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IL SENEGAL VISTO DAI SUOI INTELLETTUALI
di Joseph de Benoist
Primo fra i paesi subsahariani ad
entrare in contatto con gli Europei, nel 1440, il Senegal ha
mantenuto sempre rapporti con le nazioni d’oltre Atlantico e
nella storia recente dell’Africa si è affermato precursore
nella cultura come nella vita democratica. Numerosi sono i
Senegalesi che occupano eminenti posti negli organismi
internazionali, gli scrittori, gli intellettuali. E’ ad essi
che “Africa” affida la parola perchè parlino del Senegal.
Le loro riflessioni sorprenderanno molti lettori per la
franchezza, la lucidità, la capacità di analisi di cui fanno
prova. Questa inchiesta è stata realizzata dal P. de Benoist,
storico dell’Africa. E tocca in particolare la questione
dello Stato, dell’economia e della gioventù. Al di là del
Senegal, le considerazioni valgono quasi sempre per gli altri
paesi africani.
Un salto storico
“Il problema che si è posto ai dirigenti
africani è questo: come far ammettere alle masse africane,
che vivevano in un passato arcaico dove le relazioni
interumane erano fondate sui soli legami della consanguineità
o del clientelismo, la nozione di legge astratta e razionale,
anche se la si ricopre con il mantello dell’Africanità?...
L’Africa indipendente si è vista imporre la formula statale
moderna senza averla scelta. L’eredità culturale africana
accetta difficilmente la logica dello stato-nazione moderno
centralizzatore e uniformizzatore” (AN)...
L’amministrazione coloniale era il matrimonio contro natura
di un sistema burocratico molto centralizzato e di un regime
politico basato sul suffragio universale e la democrazia
parlamentare, due concezioni totalmente estranee alle civiltà
africane. Ma gli uomini che dirigevano il Senegal al momento
dell’indipendenza avevano interesse a “difendere lo statu
quo coloniale che garantiva i loro interessi e i loro poteri”
(MD).
Il flagello del clientelismo
“Il ruolo messianico dello Stato
postcoloniale ha portato la generazione nazionalista a
concepire il proprio ruolo come un ruolo pedagogico e dunque a
imporre il proprio regime di verità nella coscienza e più
ancora nell’immaginario dei governati” (MD). “Concepito
al momento delle indipendenze come una macchina efficace, per
stimolare la crescita economica, lo Stato appare oggi
attraverso le pubblicazioni della classe dirigente e quella
dei finanziatori internazionali come un apparato mostruoso e
parassitario” (MCD).
Il primo decennio delle indipendenze (1960-1970) è stato
caratterizzato “da un’economia dominata dalle società di
stato il cui inizio data dal tempo delle colonie, da un
sistema di insegnamento disadattato, da un’agricoltura poco
performante, e da un sistema politico basato sull’accaparramento
della clientela. Il partito unico di fatto ha soffocato la
libera espressione dei punti di vista dei dirigenti” (MCD).
La parola “clientelismo”, che caratterizza la maggior
parte dei governi africani, necessita una spiegazione. Questi
governi hanno tutti un centro ipertrofico, ma debbono
controllare la periferia, non tanto per produrre di più e
sviluppare l’economia, quanto per assicurarsi il sostegno
politico che permette loro di mantenersi al potere. Da qui la
necessità di selezionare “i detentori della legittimità
per agganciare territori inaccessibili” (MCD). E la fedeltà
di questi “intermediari” deve essere grassamente pagata.
20 anni di potere di Senghor (1960-1980)
Per ciò che riguarda il Senegal, Lamine
Guèye e Senghor, alleati all’inizio della loro carriera
politica, si sono rapidamente opposti l’uno all’altro e
hanno cercato di appoggirasi su “clientele”. Lamine Guèye
era stato formato in seno al partito socialista francese il
cui elettorato è costituito soprattutto da impiegati statali
e abitanti delle città. Non è una sorpresa che si sia
appoggiato sugli “originari”, gli abitanti dei “Quattro
Comuni” (Dakar, Gorée, Rufisque e Saint-Louis). “La
municipalità diventa la brama dei differenti clan politici
per ragioni clientelistiche. Le concessioni demaniali e i
mercati pubblici che le sono affidati diventano luoghi di
patronato” (MCD/MD). E Dakar et Saint Louis resteranno fino
al 1958 feudi dei partigiani di Lamine Guèye.
Paradossalmente, Senghor, l’universitario cattolico, cerca
la propria clientela nelle campagne, presso la gerarchia
musulmana. “Per rimediare al discredito dei capi
tradizionali, lo Stato sostituì loro i marabutti islamici”
(MCD/MD). E Senghor “si è appoggiato sui marabutti e i
califfi, pur facendosi il difensore del socialismo o piuttosto
di una certa lettura del socialismo. Non ha potuto mantenersi
al potere che rispettando le strutture politico-religiose
tradizionali con la speranza segreta che lo sviluppo dell’educazione
avrebbe prodotto il nascere di una coscienza democratica”
(AN).
Il successo di Senghor fu tale che Lamine Guèye, preferendo
essere secondo in un partito al potere che primo nell’opposizione,
accettò di fondere il proprio partito con quello di Senghor
per creare nel 1958 l’Unione Progressista Senegale-se, che
eliminò poi pian piano tutte le altre formazioni politiche.
Nel dicembre 1962, un conflitto violento (si è parlato di un
tentativo di colpo di stato) oppose Senghor al suo Primo
Ministro Mamadou Dia. Questi, musulmano fervente, era
discepolo del Padre Lebret (domenicano francese, fondatore
della rivista “Economie et Humanisme”), ma nondimeno
opposto all’intromissione dei capi religiosi nel
funzionamento dello Stato. “La sconfitta di Mamadou Dia nel
1962 è stata una disgrazia per il Senegal. Se fosse restato
capo del governo, avrebbe applicato il piano di sviluppo
elaborato dall’équipe del P. Lebret e avrebbe intimato l’alt
all’ingerenza dei marabutti nella vita politica” (AN).
Rimasto solo al potere, Senghor ha ritenuto un dovere quello
di assicurarsi l’appoggio dei “grandi elettori”,
accordando loro privilegi che sono diventati autentiche sfide
all’autorità dello Stato, freni per l’economia, e un
limite alla libertà d’azione del suo successore. Ha dato l’ultimo
tocco ad un’amministrazione che si identificava col partito
al potere, partito unico di fatto.
E’ dal 1957 che questa costruzione prende forma. In quell’anno,
la Francia, applicando la “legge-quadro” accordò una
semiautonomia alle sue vecchie colonie africane, diventate nel
1945 territori d’oltremare. “L’autonomia e la
concessione di nuovi poteri all’Assemblea territoriale e
soprattutto la creazione di un Consiglio di governo con potere
sul servizio pubblico aprì un nuovo campo all’investimento
clientelare. La burocrazia amministrativa nascente si adatta
alla logica del patronato e il militantismo nel partito
dominante ne diventa il vettore.
Si è assistito da allora ad una fusione quasi totale tra le
strutture politiche e amministrative. Il partito si confonde
così con lo Stato e con l’amministrazione” (MD).
Questa confusione si estese anche alle autorità dell’ambiente
rurale grazie all’intromissione del partito sulle
cooperative. Queste, nel piano di sviluppo, elaborato dal
Padre Lebret su domanda di Mamadou Dia, dovevano svolgere un
ruolo essenziale e permettere all’ambiente contadino di
prendere in mano il proprio sviluppo. Ma il sistema
cooperativo fu totalmente accaparrato dall’autorità
religiosa murida e dagli organi del partito che la
proteggevano.
Si vide allora svilupparsi in grande “ciò che sembra essere
una costante nell’evoluzione politica del Senegal
indipendente: il nepotismo e la corruzione” (MCD/MD). Questi
due atteggiamenti diventarono il mezzo essenziale per accedere
al potere e restarvi.
L’era dei tecnocrati
Il 1° gennaio 1981 Senghor diede le
dimissioni passando la mano ad Abdou Diouf. Anche se la sua
partenza era prevista, è stata di fatto affrettata dalla
crisi economica alla quale l’ex presidente, più poeta che
finanziere, non si sentiva di tener testa. Aveva creato al suo
successore una fama di tecnocrate, che peraltro non è
usurpata.
Per tentare di uscire dalla crisi, bisognava fare appello alle
organizzazioni internazionali. Fondo monetario internazionale
e Banca mondiale.
Questi avevano bisogno di trovare di fronte a sè
interlocutori capaci di capirli e di discutere con loro. Da
qui la necessità per il nuovo presidente di circondarsi di
tecnocrati. Questa scelta ha un importante vantaggio per Abdou
Diouf: “Al Congresso di apertura e di rinnovamento del 4 e 5
Marzo 1989, si nota la volontà di promuovere una élite
sprovvista di base politica e dunque più dipendente dal
presidente.
Esperti del gioco clientelare sono messi da parte per far
posto agli uomini del presidente” (MCD-MD).
“Le soluzioni tecnocratiche debbono servire ad aggirare il
campo politico (...) I nuovi dirigenti fondano la loro pretesa
di organizzare il paese screditando lo Stato come istituzione
e promuovendo la privatizzazione come la promessa di tutte le
opportunità (...) Il nuovo regime ha attaccato le riforme in
tutti i settori ad eccezione della rete clientelare nel mondo
rurale” (MD).
Eppure questo mondo rurale non è al riparo di profondi
mutamenti. E’ dominato dai grandi capi religiosi musulmani
che hanno preso la successione della gerarchia feudale
tradizionale. L’Islam senegalese è un islam delle
confraternite i cui califfi hanno una grande influenza sui
fedeli. Una di queste confraternite, il Muridismo, ha svolto
un ruolo decisivo nell’incremento della coltura delle
arachidi sotto il regime coloniale. Questa coltura è oggi in
piena recessione. E i marabutti muridi, incoraggiano i loro
adepti a coinvolgersi nel commercio e nell’economia urbana.
I giovani della città sono molto più influenzati dalle
correnti politiche e accettano difficilmente di ricevere
consegne politiche dai capi religiosi. “Le elezioni del 1988
non hanno solo discreditato Abdou Diouf, accusato di aver
manipolato i risultati del voto, hanno anche discreditato la
gerarchia murida che ha chiesto di votare per Diouf” (MCD/MD).
La privatizzazione predicata dai tecnocrati diminuisce il
numero di istituzioni pubbliche che, attraverso il nepotismo e
gli arricchimenti che esse favoriscono, costituiscono una rete
di privilegiati la cui sorte è legata a quella dello Stato.
Tutti riconoscono che “bisogna lasciar crollare la
coalizione degli interessi che ha cimentato lo Stato dall’indipendenza
in poi, perchè il costo di una clientela allargata è alla
fine insopportabile” (FB).
Si scopre che non resta più gran chè dell’edificio messo
in piedi dal Partito al potere. Può contare sui propri
militanti? No. “I militanti hanno l’impressione che i loro
voti contano solo il giorno delle elezioni, ma che, per il
resto, si domanda loro di approvare e di applaudire ciò che
è stato deciso a Dakar a loro insaputa” (MCD/MD).
Decadenza dello Stato democratico
Un po’ dappertutto, da cinque anni, “le
società africane tentano di uscire dalla logica devastatrice
del partito unico” (MD). Si potrebbe pensare che questa
crisi risparmia il Senegal, da sempre presentato come la
vetrina della democrazia in Africa. In realtà, “l’insistenza
sullo Stato di diritto rimanda sempre all’esercizio del
potere e dell’autorità da parte della classe dirigente e
non all’esercizio di un controllo di questo potere da parte
della società civile, cioè gli attori sociali” (MCD/MD).
La via politica senegalese appare come “un gioco in cui i
privilegiati si scambiano i loro posti. I coltivatori medi e
poveri e le popolazioni urbane a reddito basso sono i
principali perdenti del gioco” (MCD/MD).
E contariamente alle apparenze, “il sistema politico
senegalese, malgrado la maschera del discorso ufficiale, non
può essere assimilato alla democrazia liberale (...) Fattori
come la difficoltà di partecipare all’elaborazione delle
decisioni, il ruolo del clientelismo nel controllo dell’ingranaggio
dello Stato, non permettono l’intervento diretto del popolo
negli affari pubblici”. (MCD/MD).
La libertà di stampa può creare illusione. E’ vero che il
Senegal è uno dei primi paesi del continente in cui sono
esistiti giornali di opposizione, organi satirici che non
perdonavano ai dirigenti e anche, da qualche anno, stazioni
radio indipendenti, cosa molto importante in un paese in cui
la maggioranza delle popolazione è illetterata e non parla
francese. Ma non bisogna ingannarsi: “la stampa diventa il
campo delle chiac chiere politiche senza effetto, perchè il
vigore dei giornalisti e la vitalità della stampa detta
indipendente non portano il potere a mollare la presa sui
media e a togliere il monopolio sulle comunicazioni
audiovisive” (MCD).
Anche nel campo dei rapporti internazionali, non bisogna
fidarsi delle apparenze. I dirigenti senegalesi parlano molto
di unità africana, ma c’è “una distanza tra i discorsi
sulla solidarietà dei popoli africani e sulla necessità
della loro integrazione politica ed economica e poi la pratica
delle classi dirigenti preoccupate innanzitutto della loro
sopravvivenza politica ed economica” (MCD/MD).
“La crisi aperta negli anni 70 scalza il sistema di
legittimazione delle élite” (MCD). Le numerose crisi che si
sono tradotte con urti violenti a livello di intellettuali e
di ambienti universitari, illustrano il fatto che “la classe
dirigente non è riuscita ad ottenere l’obbedienza dell’intelligentsia
senza usare la forza” (MCD).
Già prima dell’indipendenza, Senghor aveva tentato di
mobilitare le masse intorno al concetto della “negritudine”
che doveva guidare la costruzione di una società moderna,
ispirata dai valori tradizionali. Il Festival delle Arti negre
del 1966 fu il coronamento di questa campagna. Dopo il 1980,
la “negritudine” è messa nel dimenticatoio e sostituita
dal “soprassalto nazionale” e il “consenso” che non
ebbero maggior successo. “Il personale politico è posto
oggi davanti a una sfida: deve ripensare la strategia di
mobilitazione politica in un contesto in cui gli strati
popolari, esasperati dall’assenza di prospettiva sociale,
rischiano di lasciarsi andare ad atti di violenza
incontrollata” (MCD).
Un intervento dell’esercito è possibile? La questione
sarebbe sembrata senza senso alcuni anni fa, quando si credeva
che il movimento di democratizzazione fosse reale ed
irreversibile. Ma da allora, la Nigeria, la Sierra Leone, la
Gambia, per non citare che questi esempi, hanno visto i
militari riprendere gusto al potere ed ai suoi vantaggi
materiali. Fino ad oggi l’esercito senegalese è citato come
un esempio di professionalismo e di lealtà. Tuttavia “si
può a rigore pensare ad un’entrata diretta in politica dell’esercito?
Questa questione resta aperta” (MCD/MD).
Indebitamento progressivo
Sul piano economico, “il Senegal è rimasto
al 1979” (FB). Le spese di funzionamento assorbono tutte le
risorse fiscali. Il risparmio pubblico è sempre
insignificante in rapporto agli investimenti da realizzare. Lo
Stato senegalese è ancora per lungo tempo dipendente dai
paesi donatori per coprire i bisogni di finanziamento (riscaglionamento
del debito e finanziamento del budget). Il pagamento degli
interessi del debito continua a crescere e a deteriorare il
risparmio pubblico.
Di fatto, le “autorità senegalesi hanno preso l’abitudine
di risolvere i loro problemi di insufficienza di risorse
ricorrendo al denaro dei donatori piuttosto che fare cose
difficili che comportano sacrifici”, secondo l’espressione
di Elliot Berg in un rapporto del 1990 della Banca mondiale.
Davanti alla grave crisi economica degli anni 70, “il regime
di Senghor provò la soluzione della diversificazione delle
fonti di finanziamento a livello internazionale, aumentando
così l’indebitamento sia interno che estero. Alla fine
degli anni 70, il debito saliva a più di un miliardo di
dollari e il pagamento delle spese del debito rappresentava il
20% del ricavato delle esportazioni” (MD)..
Un’agricoltura poco produttiva
Quando, a metà del secolo XIX, si provò la
coltivazione dell’arachide nel Senegal, si poteva
difficilmente immaginare il posto che avrebbe preso questo
prodotto nell’economia del paese. Al momento dell’indipendenza,
nel 1960, da solo esso rappresentava più dell’80 % delle
esportazioni del paese; la sua coltivazione dava lavoro ad 87
% della popolazione attiva e copriva la metà delle terre
coltivate. La sua lavorazione rappresentava il 42% della cifra
d’affari dell’insieme dell’industria senegalese. Poco a
poco i contadini produttori di arachidi avevano abbandonato le
colture per l’alimentazione, specialmente del miglio, e
avevano preso l’abitudine di mangiare riso importato dalla
Francia dai suoi possedimenti in Asia. Oggi per una larga
parte della popolazione, soprattutto cittadina, un giorno
senza riso è un giorno di digiuno. Ora il paese produce
appena un quarto di quanto consuma: deve importare il resto,
ciò che squilibra di molto la sua bilancia commerciale.
Nel clima socialista dell’indipendenza, lo Stato ha creato
nel 1966 un Ufficio nazionale di cooperazione e di assistenza
allo sviluppo (ONCAD). Quando esso fu sciolto il 25 agosto
1980, il “Soleil”, quotidiano controllato dal governo, ne
dava la seguente descrizione:
“Il primo handicap dell’Ufficio era la sua obesità. Aveva
l’arachide, aveva il miglio, aveva le sementi, aveva i
concimi e il materiale, aveva il trasporto e l’educazione
dei contadini: era tentacolare. Era anche un datore di lavoro
inesauribile, diventando ben presto l’accogliente dimora di
tutti coloro che cercavano di sistemare un protetto. Secondo
handicap: l’ONCAD ingrossava a causa del parassitismo...
Obeso e parassita, era naturalmente caro da mantenere, vorace
e spendaccione. Per conseguenza, maneggiava troppo denaro e,
per il fatto stesso, rappresentava la tentazione. I suoi
agenti ne furono effettivamente ammaliati. E a spendere
troppo, si perde: 12 miliardi (di franchi CFA, equivalenti
allora a 48 miliardi di lire) di passivo”.
La siccità è stata a lungo un alibi per il governo: era essa
la responsabile dei cattivi risultati dell’agricoltura. Ma
bisogna essere realisti: “Non solo le sovvenzioni
finanziarie destinate all’agricoltura costituiscono una
parte trascurabile delle spese pubbliche (dal 5 al 10 %), ma
una cattiva attribuzione di queste spese agricole a progetti
senza avvenire e costosi ha effetti ancor più deplorevoli.
Una cattiva politica dei prezzi ha scoraggiato il contadino
senegalese dal produrre per il commercio, salvo che sui
mercati paralleli” (MCD/MD).
A tutti questi handicap si aggiunge la mancanza di reale
modernizzazione dei metodi di coltivazione. “L’agricoltura
non è produttiva al punto di rendere possibile una strategia
di crescita a lungo termine fondata sulla sostituzione del
riso importato con i cereali locali (FB).
In queste condizioni l’autosufficienza alimentare resta un
augurio che rischia di non realizzarsi nemmeno in un avvenire
lontano. “La politica di sostituzione del riso importato coi
cereali locali è ostacolata dai bassi rendimenti e dalla
degradazione delle terre” (MCD).
Un’industria senza avvenire
Se le prospettive di sviluppo agricolo sono
poco incoraggianti, “il settore industriale sta ancora
peggio, il suo tasso di crescita è molto debole. I settori
più importanti (industrie di estrazione, chimiche e oliere)
hanno una produzione stagnante; solo i tessili e le industrie
alimentari (zucchero, confetture) conoscono un certo
progresso. I grandi progetti industriali sono diventati delle
voragini finanziarie difficili da colmare” (MCD/MD).
La svalutazione del gennaio 1994 ha migliorato un po’ la
possibilità di vendita dei prodotti industriali sui mercati
esterni, ma ha anche aumentato considerevolmente i costi dei
prodotti importati necessari per la produzione. “Il settore
industriale è così poco competitivo che l’obiettivo di
aumentare progressivamente le parti del mercato del Senegal
all’estero è un pio desiderio (MCD/MD).
La svalutazione ha dato un colpo di frusta al turismo: il
Senegal è per l’Europa una meta relativamente vicina e i
prezzi attirano. In misura minore la pesca ha migliori
prospettive di esportazione, a condizione che i pubblici
poteri abbiano i mezzi di sorvegliare e di proteggere il
patrimonio ittico.
Ma il settore bancario ha conosciuto una gravissima crisi
causata dal “sistema clientelare, il personale pletorico, l’incompetenza
dei dirigenti e il mancato rimborso dei crediti per motivi di
protezione politica” (MCD/MD).
Un “aggiustamento” pieno di pericoli
Con l’arrivo di Abdou Diouf, “la
tecnocrazia arrivava al vertice dello Stato. Questo fatto
corrisponde alla messa sotto tutela economica del Senegal da
parte del Fondo monetario internazionale e della Banca
mondiale” (MD).
Da quindici anni, “il Senegal tenta di aggiustarsi agli
obiettivi del ‘programma di aggiustamento strutturale’.
Questo procedimento genera una crisi sociale e politica sempre
più difficile da gestire e che arriva a minacciare il
processo di democratiz-zazione, ben lontano dall’essere
irreversibile, e gli interessi dei privilegiati, anzitutto
quelli della borghesia burocratica” (MCD-MD).
In effetti, l’abbiamo detto, i tecnocrati auspicano un
disimpegno sempre più totale dello Stato dal settore
economico. “La clientela tradizionale dello Stato (uomini d’affari,
marabutti, burocrati, ecc.) trovava nella crescita del settore
pubblico e parapubblico e in certi meccanismi ridistributivi,
i mezzi di sussistere, anzi di prosperare. La conseguenza per
lo Stato è che la nuova politica, diminuendo il vasto campo
che permetteva il mantenimento della sua clientela, diminuisce
nello stesso tempo la possibilità di un controllo sociale e
politico efficace” (MCD/MD).
L’attenzione ormai si rivolge verso quell’immenso settore
chiamato “economia informale” o “economia di marciapiede”,
grazie alla quale sopravvive la maggioranza dei cittadini:
“Il fallimento degli orientamenti politici (autoritarismo,
clientelismo, patronato), economici (statalizzazione dell’economia,
pianificazione e soffocamento delle iniziative individuali e
comunitarie) e sociali (inquadramento e caporalato) a metà
degli anni 75, ha avuto una doppia conseguenza: gli organismi
finanziari internazionali e i paesi donatori decidono di
imporre condizioni agli Stati africani.
E la profonda crisi delle società africane distoglie gli
sguardi degli esperti dalle istituzioni formali verso le
attività dette informali. Questa cultura dello sviluppo,
letta come la più violenta critica alle politiche di
modernizzazione autoritaria, trova la sua migliore
formulazione in un proverbio africano, che lo storico
burkinabé Joseph Ki Zerbo ha scelto per titolo della prima
opera pubblicata dal suo Centro di Ricerche per lo Sviluppo
Endogeno: Dormire sulla stuoia degli altri è come dormire per
terra” (MD).
Urbanesimo galoppante
Nel 1904 il 9% dei Senegalesi viveva in
agglomerati urbani, erano il 22% al momento dell’indipendenza,
sono il 40% oggi. L’urbanizzazione è un fenomeno mondiale,
ma essa è particolarmente importante in Africa. E’ legata
alla degradazione delle condizioni di vita del mondo rurale:
“Ciò che è importante è trattenere gli uomini nel loro
villaggio, non impedire loro di partire. Ma questo non è
possibile se non si concepisce che la migrazione costituisce
per la maggioranza delle famiglie rurali una strategia
cruciale per la propria sopravvivenza”(MM).
Sfortunatamente si ha l’impressione che il Senegal “subisce
lo sviluppo delle sue città. Gli investimenti realizzati per
dominare questo fenomeno in realtà servono ad operazioni di
recupero o di riabilitazione” (LMS). Tuttavia in questo
momento si assiste a un cambiamento di atteggiamento del
potere centrale. Confrontato a molteplici sfide, esso prende
spazio. Così facendo, restituisce alle collettività locali e
alle popolazioni la loro parte di responsabilità nella
gestione urbana, per meglio assicurare le proprie funzioni di
orientamento, di coordinamento e di controllo”(LMS).
Sviluppo dell’informale
Attualmente si assiste a una moltiplicazione
di raggruppamenti. Le donne si associano per sviluppare
attività di sopravvivenza. I giovani si incontrano in
associazioni culturali e sportive e talora per operazioni di
riabilitazione dei loro quartieri. Ma sono specialmente le
attività economiche che prendono una nuova forma ed ampiezza.
“Il settore detto informale trova nei grandi centri un
terreno di espansione privilegiato per il fatto dell’esistenza
di un mercato potenzialmente importante fra le famiglie a
reddito debole. Il suo dinamismo sta anche nella leggerezza
del suo meccanismo di funzionamento. Certe trafile dell’economia
popolare urbana si trovano, del resto, nel prolungamento degli
antichi mestieri di casta (lavoro del ferro, del legno, del
cuoio)” (LMS).
Ma è specialmente l’istituzione familiare che è la più
scossa dalle condizioni di vita nelle grandi città. La
famiglia africana poggia sull’autorità e la responsabilità
economica del suo capo. Ora in città si assiste al fenomeno
che è stato chiamato “l’umiliazione economica dei padri”
(SBD). Spesso disoccupati o incapaci di far fronte a tutte le
esigenze d’una economia essenzialmente monetaria, i padri di
famiglia perdono allo stesso tempo la loro funzione e la loro
autorità.
In queste condizioni è utopico voler selezionare valori
antichi, detti positivi, nella speranza di rimetterli in
vigore, quando il mondo nel quali essi sono nati non esiste
più. “Essere attenti al movimento della società civile,
vuol dire comprendere che l’identità della tradizione non
può essere una ripetizione identica. Dopotutto, nel suo senso
primo ‘tradizione’ vuol dire ciò che è degno di essere
trasmesso per essere principio di comportamenti che rispondono
a condizioni e a tempi nuovi” (SDB). Ora il Senegal ha la
fortuna di avere già una tradizione urbana. Bisogna “abbandonare
il riflesso bucolico che spinge ad associare tradizione e
villaggio. Tanto più che, almeno per i Quattro Comuni che
furono (da più di un secolo) Gorée, Saint-Louis, Rufisque e
Dakar, esiste una vera tradizione cittadina per generazioni
che hanno conosciuto solo la civiltà urbana” (SDB).
Tuttavia bisogna tener conto di due fattori: l’accelerazione
dell’evoluzione delle nostre società e la giovinezza della
popolazione. “E’ bastata una generazione perché i 3/4 dei
Senegalesi non abbiano conosciuto che l’indipendenza”
(SD). “Nel 1988, il 58% dei Senegalesi aveva meno di 20 anni”
(MM).
Il peso della gioventù
E’ sulla gioventù, dunque, che bisogna
contare per “instaurare una vera cultura della città, cioè
sviluppare un reale sentimento di appartenenza del cittadino a
entità socio-spaziali omogenee, atte a rendere la vita urbana
più comunicativa” (SD). Ma appunto “la gioventù dà un
potente calcio ai linguaggi del potere mediante la produzione
di un sincretismo che mette insieme simboli, presi da mondi
eterogenei e distanti. Essa sta creando una cultura urbana
sganciata dalla memoria coloniale e nazionalista” (MD).
La questione centrale è di sapere quali gruppi saranno i
creatori di questa nuova cultura. Per il fatto della presenza
dell’Università nella capitale, per lungo tempo gli
studenti si sono creduti autorizzati a parlare in nome di
tutti i giovani: “Lo studente non esclude il non-studente,
ma gli proibisce di prendere la parola, o almeno di
prendergliela” (OBD).
I giovani del sottoproletariato urbano sono stati per lungo
tempo i muti della democrazia senegalese. Ma “colpiti da una
miseria senza precedenti, di fronte ai comportamenti
ostentatori dei gruppi agiati, si sono fatti conoscere con
azioni particolarmente violente, il cui punto culminante è
stato illustrato dai massacri verificati nell’aprile 1989,
durante la crisi senegalo-mauritaniana. Questa violenza,
incontrollata perché si verificava al di fuori dei partiti
politici, è il prodotto della lacerazione del tessuto
sociale. Attraverso di essa, attori indesiderabili e a lungo
marginalizzati, prendono con la forza o distruggono i beni ai
quali è loro proibito di accedere” (MCD).
“L’avventura ambigua” del Senegal
Questi flash su alcuni dei problemi che il
Senegal deve fronteggiare danno l’impressione che i
governanti non dominano la situazione e che l’evoluzione
della società sfugge loro di mano.
Il paese vive, a livello di tutta una nazione, il conflitto
descritto da Sheikh Hamidou Kané nel 1961 nel suo mirabile
romanzo “L’avventura ambigua” e che ha espresso ancora
recentemente: “L’eviden- za del sentimento interno che noi
abbiamo delle nostre culture non resisterà alla nostra
entrata nel ciclo del progresso tecnico. Bisognerà, prima di
indossare la tuta dei meccanici, che noi mettiamo al sicuro la
nostra anima”.
Questo conflitto esiste a livello individuale: “L’intellettuale
o il funzionario africano si sforzerà di adottare un
comportamento razionale nel suo lavoro, ma sarà schiavo di
miti e pregiudizi nella sua famiglia. Tutte le sue abitudini
alimentari, di abbigliamento, sociali manifesteranno una
visione consumatrice della vita, invece della visione
produttrice che richiede lo sviluppo nazionale” (AN).
Il conflitto esiste a livello sociale: “Leggi autenticamente
progressiste, elaborate con l’intenzione manifesta da una
parte di liberare i contadini dallo sfruttamento dei grandi
proprietari terrieri (legge sul possedimento nazionale) e d’altra
parte per proteggere le donne contro l’arbitrio del ripudio
(codice familiare) sono state rese quasi inoperanti dalla
resistenza di antiche strutture familiari tradizionali”
(AN).
Di fronte a questa incapacità dello Stato di trovare
soluzioni ai problemi posti dalla gestione e dallo sviluppo
del paese o di fare applicare le decisioni prese, si assiste a
una recrudescenza di iniziative per l’auto-organizzazione,
ma anche per la rivalutazione delle culture locali.
“Questo movimento può tanto sboccare su una cultura di
autogestione e di assunzione di iniziativa in un insieme
nazionale coerente, quanto può significare anche un
ripiegamento sempre più importante su microculture non
articolate fra loro, ciò che non sarebbe senza pericolo per
la coesione sociale”(SD).
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