una nazione, il conflitto descritto da Sheikh Hamidou Kané nel 1961 nel suo mirabile romanzo “L’avventura ambigua” e che ha espresso ancora recentemente: “L’eviden- za del sentimento interno che noi abbiamo delle nostre culture non resisterà alla nostra entrata nel ciclo del progresso tecnico. Bisognerà, prima di indossare la tuta dei meccanici, che noi mettiamo al sicuro la nostra anima”.
Questo conflitto esiste a livello individuale: “L’intellettuale o il funzionario africano si sforzerà di adottare un comportamento razionale nel suo lavoro, ma sarà schiavo di miti e pregiudizi nella sua famiglia. Tutte le sue abitudini alimentari, di abbigliamento, sociali manifesteranno una visione consumatrice della vita, invece della visione produttrice che richiede lo sviluppo nazionale” (AN).
Il conflitto esiste a livello sociale: “Leggi autenticamente progressiste, elaborate con l’intenzione manifesta da una parte di liberare i contadini dallo sfruttamento dei grandi proprietari terrieri (legge sul possedimento nazionale) e d’altra parte per proteggere le donne contro l’arbitrio del ripudio (codice familiare) sono state rese quasi inoperanti dalla resistenza di antiche strutture familiari tradizionali” (AN).
Di fronte a questa incapacità dello Stato di trovare soluzioni ai problemi posti dalla gestione e dallo sviluppo del paese o di fare applicare le decisioni prese, si assiste a una recrudescenza di iniziative per l’auto-organizzazione, ma anche per la rivalutazione delle culture locali.
“Questo movimento può tanto sboccare su una cultura di autogestione e di assunzione di iniziativa in un insieme nazionale coerente, quanto può significare anche un ripiegamento sempre più importante su microculture non articolate fra loro, ciò che non sarebbe senza pericolo per la coesione sociale”(SD).